Punch Fiction!

PARTE PRIMA

“Alla terza vai giù”

Gaspare ricordava quelle parole persino mentre assaporava il dolce suono dei suoi ganci aperti sugli zigomi dell’avversario, ovattato leggermente dalla pelle dei guantoni.

Prenditi il centro.

E subito proseguiva con un doppio diretto sinistro, gancio destro e nel mentre aveva già previsto un gancio sinistro dell’avversario che schivò con un leggero movimento delle gambe. Sembrava di lottare in un campo di polline mentre il suolo sembrava fatto di cotone. Non era stato lo scoccare della campana a porre fine alla ripresa, ma la freddezza dell’arbitro che fermò la sequenza di colpi allargando le braccia e spingendo il torace dei due atleti con i suoi guanti in lattice. Quei suoi fottuti guanti in lattice che, strofinati sul torace, arricciavano i peli dei due pugili. Nell’angolo avversario, mentre l’allenatore asciugava il viso di Biagio Vitale si poteva notare la ferita cicatrizzata dal colore ambrato sui suoi zigomi che si era riaperta, provocando un’esplosione di piastrine. Biagio non riusciva nemmeno a trovare la forza per battere le mani e dare inizio alla ripresa.

Centro ring preso

Bastardo!” Disse l’uomo che aveva ordinato a Gaspare di demordere mentre guardava l’incontro al canale 412 della televisione. Biagio non sarebbe stato capace di andare avanti.

“Diretti lunghi e forti Gaspare!”

E di nuovo, ruotando sul piede sinistro, due diretti pesanti a segno che da soli bastarono a fare perdere l’equilibrio all’avversario e, infine, quello che era stato l’ultimo colpo della gara: un montante sinistro forte alla mandibola. Ora Biagio era svenuto con la testa sulle corde, la pelle cerea e la saliva che usciva a litri staccandosi dal palato in un miscuglio viscoso di acqua e sangue; l’arbitro si inarcava sul poveretto alzando le dita e depositando su di lui la polverina bianca tipica delle confezioni usa e getta dei suoi guantini chirurgici. Nei primi cinque secondi c’era stata la realizzazione di un colpo impeccabile e, nei secondi successivi, il desiderio che il culo di quell’uomo balzasse in aria più pimpante di prima.

No! No ti devi rialzare. Ti prego, quelli mi ammazzano.

Quei cinque secondi rappresentavano il breve intervallo di tempo in preparazione di un esecrabile sacrilegio: la morte del feroce pugile Biagio Vitale. E mentre tutto ciò accadeva, il cielo aveva preso un colore scarlatto, uniforme alla violenza della scena, che ritornò come prima soltanto quando gli infermieri accompagnarono lo sfortunato in obitorio.

Quello era il 99esimo incontro di Gaspare.

*

Per tutta la notte le onde si erano ammattite sulle incanalature marittime, squassando le assi di legno marcio sulla battigia. Tutti gli abitanti del paesino avevano passato la notte in bianco.

“Padre, ha visto Ines questa mattina?”

Il Don si stava sistemando il colletto della camicia con un’espressione incredibilmente mite e due occhi azzurro screziato fissi sullo specchio. Quella sua rigidità nei movimenti si era rivelata un’ottima qualità per il prete del paese che, ogni volta che parlava ai carabinieri,  gli credevano per via di quella sua faccia composta.

“Confessati Gaspare.”

“Io non mi sento in colpa padre: è il mio mestiere.”

“Non confessarti per quell’uomo, ma per tua moglie.”

“Dov’è Ines?” Chiese il pugile.

“Dovevi fare quello che volevano loro Gaspare”

Il Don abbandonò la conversazione e Gaspare si precipitò fuori dalla chiesa prendendo la sua Graziella, con la quale era possibile attraversare il paesino in meno di cinque minuti. Fuori dalla chiesa trovò i vecchietti radunati sotto al bar a giocare a rubamazzo e, alle finestre, intere famiglie che riposizionavano il fili per il bucato perché era tornato il sole.

Quando il pugile arrivò alla spiaggia si accorse della scarsa premura che aveva avuto per Ines. Quella sua scarsa premura l’aveva resa vittima di un incubo succube. In quel momento Gaspare trovò il corpo abbandonato sulla battigia. La salma era avvolta in un lezzo di acqua stagnante e le sue caviglie sguazzavano a mollo nella riva. Il parto e la morte di Ines sarebbero stati per sempre un mistero perché era riuscita a tagliare il cordone ombelicale con lo stesso vetro con cui, pochi istanti prima, era stata violentata dai fratelli Vitale. Quell’unico vetro non sterilizzato, ma coperto del suo stesso sangue. Ines fece in tempo a baciare il figlio per una frazione di secondo prima di depositarlo nella parte della riva meno esposta all’acqua. Gaspare arrivò al luogo del delitto e trovò il piccolo feto, rannicchiato fra il paesaggio genuino di quella splendida isola, forgiato dalle meraviglie e dalle cattiverie del suo paese. Lo prese tra le sue mani, le stesse mani con cui aveva ammazzato quel pugile e aveva giurato sciagura eterna alla propria famiglia.

“Benvenuto Ascanio.” Disse accarezzando la sua testolina.

PARTE SECONDA 

17 anni dopo

A volte i cittadini di quel paesino si chiedevano se qualcosa sarebbe mai potuto cambiare. Questo perché, nella superficie compresa tra quei tre kilometri di terra arida, sembrava che il cambiamento non fosse mai stato contemplato. Le donne sparlavano delle vicissitudini degli abitanti mentre facevano il bucato, i vecchi facevano la stessa cosa giocando a carte; gli uomini lo facevano mentre lavoravano con i loro colleghi e di bambini ce n’era una somma talmente piccola che non si poteva sparlare a vicenda. Ognuno viveva la sua vita: una vita in cui ogni giorno era uguale al giorno precedente e quando si presentava un problema tutti si rivolgevano alla persona più lungimirante e saggia del paese. Il Don ormai non spendeva più un soldo per mangiare perché gli veniva offerto tutto, in cambio della sua incommensurabile saggezza e dei suoi metodi efficaci, anche se a volte poco ortodossi.

“A cosa devo la visita oggi signori?”

Disse il Don mentre apriva il portavivande di metallo che gli avevano portato portato i fratelli Vitale, figli del compianto pugile Biagio Vitale.

I due fratelli erano ricoperti da letame rinsecchito e calcinacci, se non gli avessero offerto il pranzo, il Don li avrebbe cacciati entrambi dalla casa del Signore.

“Doria è innamorata di un altro.”

Disse il primo fratello, quello che sembrava rachitico.

“E che male c’è?” Chiese il Don.

“Si dovrà sposare tra due settimane.”

“Come si chiama?” Chiese di nuovo il prete.

“Ascanio.”

Il Don si avvicinò al fratello più basso poggiando il gomito sulla sua spalla.

“Il prossimo” Disse il Don. Poi afferrò una pistola carica e la nascose nel portavivande.

I due fratelli Vitale sloggiarono lasciando entrare una vecchietta che il prete confessò fuori orario della messa.

*

Il giorno seguente pioveva e anche il giorno dopo e quello dopo ancora fino al mese successivo. Tutti amavano il brutto tempo in quel paesino: era un’alternativa per smorzare il pensiero di uniformità nelle giornate che accomunava un po’ tutti. Asca (diminutivo di Ascanio) sin da quando era nato aveva imparato ad associare un giorno di pioggia ad un giorno diverso dagli altri. Persino quella grotta aveva assunto un significato importante: quando non c’era bel tempo quel gruppo di ragazzi andava sempre lì dentro. Col tempo avevano aggiunto alcune loro cose e la tana aveva persino cominciato ad emanare un proprio odore, come l’odore specifico di una classe che cambia in ogni aula della scuola.

Dopo poco tempo che la trovarono aggiunsero un divano trovato in discarica e un calcetto. Ogni membro del gruppo aveva a disposizione una piccola stanza delimitata da due stalagmiti. Quella stanza rappresentava una sorta di onorificenza per i membri fissi del gruppo e, per Asca, era diventata come una seconda casa: lì aveva appeso il suo sacco da boxe per la prima volta e sempre lì aveva baciato per la prima volta. Quando faceva freddo si portavano una felpa, consapevoli che appena tornato il sole l’avrebbero lasciata sul cestino della bici di Asca, l’unico a cui non era mai stata rubata.

Quel giorno nella grotta c’erano solo lui e Liboria, per tutti Doria.

“Mi sposerò fra due settimane” Disse Doria.

L’uomo con cui l’avevano combinata i fratelli si chiamava Ricardo, ed era portoricano. Finanziava numerose compagnie edili in tutta l’isola; il matrimonio avrebbe funzionato come una sorta di accordo in cui Ricardo si impegnava a offrire la vigilanza in diversi cantieri della provincia e ad affidare la gestione edile di gran parte di essi ai due fratelli Vitale. L’uomo gestiva tutte le compagnie edili illegalmente ed era ricercato sia in Portorico che in Italia. I due ragazzi avevano circa un anno di differenza fra loro, e lei sarebbe stata costretta a maritarsi un marito a sedici anni. A celebrare il matrimonio sarebbe stato il Don, che avrebbe anche gestito gli affari con il marito dopo le nozze.

Doria tirò fuori l’arma dal portavivande e la mostrò ad Ascanio.

“Mi hanno obbligato a farlo.”

Dopo averlo detto, sparò tutti e cinque i colpi in canna su dei cuscini per annichilire anche la minima tentazione di uccidere l’amante. Asca cascò dal divano e percepì il riverbero della candida pelle della madre che il ragazzo vide l’ultima volta in quegli istanti da vivo prima di vederla per sempre da morto. Un ruggito sordo echeggiò in tutta la grotta; i cuscini giacevano fumosi, anneriti dalla combustione.

Ascanio lasciò il paesino salutando l’ultima volta il padre che, da qualche anno, si era ammalato probabilmente a causa della sua carriera da pugile. Da quando si era ammalato viveva in un flusso temporale incongruo, dove tutto era subalterno a momenti della sua vita prima dei sessant’anni. Nessuno nel paese si ricordava più di lui.

*

Due ore prima del matrimonio.

Dopo aver messo il vestito le venne dato anche un fiocco, bianco come il latte. Era il più bel vestito che i fratelli avessero mai comprato e avevano speso più di quanto avevano mai speso per la cura di loro stessi. Era un abito perfetto che nascondeva la fluorescenza delle sue ossa e che si apriva vaporoso, facendola sembrare di porcellana. Il viso della ragazza era coperta da un velo immacolato che le nascondeva l’occhio nero, procuratole dai fratelli dopo l’interrogatorio su Ascanio.

Doria attraversò la navata della chiesa facendosi accompagnare dal fratello più grasso, che doveva ogni tanto appoggiarsi alle sedie di legno perché la sua asma non rovinasse la cerimonia. Ricardo si trovava dal lato opposto: era l’ultimo discendente di una famiglia longeva di Portorico, della quale si era presentata soltanto sua madre di 46 anni che riprendeva i suoi stessi tratti somatici e lo stesso biondo platino.

Il matrimonio avvenne con un caldo fottuto e gli scalini della chiesa erano ricoperti da montagne di riso bollenti e resti di bomboniere alcoliche. Al lancio del Bouquet, tra la folla, tutti si chiesero chi l’avesse preso. Non si trattava di un parente, era un uomo vestito con una divisa blu.

“Polizia ufficiale della provincia di Messina.”

Ricardo venne arrestato dopo che le guardie armate ebbero perlustrato la Chiesa con fucili a laser e torce. I due fratelli vennero processati per traffico di denaro sporco e spaccio di stupefacenti che vennero trovati in casa loro. 

Doria fuggì con Ascanio poco tempo dopo: nessuno la vide mai più. Anche il Don venne interrogato, ma non venne arrestato, e la mattina seguente ritornò a celebrare la messa della dieci del mattino.

PARTE TERZA

Come ogni altro giorno, il Don riceveva gli abitanti del paese in cambio dei suoi consigli. All’ora di pranzo gli capitò qualcosa di mai successo: il pasto gli era stato offerto, ma nessuno era venuto per il suo ausilio. Sul comodino, vicino all’abito talare impolverato e una scatola di lenti a contatto, c’era un portavivande di metallo. Il don fece un passo, poi un altro, e aprì il portavivande. Era cus cus di pesce e, quando lo mise in bocca, si accorse del sapore granuloso del pesce sulla lingua. Sentiva dei pezzi di merluzzo schiumosi; ad ogni boccone percepiva la sua pelle venire risucchiata come nei sacchetti sottovuoto.

Quella sensazione in realtà era una dose di arsenico che lo stava coccolando verso una morte placida. Il prete del paese morì sbavando, come Biagio Vitale sulle corde del ring.

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