Il Lago di Valvestino

Uscito da Cremona imboccai l’autostrada per Brescia ma mi fermai in un autogrill a dieci minuti da questa. Ordinai un thè al limone e un croissant vuoto che non toccai, per cui chiesi alla commessa di avvolgermelo in una salvietta.

Ripartii con benzina sufficiente e in meno di due ore arrivai al lago di Valvestino. In quel lago non c’era nessuno, la mia era l’unica villa che si affacciava ad esso. Erano circa le 7.00 quando arrivai ed erano 7.40 quando finii di mettere a posto il necessario per la settimana. Non esitai a prendere il croissant e a mettermi in terrazza a guardare il cielo.

Sembrava un manto di velluto nero trapuntato da piccole macchie gialle di pennarello, ogni ennesima volta che lo guardavo sembrava nascondere qualcosa. Il lavo di Valvestino era circondato da pini di tutti i tipi, rendendo pungente l’aria al mattino. Molto spesso entravano civette in soffitta ma io mi ero abituato al loro verso. Scrutando il cielo in quella sera d’estate provai la sensazione conosciuta di non essere nulla rispetto all’immensa natura. Come se il cielo mi gridasse: “Sei piccolo!”. Ovunque tu cercherai, la natura ci sarà. E’ per questo che amavo quel lago, la mia era villa in mezzo ai monti e da lì si intravedeva anche il Lago di Garda, nascosto tra i pini, dove molto spesso andavo a fare passeggiate e trascorrevo la mia vacanza.

The End.

(Scritta da Filippo a 11 anni, in quinta elementare)