Storia di una fuga parte V

Quel giorno ero seduto assieme a Matteo su uno dei tanti pagliai di Marina di Ragusa.

Avevamo la vista sulla collina a nord. Quella dove abitava “Marino”. Era un vecchio che aveva il cognome uguale al nome. Perché i suoi genitori avevano avuto la fantastica idea di chiamarlo:

Marino Marino.

E ogni volta che qualcuno lo chiamava, si sentiva quell’assordante ripetizione tra i colli della Sicilia. Marino era rimasto vedovo a 60 anni. Da allora la sua routine prevedeva il catturare bambini ebrei che si aggiravano nei parchi di Ragusa e Capo Passero. A quel tempo avevo 22 anni.

Marino aveva trovato una ragazza tra i 12 e i 14 anni. E la aveva chiusa in auto.

Eravamo alla fine della guerra, dalla parte degli Americani. Marino si pagava la pensione rivendendo i bambini ebrei agli SS o al GESTAPO. Anche se il GESTAPO poteva benissimo catturare i bambini ebrei senza di lui. In Italia i nazisti non potevano più intervenire, Mussolini era morto e pian piano i partigiani avevano spinto i tedeschi fuori dall’Italia.

“Io farei fuori quel vecchio.” Disse Matteo.

“Perché?” Chiesi.

“Merita di morire. Uccide donne e bambini ebrei solo per divertimento.”

Gli davo ragione. Ho sempre odiato quel vecchio, era una persona violenta e guadagnava soldi uccidendo persone innocenti. Era come uno dei “cacciatori di taglie” di Ragusa, ma non faceva giustizia.

Quella volta, appunto, gli SS non potevano più pagarlo così volle uccidere la ragazza per puro divertimento. Penso che se non fossi intervenuto mi sarei sentito ancora più in colpa.

Anche Matteo si era guadagnato un soprannome nella malavita. “Garibaldi”. Perché riuniva le varie organizzazioni di “cosa nostra” del “Libero consorzio comunale di Ragusa”. Aveva molte amicizie in tutte le province di essa. Anche se il suo mestiere non era unificare le organizzazioni, ma spiarle. Faceva il giro di tutte le province quattro volte alla settimana e spesso impiegava tutto il giorno.

E ora Garibaldi aveva deciso che la vita di Marino era durata fin troppo.

Fu allora che vidi quella maschera. Il cavallo. Maschere talmente inquietanti che sarebbe bastato solo che il vecchio ci guardasse per farlo morire di infarto. La prese dal suo zaino nello stesso modo in cui lo fece 20 anni dopo con Fried e me medesimo.

Quando Matteo tirava fuori quella maschera significava che Thànatos (il Dio Greco della morte) era venuto sulla terra per un motivo. Fried ci aveva infatti parlato di un rapimento.

Diceva che degli uomini avevano fatto irruzione in casa sua e gli avevano chiesto di recarsi presso un palazzo della periferia di Monaco. Gli avevano fatto delle foto, e gli avevano chiesto se ne aveva delle nostre in casa. Ce le aveva ma aveva cercato di negarlo il più possibile. Finché non lo hanno scoperto e lo hanno pestato fino a farlo diventare viola come uno di quegli alieni di Avatar. Ora era senza un dente. Poi ci raccontò che durante il tragitto aveva sbattuto contro un palo, così adesso oltre al dente rotto aveva anche l’occhio nero.

Papà era una persona innocua, mai avrebbe fatto del male a qualcuno. Forse mi ha tenuto all’oscuro di molte cose. Volevo vendicarlo e ottenere giustizia ma questa volta non si trattava di un uomo solo, bensì di una SETTA. Una setta di persone che volevano vedere bruciare la famiglia Bongiorno.

Si trattava di una banca di Dallas. Ma non era la banca che ci interessava: era un dipendente che nascondeva qualcosa alla setta.

Erano le 11:59. Fried ci stava parlando della rapina fin quando non bussarono alla porta. Dopo quello che ci raccontò il coccodrillo ci allarmammo. Matteo impugnò la pistola prima di aprire. Spaventato mise il chiavistello e con una vocetta da colibrì sussurrò:

“Chi è?”

L’uomo che aveva bussato si precipitò sulla porta barcollando. Era Michele, ubriaco con la camicia strappata. Era tornato ora dalla “festicciola”.

“Mi hai fatto pigliare un colpo!”

Matteo tolse il chiavistello e aprì la porta a Michele che essendo appoggiato a quest’ultima cadde sull’ingresso.

Mi avvicinai a lui spingendomi sulla sedia a rotelle.

“Sei stato fuori tutta la notte, eravamo preoccupati.” Dissi.

Non era abbastanza sobrio per rispondere. Non aveva neanche la forza di alzarsi, di conseguenza si era appisolato sul pavimento con la bava alla bocca. Si vedeva che non aveva dormito. Fried rimase immobile a sorseggiare il suo caffè.

Gli diedi un’ultima occhiata e poi mi concentrai sulle parole di Fried. In verità nessuno si curò di lui, eravamo tutti e tre troppo impegnati per occuparci di un tale buffone. Avevamo tante cose di cui parlare ma non so perché quando cercavamo di discutere si creava sempre un’atmosfera di silenzio di tomba.

Mi guardai in giro e pensai: dove sono finito? Ora mi immaginavo io in sedia a rotelle sul quel tavolino di legno e nessun altro. La barba era diventata più lunga e più bianca. Avevo molti meno capelli, anzi se non fosse stato per quel minimo peletto che avevo esattamente in centro alla testa mi sarei potuto definire “calvo”. Ho visto per un attimo tutti i bei momenti della mia vita passarmi davanti come la pellicola di un film. Ero diventato più cinico, più freddo, più triste. Ero all’oblio, ancora in quel tavolo e ancora in sedia a rotelle. Era buio pesto o buio ragù non mi ricordo molto bene. Ad un tratto si accese una luce, era fredda e mi ricordava la lampada della mia camera d’ospedale. Una volta un’infermiera mi aveva spento la luce sul comodino ed era saltata fuori una falena. Ma una grande, con ali grandi di almeno sei centimetri. Volò fuori dalla finestra aperta a vasistas e mi venne il terrore che rientrasse. Quanto disgusto provavo per gli insetti.

Dalla luce accesa c’erano moltissime statue di persone che conoscevo. Come Pompei. Erano tutti pietrificati. Tra di loro c’erano anche Fried e Michele. La luce non illuminava tutti, alla fine del tunnel c’era qualcuno di vivo. La cosa strana è che non sentii la necessità di andare a vedere chi ci fosse alla fine. Rimanevo fermo lì. Allora capii una cosa che non avevo mai concepito prima…

Non era stato il coma o i domiciliari a farmi sentire solo. La verità è che io lo ero sempre stato, e non c’era alcol o droga che poteva nasconderlo. Il crack ti faceva sballare e divertire, ma non riempiva quel sentimento di solitudine che ho sempre avuto…

E un giorno, non molto lontano, mi volterò e mi renderò conto che: mi amano tutti, ma non piaccio a nessuno. E questa è la sensazione di solitudine peggiore.

CIT. BOJACK HORSEMAN.

Solitudine non vuol dire stare da soli, ma vuol dire sentirsi soli. Questa è la tristissima verità che cercavo di negare. Avevo tolto il dente più cariato tra tutti. Dovevo farmi una vita nuova. Scoprirò chi ha ucciso mamma e papà e poi la finirò qui. Questo mi ero promesso.

“Francesco?” Matteo mi chiamò un paio di volte ma non avevo risposto. Per quindici secondi ero ritornato in coma con gli occhi aperti.

“Sì scusa, cosa stavi dicendo?”

“Di Jago Foster” Disse Freid.

“Chi è?” Chiesi.

“E’ il dipendente che la setta ha detto rapire. Sappiamo solo dove lavora, ma non siamo obbligati ad andare in banca per prenderlo.”

“E cosa dovremmo fare una volta che lo abbiamo catturato?” Domandò Matteo.

“Nulla. Ci hanno indicato un capannone abbandonato, una volta preso Jago lo leghiamo e aspettiamo l’arrivo di quelli della setta. Semplice.”

“Dovremmo andare a controllare se questo capanno è accessibile prima di trovarci sprovvisti all’ultimo momento. Magari è una truffa…” Proposi io.

“Lo ho già fatto prima di venire a trovarvi. Le chiavi che mi hanno consegnato aprono la porta laterale del capanno per non farci vedere.”

Non ero convinto, si trattava di un sequestro di persona, era un reato grave. Il fatto è che non avevamo il lusso di rifiutare. Se non avessimo partecipato ci avrebbero uccisi come si fa con le formiche che in fila indiana vanno al formicaio. Fried aveva detto che erano in troppi, ci avrebbero trovato se non avessimo fatto quanto detto. Eravamo tutti un po’ confusi. Non era certo una scelta facile.

Ma nonostante l’indecisione avevamo ristretto i fatti a due scenari possibili:

A: noi accettiamo il lavoro e quando andiamo a pigliare Jago troviamo la banca colma di sbirri che si ammassano fra di loro per arrestarci. Ma una cosa gigantesca, sembra che tutta la polizia del Pentagono si sia spostata per venire in una piccola e insignificante banca di Dallas. Tutto il parcheggio pieno uomini in divisa, e lì il nostro scenario cade nella depressione. Matteo viene arrestato e pure Fried, io sprofondo nel pensiero di aver abbandonato i miei amici e mi butto giù dal balcone del tribunale. Però non muoio e subisco un trauma cranico che mi riporta di nuovo in coma. Risultato: ho perso i miei amici e altri anni di vita.

B: ce ne freghiamo e andiamo a denunciare il tutto. Però dopo un po’ quelli della setta ci trovano e ci ammazzano.

Quindi, visto che entrambi gli scenari sono brevi e non molto allegri abbiamo suddiviso quello che ci sembrava più sensato in altri due scenari:

primo scenario dello scenario A… Siamo ottimisti e crediamo non sia una truffa. Invece è una truffa e questo scenario si conclude come il primo.

secondo scenario dello scenario A… Siamo pessimisti e crediamo che sia una truffa, e invece non lo è. Rapiamo Jago e lo portiamo al capanno.

Non sapevo cosa fare. Io faccio sempre così: mi faccio coinvolgere da tristezze insignificanti come il finire un pacchetto di “Oreo”, e invece quando si tratta di una setta che vuole vedere morire me e i miei genitori appesi a una croce a testa in giù che neanche San Pietro, io me ne frego. La cosa era seria, si trattava di un sequestro di persona e quelli della setta poi chissà cosa gli avrebbero fatto. Ora però dovevo scegliere: Io o lui? Non erano più scelte come: panettone o pandoro o Milan o Juve. Una delle due avrebbe comportato lo scacco matto di me o di Jago.

Storia di una fuga parte IV

Mi svegliai. Avevo dormito in Jeans e in camicia. Un pacchetto di Oreo secchi a colazione. Un pasto leggermente più degno della cena e del pranzo del giorno precedente. Anche se ogni biscotto che mangiavo mi sentivo sempre più triste. Erano le dieci in punto. Il cielo aveva un colore noce pesca, e un contadino di Marzipan Lake era riuscito a cadere da una insignificante collinetta e di conseguenza a fare un tuffo nella gelida acqua del lago. (-2 gradi).

Matteo aveva le scarpe sul tavolo, entrambe, più una Chesterfield accesa in bocca. E Michele era andato a festeggiare alle 8 di sera e alle 10 del mattino non era ancora rientrato a casa.

“Matteo dove siamo?”

“Cioè fammi capire saremo qui da ormai una giornata e ora ti sei posto la domanda: dove siamo?”

“Ieri hanno tentato di uccidermi ero più occupato a mettermi in salvo.”

“Dallas.”

“Hai guidato fino a Dallas?”

“Qualcuno doveva pure salvarti.”

Ora erano le 10:01. Avevo tante domande da fare a mio fratello ma non avevo voglia di farle. Volevo solo sfondarmi di Oreo fino a che non mi sarebbe caduto l’intestino. Come Oliver. Quella notte lo avevo sognato, mentre correva trascinando le sue viscere in giro per la moquette rotolando fra i frammenti di vetro del tergicristallo della mia auto.

“Matteo, potrei chiederti una cosa?”

Scocciato buttò la Chesterfield, anche perché si accorse di non aver voglia di fumare.

“Dimmi.”

“Ti sei fatto una più minima idea, di chi sia l’assassino di papà e mamma?” Chiesi sporgendomi con il gomito sul tavolo.

“Non lo so. Mamma era vecchia e anche papà, se non fossero morti per omicidio sarebbero morti l’anno dopo. Infatti quando mamma è morta, e abbiamo aspettato la diagnosi, mi sono sorpreso quando il medico ha detto che era morta per strangolamento. La cosa è diventata più pericolosa quando è deceduto anche papà e zio Tony a Capo Passero a colpi di rivoltella. So però una cosa! Papà aveva corrotto degli Sbirri che gestivano lo spaccio di stupefacenti via postale a Capo Passero. Avevano, appunto, lo scopo di gestire questa rete illecita di droghe. E so che un periodo circolavano stupefacenti da tutto il mondo, e può darsi che si fosse fatto qui alcune inimicizie.”

Questo lo sapevamo entrambi. Ma di quell’ufficio postale, la capitale della corruzione e della criminalità di capo Passero, ne erano rimaste solo le ceneri.

“Di quell’ufficio non ne è rimasto nulla.”

“Perché?” Mi chiese Matteo.

“E’ andato in fiamme da ormai 25 anni.” Dissi mangiando l’ultimo Oreo del pacchetto a microscopici morsi. Non potevo muovere le braccia e le gambe per mangiare. Così per prenderlo lo afferravo con i denti e poi lo mangiavo. “Che facciamo?” Chiesi.

“Ho ricevuto una lettera la settimana scorsa. Da cuccudrigghiu.”

Friedemun, soprannominato da noi “cuccudrigghiu” (coccodrillo) era un nostro fedele amico. Fried era il fratello del figlio della sorella di una ragazza che una volta venne al 94° compleanno dell’amico del fratello di mio nonno. Non so per mia madre, ma per me era molto più facile associare la sua faccia anche a una parola lunga come coccodrillo, piuttosto che…

Il fratello del figlio della sorella di una ragazza che una volta venne al 94° compleanno dell’amico del fratello di mio nonno. Stessa cosa per Matteo che a 30 e passa anni era ancora in dubbio su quante “c” avesse la parola “coccodrillo”. Ovviamente non lo chiamavamo veramente “coccodrillo”. Erano soprannomi che ti guadagnavi nel lavoro, per quanto sanguinario eri o per il tuo modo di fare.

Matteo tirò fuori la lettera dalla tasca.

“MONACO DI BAVIERA, 2/ 7/ 1960.

Ciao Matteo. Sono Friedemun, ovviamente entrambi ci siamo accorti che l’assassinio del signore e signora Bongiorno non sono stati una coincidenza. Voglio venire Dallas 10 luglio. Ci incontriamo via Truman 12, busserò alla porta alle 10:25 di mattino. Porta anche Francesco. Ti spiego tutto al mio arrivo. Ti lascio mio numero di telefono.

+49 704 442 103

Cordiali saluti. Friedemun Osmund Wagner.

(Fried non parlava bene italiano perché di origine tedesca).

“Questo è il motivo per cui siamo qui!” Fa Matteo.

“Quando dovrebbe arrivare?” Chiesi.

“Tra circa 10 secondi.” Disse guardando l’orologio verde lime appeso sopra la porta della cucina.

Quaranta orologi svizzeri non sarebbero bastati per descrivere Fried. E’ arrivato esattamente alle 10: 25.

Bussò due volte precise, si fermò per qualche secondo sull’uscio della porta. Indeciso se entrare o meno. Poi girò la testa e si guardò le spalle per controllare di non essere seguito. Gli sembrò essere tutto sicuro, così entrò.

Fried era un uomo non particolarmente alto ma neanche “basso”. Si poteva collocare sulla metà. Aveva una cravatta verde lime (come l’orologio), che teneva sopra la camicia bianca. Occhiali da sole per coprire l’occhio nero. La bocca chiusa per nascondere il dente che gli mancava. E la barba per coprire la sua insignificante fossetta sul mento. Orologio con il laccio fatto di pelle di coccodrillo e per concludere con classe: aveva una spilla rossa sulla giacca.

C’era un motivo se lo chiamavamo coccodrillo e non era dovuto al fatto che vestiva con pelle di quest’ultimo. La verità è dura da raccontare. Ed è anche difficile ammettere, perché tutti i membri di quella cosa che i giornalisti chiamano “mafia”, hanno fatto quasi tutti cose orribili. E non si sono certo guadagnati il loro soprannome facendo cose semplici come: vestirsi con pelle di coccodrillo. Si racconta che Fried fosse andato in Africa a vendicarsi con un cliente che non aveva pagato mio padre. Ha fatto sbranare suo figlio dai coccodrilli e ha dato fuoco a casa sua. Questo ci raccontava a Palermo. Fried era più grande di noi. Quando lui aveva 18 anni io e Matteo ne avevamo sui 5. Essendo più grande, lui ci raccontava le sue imprese come se fosse un supereroe. Ho scoperto la verità crescendo. Ho scoperto anche che il padre del bambino mangiato dai coccodrilli era ricco sfondato. Per cui Fried, che non era stupido, prendeva i soldi del padre del bambino morto e poi si presentava da noi con i regali di babbo natale.

Nel lavoro che faceva Musso (e anche mio padre) ho capito molte cose sulla “mafia”. Musso si faceva circondare da servi. E da queste persone che ho soprannominato “cacciatori di taglie”, erano per lo più veterani in declino o gente ai margini della società che era disposta a sporcarsi le mani in cambio di qualche lira. Questo era Fried. Il capo dei capi dei cacciatori di taglie di Marina di Ragusa. Musso lo manteneva dandogli prede da cacciare e lui ritornava sempre vincente. Tutta Ragusa lo rispettava, questo è ciò che mi ricordo.

Quando entrò, poggiò la giacca su una delle sedie e ci salutò. Non avevo confidenza con lui, perché era appunto più grande di noi e di conseguenza lo avevo conosciuto tardi. Nei suoi occhi intravedevo la pietà e la sofferenza di tutte quelle persone che aveva ucciso.

Era molto più pericoloso di quanto appariva agli occhi della gente.