Tabacco parte VI

Non ne avevo fatto una tragedia, dopo tutto erano solo un peso. Dopo essermi tagliato i capelli nessuno sapeva più cosa dire, allora guardai fuori dalla finestra, sull’albero c’erano delle api che costruivano un alveare. Poi ricominciai a pensare all’omicidio, io penso veramente che tra gli strambi e provocatori misfatti dalle quali è afflitta la mafia, l’omicidio sia la peggiore. Questo pensiero mi barcollava in testa come una di quelle vespe. Commettere un omicidio non è come nei film dove le persone sono estremamente chiusi in un atteggiamento impenetrabile di indifferenza e insensibilità. Dove sembra che i personaggi abbiano giusto quel poco di buono per riflettere un secondo sulle loro azioni. Come supereroi. Io sono un po’ più vulnerabile al riguardo. Ma non sono mai stato nemmeno troppo spaventato nel vedere un uomo deceduto. Sono stato abituato da mio padre a sparare e a uccidere in caso di pericolo. Qualche mattina si alzava circa tre volte all’anno, e mi stringeva la mano. Non ho mai capito se la sua fosse una stretta fredda, superficiale e infima nei miei confronti oppure una da padre e figlio con affetto. Da una stretta di mano si possono capire molte cose, ma penso al 51% che lo avesse fatto per affetto, lui non era mai stato di sangue blu. Mangiava con le mani come un porco e detestava anche solo quelli del nord Italia che si credevano leggermente superiori. Ogni tanto ne passava uno del nord in motorino, e ci diceva sempre:

“Uee Terron! Cazzo stai a fare qui? Vai a raccogliere i pomodori, coglione!!”

Papà non ci faceva mai caso ma forse dentro di se aveva qualche istinto omicida. E dopo avermi tenuto stretta la mano ogni volta mi porgeva un coltello magari anche uno da cucina, bastava solo che fosse affilato. Lui era un pezzo di pane, mai stato capace di pestare le formiche, e mia madre pure. E trattenendosi dal pianto mi diceva sempre:

“Francesco se sono tuo padre cercheranno di ucciderti almeno 10 o 12 volte nella tua vita. Ed è importante che tu impari a difenderti e capire che uccidere è una cosa buona. Ora prendi questo coltello, e vai ad ammazzare quel gatto. E’ magro e malato morirà tra poco uccidilo così soffrirà di meno. E sappi che io sono una persona di merda e ho fatto troppi errori nella vita, tu non seguire il mio esempio. Studia e stai lontano dal crimine, dalla Sicilia e dalla Mafia. Ora uccidi quel poveretto, ti prego fallo per me.”

Pensavo all’istruzione di merda che avevamo avuto io Matteo e a quelle normali cazzate che sapevamo fare. Come arrampicarci sul carrubo, quello non ce lo aveva insegnato nessuno. O andare in altalena e in bicicletta e uccidere. Quel gatto era spelacchiato ed era talmente pallido che gli si potevano vedere le vene attorcigliarsi sulla costola. Mi coprivo gli occhi e afferrando il coltello e ripetendo tra me e me:

“Se lo uccido soffre di meno.”

Allora lo prendevo e gli tiravo il collo come se fosse una gallina. Si sentiva un gemito acuto come l’insopportabile rumore che emetteva la sedia a rotelle di Michele. Le budella gli fuori uscivano dal collo e faceva qualche metro con gli occhi chiusi, poi moriva lasciando questo mondo. L’enorme problema di sgozzare un gatto di Montalbano Elicona è che erano senza pelo ed il pelo nascondeva la morte. Poi gli raccoglievo la testa o una zampa e mettendola dentro un cestino di vimini la coprivo con un fazzoletto di seta, quelli che mia madre mi dava sempre per non farmi prendere il raffreddore in autunno e lo coprivo. E successivamente lo porgevo a mio padre, che cercando di non guardare lo riponeva sulla soglia della porta. Non sono sicuro che lo guardasse, forse se invece di metterci la zampa o la testa avessi messo qualche sasso non sarebbe cambiato nulla. Un po’ come la favola di Biancaneve, il cacciatore innamorato sostituisce il cuore di un cinghiale invece di quello umano della ragazza.

Poi Matteo ritorno a parlare, chissà a cosa aveva pensato lui in questo secondo? Magari a nulla visto che forse ero solo io stordito dal coma.

“Sai visto che sei in sedia a rotelle potrei bendarti con qualche garza la faccia e fare finta che ti sei ustionato. Così la gente non vedrebbe il tuo volto.”

“Si potrebbe fare!”

“Miche’, non è che c’hai qualche garza?” Urlò per farsi sentire fino al secondo piano

Nessuno rispose.

“Miche’?” Urlò di più Matteo.

“Sì…?” Fa lui.

“Non è che c’hai qualche garza?”

“Sì, sono in bagno nel cassetto in alto a destra dello specchio. Se vuoi c’è anche il disinfettante.”

“Ok grazie!” Michele era molto preciso nel dare le indicazioni. Sapeva riconoscere casa sua come la sua tasca. Per l’ansia guardai ancora l’orologio lime, ora erano le 12 esatte. Matteo non aspettò un secondo per bendarmi, ora non ci vedevo e respiravo a malapena.

“Non respiro…Alza la benda.” Matteo capì al volo e alzò la garza.

Una sensazione di sollievo mi attraversò i polmoni. Un formicolio freddo che percorreva la mia colonna vertebrale dal basso all’alto. Matteo prese la garza e la alzò leggermente sopra al naso e poi mi chiese:

“Ora respiri?”

“Sì, ora sì. Non riesco a togliermi la testa Billy Boy, quel povero uomo.”

“Sì. Devi solo pensare che è un coglione, lui ammazzava la gente per professione. E ha cercato di ucciderti.”

“Sì ma rimane sempre una persona. E io e te abbiamo commesso un omicidio da sedia elettrica.”

“Comunque lo ho ucciso io non tu. E credimi lui era una persona di merda.”

“No, io non lo conoscevo ma mi sento in colpa per aver tradito la volontà del Signore. Lo capisci Matteo? Non sono come Al Canri o gli altri mafiosi con i quali hai dei debiti che uccidono a sangue freddo. Ho lasciato questa vita da tempo, e ora con il coma tu mi stai trascinando.”

Sospirai e guardai altrove poi ripresi a parlare:

“Mio padre aveva ragione.”

“Su cosa?” Chiede lui.

“Che questa è una vita di merda, e più invecchio più me ne rendo conto. Io ero come lui, e anche se ho molti soldi e sono una figura importante in America finirò come lui.” Anche mio padre alla mia età la pensava come me. Un giorno andammo in un paesino a sud di Montalbano Elicona e passammo su un piccolo sentiero di campagna squallido e deserto. Lo stavamo percorrendo per via di una deviazione pedonale. Ad un certo punto c’era una staccionata di legno interrotta da del metallo arrugginito. Passai sotto e continuai, ma papà mi fermò. E mi disse:

“Non passare sotto, scavalca Francesco. Solo i vermi passano sotto, sei un verme France’ o sei un’aquila?”

Mi resi conto di come eravamo stati istruiti io e Matteo, dove eravamo cresciuti. E come avevamo imparato le classi sociali della mafia, io ero venuto su con la testa abbastanza sul collo. Matteo no. Non si era mai drogato ma era diventato una persona violenta, aveva imparato che il sangue era suo amico.

“Andiamo a fare sta cazzo di spesa.” Dissi io in seguito.

“Andiamo.” Ribattè lui.

“Michele noi andiamo a prendere due robe al Minimarket qui vicino.” Urlai

“Ok! A dopo…” Ma non prestò molta attenzione alle mie parole poiché era impegnato a scrivere.

“Aspetta prendo il portafoglio.” Era sul tavolo, face un passo se lo nascose rapidamente in tasca. Sul ciglio dell’ingresso c’era un sacchetto dell’umido aperto ed il pattume era sparso sul terreno. Era esposto al sole e in estate si era squagliato. Non sapevo perché mi concentravo su queste cose quando dietro avevo un paesaggio più bello. Come la collina. Quella a sud, la più attraente. Non era del tutto tonda, si allungava in una specie di gobba che degradava torcendosi dolcemente fino alla pianura. Al di là della pianura c’era Marzipan Lake. Si intravedevano da lontano delle lance a vapore, che distanti sembravano attaccate una contro l’altra nell’acqua limpida. Non c’erano molti bagnanti per fortuna. Da giovane avevo fatto il canottiere per tornare a casa a sedici anni con qualche spicciolo. C’è qualcosa in quel piccolo mezzo di trasporto che mi induce a detestarlo, in effetti quale canottiere non provava invidia per le lance a vapore. In loro c’è un non so che di spavaldo e irritante che mi invita a strangolare colui che la guida. E non è la prima volta che mi barcolla nel cervello questo profondo sentimento di odio nei loro confronti. Matteo spinse la sedia a rotelle e mi impedì di intravedere il lago, e più abbassavo la testa più scompariva tra i campi di grano dorati. Non c’era un sentiero dove il grano era meno alto, forse facendo il giro a sud. Era un mucchio di erba alta almeno un metro e trenta. Io essendo bendato non ne sentivo la presenza ne’ alla testa, ne’ alle ginocchia. Invece Matteo detestava il lento fruscio del grano sul collo che a volte lo pizzicava e gli rimaneva attaccata sulle spalle qualche cicala. Ma non si lamentava, si vedeva solo che spostava la testa di qua e di la ed evitava di andare veloce. Una volta giunti sul ciglio del marciapiede Matteo mi afferrò per le ascelle e mi mise seduto in auto. La targa era passata da: “Adtvi12unm” a “Sc45tynqer.” Il sedile era morbido e continuavo a tastarlo con le dita, in attesa che anche Matteo salisse in auto. Poi una volta entrato inserì le chiavi dell’auto nell’apposita serrature e la accese. Fece retromarcia e una scia di argilla si sparse nell’atmosfera.

“Il Minimarket è dietro la collina a est.”

Presguimmo in un sentiero che avvolgeva il rilievo come un asciugamano. Era una strada fatta di cemento fresco che conduceva fino a una delle provincie di Dallas, un paesino a 20 miglia da Lucas. Ma pressapoco i sentieri erano tutti uguali. Ci vollero sui cinque minuti per raggiungere il supermercato.

“Se sapevo che era così vicino parcheggiavo prima!” Esclamò Matteo. Cercava di farsi simpatico e sorridere, dopo tutte le disgrazie che mi aveva fatto passare in questi tre giorni. Una volta parcheggiato uscimmo dall’auto, da vicino il market appariva più un caffè. Una specie di Autogrill dove si può sia consumare che comprare. Dentro c’era solo un adolescente sempre sui sedici anni. Era alto e magro. E per quanto si sforzasse di mantenere il suo sorriso da perfetto rapporto tra cliente e commesso appariva sempre una smorfia. Aveva dei brufoli sulla fronte e della barba che stava ancora crescendo. Dei capelli castani e dritti come pali, ed il collo per metà spellato. Una volta dentro suonò una campanella appesa sopra all’ingresso.Il sedicenne si voltò subito poiché nel negozio non c’era nessuno eccetto io e Matteo.

“Buongiorno!” Fece Matteo.

“Buonasera!” Contrastò subito il commesso. Poi ognuno si immerse nelle proprie attività, l’adolescente a contare il denaro guadagnato e io e Matteo a fare la spesa. Passammo davanti al banco dei salumi gestito da una ragazza bionda e giovane.

“Due etti di salame ungherese.” Chiesi.

“Al volo.” disse lei. Ci guardammo intorno, nel carrello c’erano già: Fusilli, sale grosso, olio, zucchero, caffè, yogurt, qualche petto di pollo, pane e salumi. Una volta preso tutto senza dire nulla il commesso alla cassa ci chiamò.

“Arriviamo.” Fa Matteo. Poi a bassa voce mi sussurrò:

“Questo mai farsi i cazzi suoi?” Non ho riso ma ho solo allargato il labbro sinistro in alto mugugnando e facendo uno strano verso con il naso, in modo che sembrasse una corta risata. E ottene il successo desiderato. La sedia sul pavimento per metà bagnato cigolava come non mai, ma per fortuna dovevamo percorrere una strada breve. Matteo cominciò ad appoggiare il cibo sul nastro, e una volta terminato il commesso disse il prezzo soffiandosi il naso e guardando altrove.

“Cinque dollari.”

“Ehi, non è che puoi farci un piccolo sconto?”

“Mi dispiace i miei genitori mi hanno raccomandato di non fare sconti ai clienti su merce non scontata.”

“Nemmeno un po’? Abbiamo preso le marche più economiche ed il prezzo è sempre alto.”

“Se vuole posso farle il 10%.” A quel punto Matteo si incazzò come una iena e tirò fuori dai polmoni l’ira di Dio. Dalla tasca afferrò una calibro 38 da 99 millimetri a cui aveva aggiunto il silenziatore, la stessa che aveva dato a me una volta fuori dall’ospedale. La ficcò dritta in uno spazio vuoto della camicia sulla spalla nella vena basilica e disse:

“Ascolta non vuol dire che se il mio amico è in sedia a rotelle bendato puoi trattarci come handicappati e prenderti gioco di noi facendo finta che il 10% sia tanto. Ora tu ci fai il cento per cento di sconto più gli interessi e non lo dici a nessuno.”

“Quanto volete?” Disse spaventato.

“Quanto hai lì?” Chiese Matteo.

“Cinquanta dollari.” fece.

“In contanti?”

“No, ho una banconota intera. Ma ti prego ora lasciami!”

“Ti lascerò quando mi darai i soldi che mi spettano.”

“Ecco prendili, ma butta giù l’arma ti prego.” Gli poggiò sul banco con il palmo della mano.

“Per essere un uomo, le palle non ce le hai!”

Non osò rispondere.

“Dov’è la chiave del bagno?” il commesso la tirò fuori dalla tasca senza indugiare, era piccola e arrugginita. Matteo la afferrò con la mano sinistra assieme ai soldi.

“Bene, ora dimmi dove sta’ il bagno.”

“Sta’ qui a destra.”

“Ecco voglio che tu entri dentro!” Era piccolo e caotico, i tipici bagni da caffè. Il commesso alzò le mani e come le alzò Matteo disse:

“Non serve che alzi le mani coglione! Se ti ammazzo muori anche con le mani in alto!” Diceva tutto bisbigliando per evitare che la ragazza che gestiva i salumi dall’altra parte del minimarket sentisse.

“D…devo…devo entrare?” Chiese il commesso balbettando

“Sì, devi entrare. E se lo dici a qualcuno sei morto!” In tutta questa lite io tenevo il carrello della spesa. Il commesso era entrato e Matteo impugnò la pistola con la sinistra e prese le chiavi con la destra. Poi chiuse la porta con l’adolescente dentro e girò le chiavi due volte verso destra per non farlo uscire. Poi parlò a me:

“Ora andiamo via.” disse a me e in seguito urlò:

“Arrivederci!”

La ragazza che gestiva i salumi ribatte sul momento sorridendo.

“Arrivederci!” Uscimmo dal negozio senza nemmeno un graffio, e in fretta e furia Matteo mi buttò sul sedile posteriore dell’auto piegò la sedia a rotelle e me la poggiò sulle ginocchia. Poi aprì lo sportello per guidare, si sentiva che era in moto ma era intrappolata dal fango:

“Sto cazzo di fango!” Disse lui. E dopo qualche secondo scendemmo dalla collina per tornare a casa da Michele.

Tabacco parte V

Tutti rimasero in silenzio. Uno di quei momenti in cui c’è talmente tanta tranquillità che si riescono a sentire i rumori della natura oppure i suoni in sottofondo. Non esiste il silenzio, anche se tutti stanno zitti come pesci. Matteo prese lo sgabello che reggeva la radio, e poggiò questa sulla moquette. Si avvicinò a mi e disse:

“Ora sto cercando di accumulare soldi con lo spaccio. E sono riuscito a contattare un criminale . Ha un progetto che non so quando riuscirà a realizzare ed è molto occupato. Ma di soldi ne fa, e mi fa fare alcuni lavori in nero. E ‘ gentile.”

“Quanti debiti devi ripagare?”

“Saranno dieci o quindici.”

“Sono tanti soldi?”

“Sì, non riuscirò mai a ripagarli con lo spaccio. Ma sono riuscito a trovare una cosa con cui potremo salvarci.”

“Cioè?”

“Si tratta di trasferirsi ad Amsterdam “

Era tutto velato di grigio. Faceva caldo, era umido, e sbuffi improvvisi d’aria smuovevano l’afa. Nella notte delle nuvole grosse si erano accumulate sull’orizzonte e avevano cominciato ad avanzare sulla campagna deserta. Matteo si alzò, e si diresse verso la finestra e sputò un cumulo di saliva nei campi di grano. Chissà dove era andato, cercarlo sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio.

“Sono stato stupido!” Fa lui in seguito

“France’ se mi ucciderò o mi uccideranno voglio che tu mi sotterri in fondo al mare.”

“E perché?”

“Voglio che la gente pensi che sono un tipo molto prevedibile e poi si chieda dove si terrà il funerale, e che rimangano sorpresi nel sapere che si terrà in mezzo al mare.” In quel momento Matteo si credeva una persona come le altre, ma non era così. Per la società era un mafioso omicida e lo ero anche io. Gli si leggeva in faccia che era ormai giunto all’ultima spiaggia, pensava già alla sua morte. E se i mafiosi a cui doveva dei debiti se la fossero presa con me? Cosa sarebbe successo a me in questa vita?

“Cioè fammi capire con tutti i debiti che hai pensi a ste’ cazzate?” Gli dissi io, ma potevo perfettamente capire.

“Qualche volta.” Rispose lui scrutando fuori dalla finestra, come se tra tutti i campi di grano volesse ritrovare il suo sputo.

Ora c’era un’atmosfera pesante ed il cielo aveva preso un colore innaturale, scarlatto. Le nuvole, prima ammassate sull’orizzonte ora si scagliavano una contro l’altra. Ma sicuramente non sarebbe piovuto, sopratutto perché le nubi tendevano a spostarsi verso destra.

“Ma perché Amsterdam?”chiedo io cambiando argomento

“Cambieremo vita e trasporteremo il Crack che lì è legale in altri stati facendoci pagare di più!”

“E come pensi di pagare il traghetto per l’Europa? Quanti soldi hai nel portafoglio?”

“Ho 14 dollari, non so come funzioni l’economia ad Amsterdam ma posso permettermi il traghetto!”

“Matteo, forse posso prestarti dei soldi e investirli in Borsa.”

“Grazie, ma quanti me ne potresti prestare?”

“Altri 10 000…Ma non è semplice, quindi potrei darteli a rate. 100 euro alla settimana. Non posso darti dieci mila dollari in contanti, non passerai inosservato.”

“Potremo farlo, e poi facciamo cinquanta e cinquanta in borsa.”

“Sì, ma prima voglio che mi tiri fuori da questo casino con Billy Boy.”

“Ok, vedrò cosa si può fare” disse Matteo.

Ora non si sentivano più i grilli e le cicale, ma il cinguettio degli uccelli. Fuori dalla finestra, dopo la campagna e a valle della collina a sud una scia di ciclamini viola attraversava quella piccola fetta di pan di Spagna gigante e ne percorreva la sua spina dorsale. L’armonia e la pace regnavano su quella collina mentre qui veniva da darsi un colpo in testa dal caldo. Matteo si accorse che non lo stavo più ascoltando, allora tutti e due rimanemmo nel silenzio più totale ascoltando la natura. Il ventilatore era acceso ma per sentirne la presenza dovevamo avvicinare la testa ad esso. Girava lentamente, e la lampada accesa attirava qualche mosca che ci sbatteva la testa contro.

Matteo ora si era diretto verso la porta e si era appoggiato lì come se la casa dovesse cadere a pezzi da un momento all’altro. Era appoggiato con la schiena, sembrava Tex, gli mancava solo la pistola. Mi avvicinai spingendo la sedia a rotelle. Fuori dalla finestra non c’era l’ombra di una macchina. Non so se eravamo ancora a New York mi sembrava molto meno caotico. Allora chiesi a Matteo:

“Dove siamo?”

“A Dallas, più a Sud c’è la periferia.” fa lui

“Hai guidato fino a Dallas?”

“Sì ma tu non te ne sei reso conto perché dormivi.” Annuii e mi misi a pensare ad altro. Mi accompagnò fino giù al primo piano, ma Michele non c’era. Era in una stanza al secondo piano, seduto su uno sgabello. C’era la porta aperta, contro la parete si appoggiava una scrivania verticale e un enorme libreria piena zeppa di libri disposti in ordine cronologico. La camera era spoglia e c’era afa anche se la finestra era spalancata.

“Cosa stai facendo Miche’?” Faccio io

“Sto scriv…Nulla”

“Cosa?”

“Sto scrivendo.”

“Ah e cosa?”

“Sto lavorando a un nuovo.”

“Bello! Posso vedere?”

“Certo vieni!” Mi avvicinai, era un foglio A 4 bianco come i denti di Michele. Era suddiviso in 14 rette parallele che erano tracciate con una mina leggera da sinistra a destra. Teneva in mano una penna biro blu a corto di inchiostro. Nella mano sinistra.

“Sei mancino?” fa Matteo, lui notava tutti questi particolari.

“Ambidestro, nella marina usavo molto tutte e due le mani, e mi sono abituato ad utilizzarle entrambe.”

La camera aveva i soffitti alti e spogli ed il corridoio che lo attraversava era buio e sotterrato dalla penombra. Ma non era per nulla polveroso e lurido, solo grande e pulito. C’era odore di pomodoro, probabilmente l’altra sera che tutti eravamo andati a letto a pancia vuota e lui si era scaldato una pizza surgelata. Cosa che avrei fatto io se fossi rimasto sveglio, forse avrei bevuto. Già a queste parole una sensazione di disgusto mi percorreva la lingua.

“Sai già come si chiamerà il libro?”

“Sì.”

“E come?”

“Michele Bayley, penso che lo chiamerò così.”

“Di cosa parlerà?”

“La mia vita.” disse lui bagnandosi le labbra poi feci una pause di almeno cinque secondi e dissi:

“La tua biografia?”

“Esatto! Vorrei che qualcuno sapesse che sono esistito e tracciare un segno nella storia. Ormai ho 76 anni.”

“Un idea molto profonda, ma tu sei italiano?” chiedo

“Sì, Calabrese.”

“Ok, lo leggerò. Da quanto hai iniziato a scriverlo?”

“Da tre mesi, ora è finito…Devo solo trovare una casa editrice che lo pubblichi.”

Notai in quel momento che su uno scaffale della scrivania c’erano cinquecento pagine sempre di un foglio A 4 tutte quante scritte.

“E’ il tuo primo libro?”

“Sì, ma so già che sarà più famoso dell’inferno di Dante.”

“Va bene, se mi cerchi io sono in salotto. Buona scrittura.” Appena uscii dalla camera socchiusi leggermente la porta.

“No, lascia aperto che sto soffocando dal caldo.”

“Certo scusa.” Ripresi la maniglia della porta e la spalancai. Ora io e Matteo eravamo al primo piano. Erano apparse le nuvole. scorrevano veloci su un cielo stinto proiettando delle macchie scure sugli immensi campi di grano. Erano ombre, e si notavano dato che il campo era dorato e le colline erano verdi. In qualsiasi prospettiva provassi a guardarle sembravano sempre avvolte da un mantello verdognolo e qualche colore estivo. Si vedevano in lontananza, da qui sembravano un po’ sfuocate e lontane. Ho sempre notato anche nei disegni che quando si vuole fare apparire qualcosa lontana il colore si sfuma. Si spinge sui bordi ma sempre restando leggeri e dentro il colore si fa sempre più chiaro. Mi diressi verso il frigo assieme a Matteo, lo aprì. C’era solo: un tubetto di maionese tutto finito, una bottiglia d’acqua riempita per metà aromatizzata alla ciliegia e due yogurt scaduti l’anno precedente.

“Dobbiamo fare la spesa.” Fa Matteo aprendo lo sportello del frigo .

“Ah…” sospirai

“Lo chiediamo a Michele?” chiedo io

“No, lui ha già fatto troppo. Ci andremo noi.”

“Si certo. Matte’ basta a fare il rincoglionito, dai iniziative troppo ideali e le spari alla cazzo, svegliati.”

“Non sto scherzando, dobbiamo solo cambiare il nostro aspetto per non farci riconoscere. E poi se non lo cambiamo ora lo faremo questa settimana, non possiamo rimanere qui dentro per sempre.”

“Sì, e come?”

“Billy Boy era un neonazista giusto? Ci facciamo SkinHead e ci tatuiamo una svastica così in tribunale avremo qualche speranza con il partito di destra.” Non era una brutta idea per lui, io invece sono conosciuto in America e mi avrebbero riconosciuto lo stesso.

“Ma dobbiamo cominciare ora.” Si incamminò verso il bagno, la porta di plastica era già aperta. Una volta dentro si precipitò sul lavello e aprì tutti i cassetti all’altezza delle ginocchia. Finché dopo qualche minuto non trovò il rasoio. Avevo fame per la prima volta dopo tre anni, ma non decisi di prendermi da mangiare. Volevo provare quella sensazione che tanto non percepivo. Successivamente si presentò davanti a me impugnando un rasoio. Matteo aveva trentasette anni all’epoca e i suoi capelli dritti come pali, avevano una loro specifica pettinatura e non ne aveva mai perso uno in tutta la sua vita. Io invece ogni settimana dovevo pettinarmi in un modo ancora più diverso e stravagante per i pochi capelli che mi crescevano. Afferrò un tovagliolo di carta dal tavolo e una volta seduto attaccò la spina.

“Questo lo faccio per te, per quello stronzo di Billy Boy e per me!:” Fa Matteo afferrando il rasoio. Detto questo si poggiò la lama in fronte, era fredda e tagliente. E con un gesto veloce i suoi capelli castani caddero per terra spargendosi nel pavimento. Ora era calvo al centro ed aveva il suo solito taglio ai lati. Poi senza indugiare si tagliò anche ai lati.

“Bene, ora fallo anche tu!” Così non sembrava uno Skinhead ma solo un pazzo che si era dato una rapata alla cazzo. Lo presi in mano era bagnato dal sudore, i liquidi corporei della mano di Matteo avevano appiccicato il sudore alla zona metallica del rasoio. Allora guardai negli occhi Matteo e dissi:

“Lo faccio per te, per Cuba, per tutto quello che mi sono perso, e per me!”

Tabacco parte IV

Ho aperto gli occhi, io ho sempre avuto delle ciglia molto lunghe ed il fastidio di averle è che si intersecano sempre tra loro, mi succede spesso dopo aver aperto gli occhi. Dei raggi del sole entrarono dalla persiana che era chiusa per metà e mi illuminavano a strati, tranne il viso. Avevo solo le lenzuola addosso che mi arrivavano all’altezza delle ginocchia. Matteo si era già alzato e si era rifatto accuratamente il letto, prestando attenzione a non svegliarmi. Fuori dalla finestra, all’entrata della casa, si sentiva un rumore fitto e continuo, il rumore di un colpo di martello che si ripete all’infinito. Le cicale cantavano e ricoprivano leggermente il chiasso, a quel punto appariva una melodia. Il “cra-cra” delle cicale con il “ton-ton” del martello. Di notte c’era da schiattare, nemmeno un po’ di brezza varcava la finestra. Il calore entrava nelle pietre, sbriciolava la terra. E quando prendevi i pomodori nell’orto, erano senza succo, e le zucchine piccole e dure. Ma quell’estate il grano era alto. A fine primavera aveva piovuto tanto, e a metà giugno le piante erano più rigogliose che mai. Per la prima volta dopo tre anni ho sbadigliato assonnato. Tirai giù le lenzuola e mi guardai la gamba destra quella che mi faceva male l’altra sera: non era niente di grave si era solo sbucciata. La stesi e guardai fisso il mio alluce destro, stavo sudando. L’osso del dito tremolava e l’unghia si stava per togliere. Mi concentrai fisso sullo lo stesso dito per dieci minuti e mi accorsi che finalmente l’alluce riusciva a toccare il secondo dito. Ci sono voluti due giorni, ma ci sono riuscito, si muoveva perfettamente. Sono rimasto a letto mentre il sole cominciava ad accendersi.

“Matteo!!!”

Il rumore del martello in sottofondo era troppo acuto per fare spazio alla mia voce. Il frastuono che provocava l’arnese era come un metronomo, aveva un tempo ed un ritmo. Bastava solo parlare nel momento in cui Matteo acquistava le forze per battere un altro colpo.

“Matt!!…”

“Toc!”

“Matte’!!”

“Toc!”

“Matteo!!!”

Posò il martello per terra che si impantanò assieme ai calcinacci e a le budella dei gatti morti sparsi qua e là. Era un martello norvegese di quelli senza la zona appuntita nel retro. La parte metallica era un po’ strisciata e rovinata dagli anni passati. Tirai su la persiana per farmi notare, lui sentì il rumore e guardò in alto. Aveva messo degli occhiali da sole di plastica con la montatura frontale verde e quella laterale nera.

“Cazzo vuoi? Che c’hai dormi’ fino a chest’ora?”

“Eh…Sì”

“Ma dai!!! Mo’ vengo!”

“Cos’hai oggi? Hai le palle girate Matte’ ?” dissi.

“No, lascia stare!”

Mi limitai a mugugnare per qualche frazione di secondo e poi ripresi a parlare. “Do’ sta Miche’?”

“Sta di sotto con un tipo.” mi rispose Matteo.

“Chi?”

“Un autista Uber tuttofare che sta riparando il lavandino”

“Ah ok, vieni?”

“Aspe’!” mi dicce.

Il canto delle cicale cominciava a farsi pesante. Le suole delle scarpe di Matteo che si mischiavano assieme ai calcinacci e al fango facevano un rumore assordante e schifoso. Si avviava verso casa girando la testa al limite, come i gufi. Poi ritornò a guardare la campagna deserta e la casa in mezzo al nulla. Una volta sul ciglio della casa si pulì sullo zerbino che sembrava abbastanza recente rispetto al resto degli oggetti dentro la casa. Su esso era scritto: “Home sweet home” con lo sfondo di una foto di New York vista dall’elicottero. Si strofinò le suole ed entrò in casa. Michele era seduto e stava masticando un biscotto che aveva in bocca da non so quanto tempo, era ancora in pigiama. E a fianco a lui c’era l’autista che stava cercando tra le cianfrusaglie della cucina. Era magro, con la testa pelata. Sopra le orecchie gli crescevano dei capelli gialli e radi che teneva raccolti in una coda. Aveva il naso lungo, gli occhi infossati e la barba, bianca, di almeno un paio di giorni, gli macchiava le guance incavate. Le sopracciglia lunghe e biondicce sembravano ciuffi di peli incollati sulla fronte. Ed il collo era grinzoso a chiazze, e le labbra screpolate. Teneva in mano un cacciavite, si stava levando il muco dalla narice sinistra con un gesto veloce. C’era caldo, aveva la camicia a picche bagnata dal sudore. Michele invece si era messo molta brillantina e nonostante i numerosi e futili tentativi i suoi capelli biondi non si reggevano in piedi. Allora ogni minuto li accarezzava delicatamente dal basso all’alto come se dovessero scattargli una foto. Finalmente si era deciso a deglutire dopo aver masticato più di elefante lo stesso cibo. Ora stava sorseggiando un caffè appena fatto sulla stessa tazzina dell’altro giorno.

“Miche’ ti dispiace se prendo la sedia a rotelle per Francesco?” Fa Matteo

“Sì fai pure è lì a fianco alla porta della mia camera da letto.”

“Ok grazie, uno di questi giorni ne compro una”

Nessuno disse nulla. Il tuttofare riprese a parlare: più Matteo andava verso di me più le voci di Michele e l’autista diventavano inudibili. Come i muri della casa che avevano perso l’intonaco dopo anni. Si sentiva il rumore dei passi che sulle scale di legno rimbombavano. Sul comodino c’era una piccola scultura di una madonnina in metallo che pregava e a fianco la foto della figlia di Michele. Una ragazza alta e bionda, con un sorriso che assomigliava a quello del padre. Due orecchie che si notavano poco, per niente a sventola. Un naso leggermente rotondo e due occhi grandi e luminosi color nocciola che forse aveva preso dalla madre. Nella foto era venuta bene anche se essendo di dieci anni prima era rovinata. Le ultime gocce di pioggia della serata precedente cadevano dalla grondaia. Sul comodino c’erano due cassetti, sul primo delle cinture e cravatte. Ed il secondo era per metà vuoto con delle collane dorate e caramelle al miele e spiccioli lanciati come cibo per piccioni.

Matteo era arrivato alla mia stanza, aveva varcato la soglia ed era entrato.

“Ecco ho preso la sedia, oggi pomeriggio vado a comprarne una.” Afferrò la sedia e si è diresse verso il letto appoggiandola sullo strato di legno prima del materasso.

“Domani vedo di farti dormire sul divano!”

“Ho rubato la targa a una stessa auto in città, e la ho messa al posto della mia. L’unica che ho trovato aveva il parabrezza rotto, allora ho dovuto dare una martellata anche al mio. ” Deglutì e si bagnò le labbra.

“France’ il fatto è che io ho appena commesso un omicidio e l’infermiera e altra gente hanno visto le nostre facce. Per quanto sia grande New York non possiamo vivere qui per sempre. Io non sono conosciuto oltre i confini della mafia, nessuno sa chi sono da quando ho cambiato il cognome. Invece tu… Sei una figura importante a Wall Street e ti stanno cercando da giorni.”

“Comunque è legittima difesa, possiamo presentarci senza problemi.”

“Non funziona così. Ci farebbero delle domande, e io non posso rischiare la mia identità. Comunque Billy Boy era un veterano e anche se nazista rimane sempre una figura importante per tutto il tribunale di destra. E se vengono a sapere che ho commesso altri omicidi di alcuni comunisti che si aggiravano a Cuba, avremo contro anche il tribunale di sinistra.” In effetti aveva ragione se le cose andavano male andavamo all’inferno assieme a Billy Boy. Deceduti nel suo stesso modo con una siringa di cianuro.

“Potremo corrompere il giudice!”

“No, non so quanto può chiedere. In questo periodo sono a corto di soldi e ci servono per i comunisti. E se il giudice si ammala e viene cambiato all’ultimo momento? Lo farebbero stare a casa.” ribattè Matteo.

“Lo so ma non posso nascondermi per sempre!”

Guardai la foto della figlia di Michele sul comodino e mi venne un colpo di genio.

“Se rapissimo il figlio del giudice? Invece di corromperlo?”

“Dovremo capire come entrare in casa sua. Ma metti solo che il bambino inizia a piangere.”

“Potremo procurarci dell’Alcover, oppure rompergli le mandibole.” insistei.

“France’ mio Padre è stato uno dei più grandi boss mafiosi siciliani. Ma neanche lui è mai arrivato a rapire un bambino da un secondo all’altro.”

“Quindi, cosa intendi fare?”

“Intendo che l’idea è buona ma a me pare un po’ azzardata. Tutto qui…Solo, se lo facciamo, non farlo sapere a Michele.” Appoggiò accidentalmente la mano sopra le lenzuola, sul mio piede. Allora per istinto mossi l’alluce, l’unico dito che potevo muovere.

“Hai mosso il dito!!”

“Sì, stamattina dopo molti sforzi sono riuscito.” affermai.

“Bene! Ecco, prima di fare cazzate, mi sento in dovere di dirti quanti casini sono successi mentre tu eri in coma.”

Deglutì e tirò fuori tutta la lingua per bagnarsi a malapena le labbra con un gesto rapido. Mi accorsi in quel momento che appena fuori dalla porta della camera c’era una radio, antica e piena di polvere ma, anche se piena di difetti, faceva il suo lavoro.

Trasmettevano il solito tormentone estivo che ordinariamente bene o male era sempre di un gruppo che in America si sentiva nominare più dello stesso presidente Americano. The Who. Quest’anno la loro canzone si intitolava: “My Generation.” Eravamo già all’assolo di basso di John Alec Entwistle il bassista del gruppo. Il tempo di ascoltare un frammento di quel breve brano che Matteo disse:

“Vado a prendere una cosa! Per farti vedere.”

Si alzò dalla sedia, spense la radio, fece un passo, poi un altro, si mise le mani in faccia e si accucciò a terra guardandomi.

“E’ un bel casino.” Fece lui, poi si è alzò e mi ha afferrò prima dalla gamba sinistra e poi dal braccio destro, per l’ascella, e mi posò in sedia a rotelle. Mi sentivo inferiore a lui anche se in realtà era il contrario forse solo perché era più alto.

Si voltò e si avviò verso la porta che era già aperta ad angolo piatto. Poi uscì con il corpo ma infilò il collo nella stanza.

“Arrivo subito.”

C’era un afa terribile, mi tolsi la canotta che era oltretutto nera e macchiata di caffè. Giuro che se scopro chi è il genio che ha inventato le canotte nere gli sfascio casa. Matteo impiegò poco tempo a tornare e mi presentò davanti un libro in perfette condizioni. Era di colore rosso con un martello ed una falce intersecati tra loro e con un’estremità a sinistra una stella come copertina. Si intitolava: “Il Capitale.” L’autore si chiamava Karl Marx.

“Vedi questo cazzo di libro, mi ha rovinato la vita.”

“Perché?”

“Lo avevi già visto?”

“Sì, risale a prima del mio coma.”

“Con questo è nato un movimento politico della Russia che sostiene che ogni cosa appartenga allo stato ovvero ciò che pensa Marx.Da qui il nome Marxismo o comunismo. Sono molto idealisti.”

“Ed il loro simbolo è il martello e la falce?”

“Esattamente”

“Sì, gli conosco. “

“Siamo in pericolo. Ecco ora che c’è questa guerra, Cuba ha un punto di vista interessante per i socialisti. Se pensi da lì potrebbero accedere all’America latina al Messico e alla repubblica domenicana. E ora che tra un po’ se ne andrà Eisenhower. In che modo potrei sapere che l’altro non è una testa di cazzo e che non darà Cuba ai socialisti! Per cui sono venuto a sapere le ultime notizie della CIA e sembra che i comunisti abbiano voglia di fare un attacco frontale proprio a Cuba.”

“Quando saranno le elezioni?” Faccio io.

“L’otto novembre! C’è un elezione tra John Fitzgerald Kennedy e Richard Milhous Nixon.”

“Per me potremmo fare così. Salvarci il culo prima delle elezioni, mio zio don Tano in Sicilia fa molta grana e ha gestito tutti i soldi di mio padre. Forse potremo riuscire a ripagare qualche debito. E il mese prima delle elezioni convinciamo il presidente che sembra più debole. Kennedy. Lo minacciamo e gli diciamo di proteggere Cuba e in cambio gli diamo il voto di una percentuale di cittadini Americani.”

“Hai ragione potremmo farlo!”

” Poi con i soldi di don Tano e i casinò di Cuba, le coltivazioni di Marijuana riusciremo a tirarci fuori dai debiti. Ora, purtroppo sto cercando di salvarmi e trovare altri soldi per ripagare i prestiti che mi hanno offerto. Con tutti i debiti che avevo poco a poco ne sto pagando le conseguenze…”

Tabacco parte III

Sopra la casa c’era ancora una vecchia porta colorata d’azzurro, un azzurro che ricordava gli occhi del veterano. La porta era marcia fino all’osso e scrostata dal sole. Puntelli arrugginiti sostenevano il solaio che in certi punti era crollato. Per terra qua e là tra l’immondizia c’era letame rinsecchito, cenere, mucchi di mattonelle e calcinacci. Giravo la testa per scrutare il panorama, “Bella merda di panorama” mi veniva da dire a Matteo. I muri della casa avevano perso gran parte dell’intonaco ma comunque reggevano anche se si poteva dedurre che erano piuttosto vecchi. Nei campi si aggiravano dei gatti, tutti quanti maschi spelacchiati, magri e pallidi. Matteo guardava per terra stando attento a non pestare i cadaveri di quelle povere bestie. La casa era in mezzo ai campi di grano, tra l’erba alta. Si poteva notare solo se si scrutava da lontano guardando fisso nello stesso punto per almeno cinque minuti. La mietitura aveva un colore dorato una sfumatura dal grigio al giallo che mi ricordava il quadro di Seurat che avevo appeso in camera: “La Tour Eiffel.” Ad un tratto apparve un uomo facendosi strada tra i campi di grano che circondavano la casa come l’albume delle uova circonda il tuorlo. Avanzava piano piano non riuscivo ancora a dire se fosse un uomo o un cane dato che era più basso delle spighe di grano. Uno spigolo buio continuava ad avviarsi verso di me, e ad un certo punto cominciò a salirmi il panico e l’adrenalina. Finché finalmente non giunse sul ciglio della strada dove era parcheggiata la Porsche di Matteo. Era un uomo in sedia a rotelle, più incedeva verso di me più il cigolio delle ruote diventava acuto e insopportabile. Altezza media, corporatura robusta, capelli biondo cenere che gli ricadevano in fronte . Mi ricordava un cantante del gruppo degli Who. Le ruote in metallo erano arrugginite come la porta della tettoia. Era una sedia di pelle di suino, pelle vera graffiata dai gattacci in giro sparsi nel campo. Ormai l’imbottitura era uscita ed era caduta per terra all’entrata della casa. Indossava dei pantaloni di cotone di lino e una maglietta dell’Hard rock caffè. Bianca con una macchia di Ketchup. Aveva un sorriso pieno a 35 denti, bianco come la neve che cade dalle nuvole nel periodo dell’avvento, senza nemmeno un po’ di tartaro. Lo salutai:

“Ciao”

Niente

“Ciao” ripetei di nuovo.

Silenzio

Mi accorsi che il finestrino della Porsche era alzato allora girai la manopola per tirarlo giù, anche questa cigolava. Allora riprovai a salutarlo, questo era l’ultimo tentativo se a questo non rispondeva probabilmente aveva qualche ritardo.

“Ciao!” faccio io

“Salve” ribatte lui

Non aveva una faccia da ritardato, anzi era giovane e probabilmente pensava che fossi io quello con qualche ritardo dato che ero appena uscito dal coma ed ero un po’ scombussolato. Si sentiva una voce di sottofondo, assomigliava alla voce di Matteo ma era ancora solo un gemito lontano per distinguere il tono.

“Miche’!!!” fa la voce che rimbalza tra i muri e gli alberi dando un effetto eco.

“Arrivo!!!” dice l’uomo in carrozzina. Probabilmente si chiamava Michele.

“Lei vuole venire?” Dice a me in seguito.

“Sì, certo. Ma nemmeno io riesco muovere le gambe.”

“Ah, allora potremmo fare a metà di questa sedia. Tu ti siedi a destra ed io a sinistra tenendo una gamba fuori e ognuno spinge la sua ruota.” L’idea è buona, allora ho aperto lo sportello. Un alito da coma si sparse per aria assieme al fumo. Mi chiedevo come avesse fatto Matteo a guidare con i finestrini chiusi. Lui si avvicinò all’auto scendendo il gradino alto circa un centimetro causandogli una leggera turbolenza. Riuscì a salire nella sedia e lui cominciò a spingere. La voce si faceva sempre più vicina e stridula.

“Michele!!!”

Un lampo improvviso ha interrotto l’armonia ed il sole. Il celo aveva cominciato ad annebbiarsi gradualmente di nuvole cariche di pioggia. Qualche goccia cadeva e atterrava sugli steli d’erba fino ad appesantire quei piccoli fiocchi verdi facendo cadere le piccole sfere d’acqua. Che una volta appoggiate a terra lasciavano un: “Blop”. La brezza aumentava e cominciava a finire il caldo. Il cielo era oscurato e cupo, i campanelli di una mandria di mucche sulla collina a nord in lontananza si sentivano fino a qui. Allora Michele mi disse:

“Andiamo?”

“Ok” Tutti e due spingemmo la ruota contemporaneamente, eravamo molto veloci. Nuotavamo nelle spighe di grano dorate e tra le colline di Marzipan Lake. La mietitura sembrava un enorme mantello di velluto giallo con un angolo acuto e nero che lo attraversava, noi due. Quando giungemmo in casa c’era un’area piana, un’enorme distesa di terra brulla ricoperta da immondizie varie. Matteo era qualche metro più in la dove ricominciava il grano, guardava per terra prestando attenzione a dove camminava. Stando attento a non calpestare accidentalmente le salme dei gatti morti sparse in giro. Poi Michele ricominciò a parlarmi:

“Entriamo in casa, e potrà sedersi”

“Certo grazie, ma se vuoi puoi anche darmi del Tu.”

“Ok, se vuoi all’entrata c’è un divano” Matteo era quasi arrivato, e ci trovò già seduti. Michele aveva acceso la televisione c’erano gli Europei di calcio. Il Portogallo contro la Francia. Per il momento eravamo 1 a 0, aveva segnato Futsal di tacco sinistro all’incrocio dei pali. Il portiere era quasi sul punto di prenderla ma cadde per terra e si ferì alla spalla, allora lo sostituì Honduregno che sembrava piuttosto in forma. Era straniero ma cresciuto in Francia ed era alto un metro e settanta, del Cile. Era una tv Voxson, abbastanza bella e recente. La casa all’interno era molto più bella che all’esterno. Era ricoperta di piastrelle rosa molto spesse, e c’erano finestre qua e là aperte a vasistas e appannate. Il tavolo era legno di quercia antico e lavorato a mano. E la cucina una piccola stanza caotica con un po’ di calcestruzzo sparso qua e là. Il lavandino gocciolava e le gocce che cadevano sul metallo del lavello davano un rumore fastidioso. Poi c’era anche un piano superiore che conduceva fino alla porta azzurra sopra la casa. Arrivò anche Matteo zuppo come un biscotto nel latte. Si affrettò a chiudere la porta perché non entrasse altra acqua. Era rilassante sentire la pioggia ed il freddo fuori, mentre noi eravamo al caldo in casa, mi sono chiesto come facevamo a stare al caldo e dopo notai che c’era una stufa a legno accesa.

“Ti vedo stanco” Fa a me Michele

“Vuoi sciacquarti la faccia?”

“Sì va bene, grazie. Come ho voglia di un caffè.”

“Matteo la mia sedia a rotelle è lì vicino a…”

“…Francesco” gli dico io.

“Matteo puoi gentilmente accompagnare Francesco in bagno a sciacquarsi la faccia”

“Sì, ok”

“Se ce la fai mettigli su anche un caffè”. Nessuno rispose.

Matteo senza indugiare mi prese la sedia e mi mise a sedere. Allora mi spingo fino in bagno, la sedia cigola ed emette un rumore insopportabile. Si sente l’odore della moka piena di caffè fino a qua. In bagno la porta è di plastica ed è bianca a mo’ di ospedali. C’era della muffa concentrata negli angoli umidi della doccia. Il lavandino era un po’ arrugginito e lo specchio si era spaccato a metà, avevo veramente un brutto aspetto. Accendo il lavandino e infilo la testa dentro, l’acqua mi bagna i capelli, è una bella sensazione. Poi mi asciugo con un accappatoio rosso visto che non ci sono asciugamani e esco.

“Ti senti meglio?” mi chiede Matteo

“Non male” Michele aveva azzerato il volume della televisione. Il caffè era su uno sgabello a fianco al divano, era una tazzina con scritto: “Love your Kitchen” scritto in corsivo con un cuore rosso un po’ sciupato.

“Zucchero?”

“No grazie, lo preferisco amaro. Come Matteo”

“Anche io lo preferisco amaro perché francamente io penso che sia proprio questo il sapore del caffè. E se si mette lo zucchero si rovina il gusto.” Disse Michele.

Nessuno sapeva cosa fare o di cosa parlare. Per cui ha iniziato Michele, si è schiarito la voce e ha detto:

“Cosa ti sei fatto alle gambe?”

Non potevo dire che ero appena uscito dal coma, non conoscevo abbastanza bene Michele per fidarmi di lui. Anche Matteo mi faceva segno di no con la testa.

“Ho una malattia genetica.” Ho risposto.

“E invece tu? Michele.”

“Ecco… è difficile da raccontare. E’ successo qualche anno fa, sono andato a sciare assieme a mia figlia e mi sono spaccato le…”

“Gambe!” Ho finito io la frase

“No” Dice lui.

“Siamo andati io e mia figlia, quando ancora c’era. Eravamo in una baita a cenare. Billy Boy ci ha seguito.”

“Quel Billy Boy?” Chiede Matteo.

“Sì esatto, proprio lui!”

“Chi è Billy Boy?” Faccio io.

“Un Killer di San Francisco ingaggiato dai mafiosi di Cuba per sporcarsi le mani di sangue di gente altrui, un fidato aiutante di Zodiac. Quella sera ci furono quindici morti trucidati con una Beretta calibro 7, 62. A me hanno sparato alle gambe e mia figlia l’hanno rapita, probabilmente per il mercato nero.” Cercava di rimanere impassibile ma dai suoi occhi azzurri trapelava la tristezza. Stava piagnucolando, una lacrima gli cadeva giù dall’occhio destro fino a toccare il tavolo.

“Domani compie diciotto anni. Il suo cadavere non è mai stato trovato.” ormai piangeva a fiumi, era diventato rosso come un pomodoro maturo. Si stava svenando da quanto rimpiangeva la scomparsa della figlia.

“Come si chiamava, tua figlia?” domandò Matteo.

“Bianca, Bianca Bailey”

Tutti si rattristarono, e guardarono in alto cercando come se volessero chiedere aiuto a Gesù. Era quasi mezzanotte, il sole calava e fuori pioveva a catinelle.

Matteo si alzò in piedi e disse:

“Michele mi dispiace per ciò che ti è successo, ma ho una bella notizia. Billy Boy è morto, lo ho ucciso io. O meglio lo abbiamo ucciso noi. Quello stronzo ci ha aggrediti in ospedale stava per uccidere anche Fra con una siringa di cianuro, ma lo abbiamo salvato. E c’era anche un infermiera…”

“Era Bianca?” Fa lui come se Dio in persona lo avesse illuminato.

“Non lo so, mi dispiace.”

“Era bionda?”

“No, aveva i capelli rossi.”

“Forse non era lei. Lo ho sentito alla radio che lo hanno ucciso. Ma perché Billy Boy vi ha aggredito?”

“Ecco… Purtroppo avevamo dei debiti con un tipo ricco. Ci ha prestato dei soldi da mettere da parte, ed io li ho investiti in borsa assieme a Francesco, gli affari sono andati bene e ho acquistato della Marijuana. Ed ero talmente sicuro che ho speso il 20% dei 100 che mi ha dato. Ma sfortunatamente c’è stato un crollo, mi hanno detto che il prezzo che facevo era fuori dal mercato. E mi sono trovato da 100 a 0 dollari. Il tipo ha ingaggiato Billy Boy per venire ad ammazzare Fra per vendetta.” Per una volta sapevo di cosa stava parlando Matteo, era successo il mese prima del mio coma, e nel frattempo forse Matteo non era riuscito a procurargli i soldi.

“Come si chiamava il tipo ricco?”

“Al. Canri.”

“Mai sentito.” Fa Michele.

Tutti rimasero in silenzio, intanto la partita era terminata 2 a 1 per la Francia. C’era un’orologio verde lime sopra la televisione, la lancetta dei secondi si era rotta, segnava l’una e mezza. Tutti guardarono l’orologio finché Matteo non disse:

“Io vado a dormire.”

“Anche io. Tu Miche’ non vieni?”

“No, io resto in piedi un altro po’ guardo le cronache della partita.”

“Ok!” Fa Matteo. Mi accompagnò fino su per le scale al terzo piano. C’erano due letti, uno mio e l’altro di Matteo. Michele che era disabile dormiva in una stanza al primo piano. C’era caldo, talmente tanto che il camice dell’ospedale era completamente bagnato dal sudore fino al collo . Sospirai, e tentai di muovere di nuovo la gamba. Nulla, non riusciva a spostarsi di un millimetro. Mi accorsi che avevo un dolore forte alla gamba destra. Come se una pianta rampicante si fosse annodata e attorcigliata più volte su essa. Una diga che si era rotta, una cosa travolgente. Rossa e scura che mi trafiggeva il polpaccio. Faceva male. Il materasso era scomodo e vecchio sembrava di dormire su una lastra di marmo. Aveva bisogno di prendere aria ed il cuscino pure. La finestra dietro il letto a mo’ di prigione aveva la persiana tirata giù a metà. Ma ero talmente stanco che mi addormentai come un ghiro senza più pensare a nulla…