Oscar

Quel giorno stavamo tornando dal lago a 12 km da Dallas. Papà era vestito in giacca e cravatta e con la sua indimenticabile fossetta sul mento, la sua barba e i suoi riccioli ricordava un po’ Samuel l. Jackson in pulp fiction. Mamma era sempre seria e aveva due occhi grandi e profondi di un colore verde tendente all’azzurro e non si sa come sapeva sempre di menta. Mia sorella invece aveva due anni in meno di me e portava un paio di occhiali più grandi di lei ed aveva delle lenti che sembravano fondi di bottiglia anche se non sapevo di preciso quanto aveva, sapevo solo che era del tutto cieca senza occhiali e non sapeva distinguere le persone che conosceva. Era sempre sorridente qualunque cosa facessimo, ma parlava molto anche quando nessuno lo chiedeva e introduceva discorsi che non interessavano a nessuno, era la cosa che mi piaceva meno di lei. Io invece avevo quattordici anni e avevo dei denti bianchi che non avevo ereditato da nessuno, crescevo dritto ed ero nella norma sulla mia età. In quel momento eravamo tutti a mano, pochi secondi dopo eravamo davanti alla soglia di casa nostra e una volta attraversato il cancello salimmo i tre gradini davanti alla porta di ingresso, sempre a mano uno con l’altro. Fu allora che papà sorridendo ci guardò e lentamente ruotò la maniglia della porta e se ne pentì amaramente. Entrando in casa qualcuno aveva lo aveva colpito in fronte con una mazza da baseball e lui cadde per terra privo di sensi guardando me. Un altro ragazzo intanto chiuse la porta, e prese calci papà davanti a noi a mo’ di arancia meccanica, insultandolo con frasi razziali sul nostro colore della pelle. Dopo uno dei tre ragazzi si buttò precipitosamente su di lui strangolandolo con freddezza e addirittura ridendo. A mamma tirarono uno schiaffo e perdendo l’equilibrio cadde per terra sbattendo la testa contro l’angolo di un mobile perdendo i sensi. Io cercai di non guardare perché è questo che bisogna fare in queste situazioni, cercare di non farsi avvolgere dalle emozioni. Cercai di afferrare mia sorella per il braccio ma era stata troppo lenta e si era beccata uno schiaffo rovescio in piena faccia, così scappai all’uscita del retro della casa da solo e chiusi la porta a chiave. Mi chiedo ancora oggi se papà è vivo oppure se è stato strangolato a morte da quell’uomo, o cosa sarebbe successo se prima di ruotare la maniglia della porta non avesse guardato noi, magari si sarebbe difeso. Afferrai un coltello da cucina, ero abituato ad usarlo perché aiutavo mia mamma a tirare il collo alle galline. Papà diceva che avevo un istinto survivalista e che se qualche animale feroce come un cinghiale mi stesse per aggredire sarei benissimo stato capace di giocarmela, mio papà non sapeva cosa vuol dire essere aggrediti da un cinghiale ma comunque penso che abbia ragione. Scavalcai la staccionata e mi nascosi tra i cespugli in entrata. Non so perché ogni volta che vedevo uno di quegli uomini facevo riferimento ai Drughi di arancia meccanica, forse perché erano cattivi come loro. I Drughi mi stavano cercando e guarda caso uno di loro si trovava davanti a me e non mi aveva notato, senza indugiare gli conficcai il coltello in pieno polpaccio, e lui si mise a urlare di dolore come mai avevo sentito. Lo trascinai in mezzo a cespugli e corsi via dagli altri Drughi. Ero circa a tre isolati da casa mia e in tutta sicurezza potevo avvertire la polizia ma non reagì così. Presi un sasso di quelli pesanti e lo sbattei velocemente da destra a sinistra sulla sua testa, dopo poco i suoi occhi sembravano frittelle che guardavano il soffitto, era pallido e aveva cessato di respirare. Mi accorsi che aveva con sé un fucile e senza pensarci troppo lo afferrai e mi diressi in casa. Erano passati ormai venti minuti e in casa c’era solo uno dei Drughi che si era sbronzato con i pochi alcolici che avevamo in casa. Quando lo colpì con il mio fucile la sua testa esplose, letteralmente, e tutto il suo sangue mi cadde in faccia. Quando i vicini in campagna sentirono gli spari si insospettirono dopo aver sentito l’urlo e avvertirono la polizia. Sul pavimento non c’erano i corpi, probabilmente il Drugo che era scappato se li era portati via. Di fretta presi la pelliccia e il cappello di papà e uscì dalla finestra di casa nostra che affiancava il versante della collina. Presi il sentiero che risaliva la collina, e qualche ora dopo raggiunsi Dallas e mi addormentai sulla panchina di un ostello. Una volta svegliato mi trovavo in un carro di Afroamericani tutti a torso nudo nelle gelide giornate d’inverno, guidato da un bianco che trainava i cavalli. Da lì cominciò la mia fuga, verso la libertà. Sapevo già della situazione critica del razzismo Americano, ma papà voleva tenerci lontano da questi problemi, dicendo che noi eravamo al sicuro: papà non aveva previsto tutto correttamente. In quel momento mi misi a piangere, le mie lacrime caddero sulle travi di legno del carro. Nel carro c’era gente di tutte le età, c’erano alcune donne con bambini, ragazzi con malattie, e altra gente preoccupatissima… Chi provava a fuggire dal carro veniva fucilato all’istante, ormai non c’era alternativa sarei morto nel giro di una settimana o anche meno. Dopo qualche ora eravamo arrivati in un ex-manicomio dove si compravano gli schiavi. Funzionava così: il carro passava per molte città in tutto il Texas e chi non veniva comprato gli sparavano senza tante discussioni. L-ex manicomio era un luogo orribile, la muffa era concentrata negli angoli e non c’erano quadri o finestre. Gli Afroamericani non avevano diritti, un tipo qualunque avrebbe potuto comprare uno schiavo e massacrarlo di calci fino alla morte. Per mia fortuna venni comprato, era un uomo con la faccia coperta da un enorme cappello.

“come ti chiami?” mi chiese

“Oscar” risposi

“piacere Oscar, io sono Martin, Luther King. Ma puoi chiamarmi Martin.”

“Salve signor Luther King” risposi balbettando, per chi pensa che Martin Luther King sia uno con il carattere di Gandhi si sbaglia di grosso. Martin aveva impiegato poco tempo a fucilare ogni uomo bianco nella stanza, eccetto uno a cui disse di portare il carro di Afroamericani in un istituto in campagna a Fort Worth una città a ovest di Dallas. Quando si tolse il cappello mi accorsi che era di colore, ed anche maggiorenne. Così lo seguì senza dire nulla.

Quando arrivammo c’erano altri uomini neri. Martin rifugiava da tempo i nemici dello stato di notte e di giorno era un politico che difendeva i diritti deli Afroamericani. Chiedevamo spesso a Martin se avesse paura ma lui rispondeva sempre così: “non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli innocenti”. Siamo rimasti da Martin per 25 anni fin quando qualcuno non gli ha sparato, un altro di quei Drughi che aveva ucciso anche Malcom X. Nel momento del bisogno ho preso il comando e tutti siamo rimasti uniti per altri vent’ anni fino alla fine della guerra. La prima volta che uscii dall’istituto di Martin avevo 59 anni, e potevo dire che dopo tutti gli sforzi che avevamo fatto una volta usciti dall’istituto eravamo persone libere.

THE END

(SCRITTA DA ME, FILIPPO IN PRIMA MEDIA)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...