Tabacco parte VI

Non ne avevo fatto una tragedia, dopo tutto erano solo un peso. Dopo essermi tagliato i capelli nessuno sapeva più cosa dire, allora guardai fuori dalla finestra, sull’albero c’erano delle api che costruivano un alveare. Poi ricominciai a pensare all’omicidio, io penso veramente che tra gli strambi e provocatori misfatti dalle quali è afflitta la mafia, l’omicidio sia la peggiore. Questo pensiero mi barcollava in testa come una di quelle vespe. Commettere un omicidio non è come nei film dove le persone sono estremamente chiusi in un atteggiamento impenetrabile di indifferenza e insensibilità. Dove sembra che i personaggi abbiano giusto quel poco di buono per riflettere un secondo sulle loro azioni. Come supereroi. Io sono un po’ più vulnerabile al riguardo. Ma non sono mai stato nemmeno troppo spaventato nel vedere un uomo deceduto. Sono stato abituato da mio padre a sparare e a uccidere in caso di pericolo. Qualche mattina si alzava circa tre volte all’anno, e mi stringeva la mano. Non ho mai capito se la sua fosse una stretta fredda, superficiale e infima nei miei confronti oppure una da padre e figlio con affetto. Da una stretta di mano si possono capire molte cose, ma penso al 51% che lo avesse fatto per affetto, lui non era mai stato di sangue blu. Mangiava con le mani come un porco e detestava anche solo quelli del nord Italia che si credevano leggermente superiori. Ogni tanto ne passava uno del nord in motorino, e ci diceva sempre:

“Uee Terron! Cazzo stai a fare qui? Vai a raccogliere i pomodori, coglione!!”

Papà non ci faceva mai caso ma forse dentro di se aveva qualche istinto omicida. E dopo avermi tenuto stretta la mano ogni volta mi porgeva un coltello magari anche uno da cucina, bastava solo che fosse affilato. Lui era un pezzo di pane, mai stato capace di pestare le formiche, e mia madre pure. E trattenendosi dal pianto mi diceva sempre:

“Francesco se sono tuo padre cercheranno di ucciderti almeno 10 o 12 volte nella tua vita. Ed è importante che tu impari a difenderti e capire che uccidere è una cosa buona. Ora prendi questo coltello, e vai ad ammazzare quel gatto. E’ magro e malato morirà tra poco uccidilo così soffrirà di meno. E sappi che io sono una persona di merda e ho fatto troppi errori nella vita, tu non seguire il mio esempio. Studia e stai lontano dal crimine, dalla Sicilia e dalla Mafia. Ora uccidi quel poveretto, ti prego fallo per me.”

Pensavo all’istruzione di merda che avevamo avuto io Matteo e a quelle normali cazzate che sapevamo fare. Come arrampicarci sul carrubo, quello non ce lo aveva insegnato nessuno. O andare in altalena e in bicicletta e uccidere. Quel gatto era spelacchiato ed era talmente pallido che gli si potevano vedere le vene attorcigliarsi sulla costola. Mi coprivo gli occhi e afferrando il coltello e ripetendo tra me e me:

“Se lo uccido soffre di meno.”

Allora lo prendevo e gli tiravo il collo come se fosse una gallina. Si sentiva un gemito acuto come l’insopportabile rumore che emetteva la sedia a rotelle di Michele. Le budella gli fuori uscivano dal collo e faceva qualche metro con gli occhi chiusi, poi moriva lasciando questo mondo. L’enorme problema di sgozzare un gatto di Montalbano Elicona è che erano senza pelo ed il pelo nascondeva la morte. Poi gli raccoglievo la testa o una zampa e mettendola dentro un cestino di vimini la coprivo con un fazzoletto di seta, quelli che mia madre mi dava sempre per non farmi prendere il raffreddore in autunno e lo coprivo. E successivamente lo porgevo a mio padre, che cercando di non guardare lo riponeva sulla soglia della porta. Non sono sicuro che lo guardasse, forse se invece di metterci la zampa o la testa avessi messo qualche sasso non sarebbe cambiato nulla. Un po’ come la favola di Biancaneve, il cacciatore innamorato sostituisce il cuore di un cinghiale invece di quello umano della ragazza.

Poi Matteo ritorno a parlare, chissà a cosa aveva pensato lui in questo secondo? Magari a nulla visto che forse ero solo io stordito dal coma.

“Sai visto che sei in sedia a rotelle potrei bendarti con qualche garza la faccia e fare finta che ti sei ustionato. Così la gente non vedrebbe il tuo volto.”

“Si potrebbe fare!”

“Miche’, non è che c’hai qualche garza?” Urlò per farsi sentire fino al secondo piano

Nessuno rispose.

“Miche’?” Urlò di più Matteo.

“Sì…?” Fa lui.

“Non è che c’hai qualche garza?”

“Sì, sono in bagno nel cassetto in alto a destra dello specchio. Se vuoi c’è anche il disinfettante.”

“Ok grazie!” Michele era molto preciso nel dare le indicazioni. Sapeva riconoscere casa sua come la sua tasca. Per l’ansia guardai ancora l’orologio lime, ora erano le 12 esatte. Matteo non aspettò un secondo per bendarmi, ora non ci vedevo e respiravo a malapena.

“Non respiro…Alza la benda.” Matteo capì al volo e alzò la garza.

Una sensazione di sollievo mi attraversò i polmoni. Un formicolio freddo che percorreva la mia colonna vertebrale dal basso all’alto. Matteo prese la garza e la alzò leggermente sopra al naso e poi mi chiese:

“Ora respiri?”

“Sì, ora sì. Non riesco a togliermi la testa Billy Boy, quel povero uomo.”

“Sì. Devi solo pensare che è un coglione, lui ammazzava la gente per professione. E ha cercato di ucciderti.”

“Sì ma rimane sempre una persona. E io e te abbiamo commesso un omicidio da sedia elettrica.”

“Comunque lo ho ucciso io non tu. E credimi lui era una persona di merda.”

“No, io non lo conoscevo ma mi sento in colpa per aver tradito la volontà del Signore. Lo capisci Matteo? Non sono come Al Canri o gli altri mafiosi con i quali hai dei debiti che uccidono a sangue freddo. Ho lasciato questa vita da tempo, e ora con il coma tu mi stai trascinando.”

Sospirai e guardai altrove poi ripresi a parlare:

“Mio padre aveva ragione.”

“Su cosa?” Chiede lui.

“Che questa è una vita di merda, e più invecchio più me ne rendo conto. Io ero come lui, e anche se ho molti soldi e sono una figura importante in America finirò come lui.” Anche mio padre alla mia età la pensava come me. Un giorno andammo in un paesino a sud di Montalbano Elicona e passammo su un piccolo sentiero di campagna squallido e deserto. Lo stavamo percorrendo per via di una deviazione pedonale. Ad un certo punto c’era una staccionata di legno interrotta da del metallo arrugginito. Passai sotto e continuai, ma papà mi fermò. E mi disse:

“Non passare sotto, scavalca Francesco. Solo i vermi passano sotto, sei un verme France’ o sei un’aquila?”

Mi resi conto di come eravamo stati istruiti io e Matteo, dove eravamo cresciuti. E come avevamo imparato le classi sociali della mafia, io ero venuto su con la testa abbastanza sul collo. Matteo no. Non si era mai drogato ma era diventato una persona violenta, aveva imparato che il sangue era suo amico.

“Andiamo a fare sta cazzo di spesa.” Dissi io in seguito.

“Andiamo.” Ribattè lui.

“Michele noi andiamo a prendere due robe al Minimarket qui vicino.” Urlai

“Ok! A dopo…” Ma non prestò molta attenzione alle mie parole poiché era impegnato a scrivere.

“Aspetta prendo il portafoglio.” Era sul tavolo, face un passo se lo nascose rapidamente in tasca. Sul ciglio dell’ingresso c’era un sacchetto dell’umido aperto ed il pattume era sparso sul terreno. Era esposto al sole e in estate si era squagliato. Non sapevo perché mi concentravo su queste cose quando dietro avevo un paesaggio più bello. Come la collina. Quella a sud, la più attraente. Non era del tutto tonda, si allungava in una specie di gobba che degradava torcendosi dolcemente fino alla pianura. Al di là della pianura c’era Marzipan Lake. Si intravedevano da lontano delle lance a vapore, che distanti sembravano attaccate una contro l’altra nell’acqua limpida. Non c’erano molti bagnanti per fortuna. Da giovane avevo fatto il canottiere per tornare a casa a sedici anni con qualche spicciolo. C’è qualcosa in quel piccolo mezzo di trasporto che mi induce a detestarlo, in effetti quale canottiere non provava invidia per le lance a vapore. In loro c’è un non so che di spavaldo e irritante che mi invita a strangolare colui che la guida. E non è la prima volta che mi barcolla nel cervello questo profondo sentimento di odio nei loro confronti. Matteo spinse la sedia a rotelle e mi impedì di intravedere il lago, e più abbassavo la testa più scompariva tra i campi di grano dorati. Non c’era un sentiero dove il grano era meno alto, forse facendo il giro a sud. Era un mucchio di erba alta almeno un metro e trenta. Io essendo bendato non ne sentivo la presenza ne’ alla testa, ne’ alle ginocchia. Invece Matteo detestava il lento fruscio del grano sul collo che a volte lo pizzicava e gli rimaneva attaccata sulle spalle qualche cicala. Ma non si lamentava, si vedeva solo che spostava la testa di qua e di la ed evitava di andare veloce. Una volta giunti sul ciglio del marciapiede Matteo mi afferrò per le ascelle e mi mise seduto in auto. La targa era passata da: “Adtvi12unm” a “Sc45tynqer.” Il sedile era morbido e continuavo a tastarlo con le dita, in attesa che anche Matteo salisse in auto. Poi una volta entrato inserì le chiavi dell’auto nell’apposita serrature e la accese. Fece retromarcia e una scia di argilla si sparse nell’atmosfera.

“Il Minimarket è dietro la collina a est.”

Presguimmo in un sentiero che avvolgeva il rilievo come un asciugamano. Era una strada fatta di cemento fresco che conduceva fino a una delle provincie di Dallas, un paesino a 20 miglia da Lucas. Ma pressapoco i sentieri erano tutti uguali. Ci vollero sui cinque minuti per raggiungere il supermercato.

“Se sapevo che era così vicino parcheggiavo prima!” Esclamò Matteo. Cercava di farsi simpatico e sorridere, dopo tutte le disgrazie che mi aveva fatto passare in questi tre giorni. Una volta parcheggiato uscimmo dall’auto, da vicino il market appariva più un caffè. Una specie di Autogrill dove si può sia consumare che comprare. Dentro c’era solo un adolescente sempre sui sedici anni. Era alto e magro. E per quanto si sforzasse di mantenere il suo sorriso da perfetto rapporto tra cliente e commesso appariva sempre una smorfia. Aveva dei brufoli sulla fronte e della barba che stava ancora crescendo. Dei capelli castani e dritti come pali, ed il collo per metà spellato. Una volta dentro suonò una campanella appesa sopra all’ingresso.Il sedicenne si voltò subito poiché nel negozio non c’era nessuno eccetto io e Matteo.

“Buongiorno!” Fece Matteo.

“Buonasera!” Contrastò subito il commesso. Poi ognuno si immerse nelle proprie attività, l’adolescente a contare il denaro guadagnato e io e Matteo a fare la spesa. Passammo davanti al banco dei salumi gestito da una ragazza bionda e giovane.

“Due etti di salame ungherese.” Chiesi.

“Al volo.” disse lei. Ci guardammo intorno, nel carrello c’erano già: Fusilli, sale grosso, olio, zucchero, caffè, yogurt, qualche petto di pollo, pane e salumi. Una volta preso tutto senza dire nulla il commesso alla cassa ci chiamò.

“Arriviamo.” Fa Matteo. Poi a bassa voce mi sussurrò:

“Questo mai farsi i cazzi suoi?” Non ho riso ma ho solo allargato il labbro sinistro in alto mugugnando e facendo uno strano verso con il naso, in modo che sembrasse una corta risata. E ottene il successo desiderato. La sedia sul pavimento per metà bagnato cigolava come non mai, ma per fortuna dovevamo percorrere una strada breve. Matteo cominciò ad appoggiare il cibo sul nastro, e una volta terminato il commesso disse il prezzo soffiandosi il naso e guardando altrove.

“Cinque dollari.”

“Ehi, non è che puoi farci un piccolo sconto?”

“Mi dispiace i miei genitori mi hanno raccomandato di non fare sconti ai clienti su merce non scontata.”

“Nemmeno un po’? Abbiamo preso le marche più economiche ed il prezzo è sempre alto.”

“Se vuole posso farle il 10%.” A quel punto Matteo si incazzò come una iena e tirò fuori dai polmoni l’ira di Dio. Dalla tasca afferrò una calibro 38 da 99 millimetri a cui aveva aggiunto il silenziatore, la stessa che aveva dato a me una volta fuori dall’ospedale. La ficcò dritta in uno spazio vuoto della camicia sulla spalla nella vena basilica e disse:

“Ascolta non vuol dire che se il mio amico è in sedia a rotelle bendato puoi trattarci come handicappati e prenderti gioco di noi facendo finta che il 10% sia tanto. Ora tu ci fai il cento per cento di sconto più gli interessi e non lo dici a nessuno.”

“Quanto volete?” Disse spaventato.

“Quanto hai lì?” Chiese Matteo.

“Cinquanta dollari.” fece.

“In contanti?”

“No, ho una banconota intera. Ma ti prego ora lasciami!”

“Ti lascerò quando mi darai i soldi che mi spettano.”

“Ecco prendili, ma butta giù l’arma ti prego.” Gli poggiò sul banco con il palmo della mano.

“Per essere un uomo, le palle non ce le hai!”

Non osò rispondere.

“Dov’è la chiave del bagno?” il commesso la tirò fuori dalla tasca senza indugiare, era piccola e arrugginita. Matteo la afferrò con la mano sinistra assieme ai soldi.

“Bene, ora dimmi dove sta’ il bagno.”

“Sta’ qui a destra.”

“Ecco voglio che tu entri dentro!” Era piccolo e caotico, i tipici bagni da caffè. Il commesso alzò le mani e come le alzò Matteo disse:

“Non serve che alzi le mani coglione! Se ti ammazzo muori anche con le mani in alto!” Diceva tutto bisbigliando per evitare che la ragazza che gestiva i salumi dall’altra parte del minimarket sentisse.

“D…devo…devo entrare?” Chiese il commesso balbettando

“Sì, devi entrare. E se lo dici a qualcuno sei morto!” In tutta questa lite io tenevo il carrello della spesa. Il commesso era entrato e Matteo impugnò la pistola con la sinistra e prese le chiavi con la destra. Poi chiuse la porta con l’adolescente dentro e girò le chiavi due volte verso destra per non farlo uscire. Poi parlò a me:

“Ora andiamo via.” disse a me e in seguito urlò:

“Arrivederci!”

La ragazza che gestiva i salumi ribatte sul momento sorridendo.

“Arrivederci!” Uscimmo dal negozio senza nemmeno un graffio, e in fretta e furia Matteo mi buttò sul sedile posteriore dell’auto piegò la sedia a rotelle e me la poggiò sulle ginocchia. Poi aprì lo sportello per guidare, si sentiva che era in moto ma era intrappolata dal fango:

“Sto cazzo di fango!” Disse lui. E dopo qualche secondo scendemmo dalla collina per tornare a casa da Michele.

Tabacco parte V

Tutti rimasero in silenzio. Uno di quei momenti in cui c’è talmente tanta tranquillità che si riescono a sentire i rumori della natura oppure i suoni in sottofondo. Non esiste il silenzio, anche se tutti stanno zitti come pesci. Matteo prese lo sgabello che reggeva la radio, e poggiò questa sulla moquette. Si avvicinò a mi e disse:

“Ora sto cercando di accumulare soldi con lo spaccio. E sono riuscito a contattare un criminale . Ha un progetto che non so quando riuscirà a realizzare ed è molto occupato. Ma di soldi ne fa, e mi fa fare alcuni lavori in nero. E ‘ gentile.”

“Quanti debiti devi ripagare?”

“Saranno dieci o quindici.”

“Sono tanti soldi?”

“Sì, non riuscirò mai a ripagarli con lo spaccio. Ma sono riuscito a trovare una cosa con cui potremo salvarci.”

“Cioè?”

“Si tratta di trasferirsi ad Amsterdam “

Era tutto velato di grigio. Faceva caldo, era umido, e sbuffi improvvisi d’aria smuovevano l’afa. Nella notte delle nuvole grosse si erano accumulate sull’orizzonte e avevano cominciato ad avanzare sulla campagna deserta. Matteo si alzò, e si diresse verso la finestra e sputò un cumulo di saliva nei campi di grano. Chissà dove era andato, cercarlo sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio.

“Sono stato stupido!” Fa lui in seguito

“France’ se mi ucciderò o mi uccideranno voglio che tu mi sotterri in fondo al mare.”

“E perché?”

“Voglio che la gente pensi che sono un tipo molto prevedibile e poi si chieda dove si terrà il funerale, e che rimangano sorpresi nel sapere che si terrà in mezzo al mare.” In quel momento Matteo si credeva una persona come le altre, ma non era così. Per la società era un mafioso omicida e lo ero anche io. Gli si leggeva in faccia che era ormai giunto all’ultima spiaggia, pensava già alla sua morte. E se i mafiosi a cui doveva dei debiti se la fossero presa con me? Cosa sarebbe successo a me in questa vita?

“Cioè fammi capire con tutti i debiti che hai pensi a ste’ cazzate?” Gli dissi io, ma potevo perfettamente capire.

“Qualche volta.” Rispose lui scrutando fuori dalla finestra, come se tra tutti i campi di grano volesse ritrovare il suo sputo.

Ora c’era un’atmosfera pesante ed il cielo aveva preso un colore innaturale, scarlatto. Le nuvole, prima ammassate sull’orizzonte ora si scagliavano una contro l’altra. Ma sicuramente non sarebbe piovuto, sopratutto perché le nubi tendevano a spostarsi verso destra.

“Ma perché Amsterdam?”chiedo io cambiando argomento

“Cambieremo vita e trasporteremo il Crack che lì è legale in altri stati facendoci pagare di più!”

“E come pensi di pagare il traghetto per l’Europa? Quanti soldi hai nel portafoglio?”

“Ho 14 dollari, non so come funzioni l’economia ad Amsterdam ma posso permettermi il traghetto!”

“Matteo, forse posso prestarti dei soldi e investirli in Borsa.”

“Grazie, ma quanti me ne potresti prestare?”

“Altri 10 000…Ma non è semplice, quindi potrei darteli a rate. 100 euro alla settimana. Non posso darti dieci mila dollari in contanti, non passerai inosservato.”

“Potremo farlo, e poi facciamo cinquanta e cinquanta in borsa.”

“Sì, ma prima voglio che mi tiri fuori da questo casino con Billy Boy.”

“Ok, vedrò cosa si può fare” disse Matteo.

Ora non si sentivano più i grilli e le cicale, ma il cinguettio degli uccelli. Fuori dalla finestra, dopo la campagna e a valle della collina a sud una scia di ciclamini viola attraversava quella piccola fetta di pan di Spagna gigante e ne percorreva la sua spina dorsale. L’armonia e la pace regnavano su quella collina mentre qui veniva da darsi un colpo in testa dal caldo. Matteo si accorse che non lo stavo più ascoltando, allora tutti e due rimanemmo nel silenzio più totale ascoltando la natura. Il ventilatore era acceso ma per sentirne la presenza dovevamo avvicinare la testa ad esso. Girava lentamente, e la lampada accesa attirava qualche mosca che ci sbatteva la testa contro.

Matteo ora si era diretto verso la porta e si era appoggiato lì come se la casa dovesse cadere a pezzi da un momento all’altro. Era appoggiato con la schiena, sembrava Tex, gli mancava solo la pistola. Mi avvicinai spingendo la sedia a rotelle. Fuori dalla finestra non c’era l’ombra di una macchina. Non so se eravamo ancora a New York mi sembrava molto meno caotico. Allora chiesi a Matteo:

“Dove siamo?”

“A Dallas, più a Sud c’è la periferia.” fa lui

“Hai guidato fino a Dallas?”

“Sì ma tu non te ne sei reso conto perché dormivi.” Annuii e mi misi a pensare ad altro. Mi accompagnò fino giù al primo piano, ma Michele non c’era. Era in una stanza al secondo piano, seduto su uno sgabello. C’era la porta aperta, contro la parete si appoggiava una scrivania verticale e un enorme libreria piena zeppa di libri disposti in ordine cronologico. La camera era spoglia e c’era afa anche se la finestra era spalancata.

“Cosa stai facendo Miche’?” Faccio io

“Sto scriv…Nulla”

“Cosa?”

“Sto scrivendo.”

“Ah e cosa?”

“Sto lavorando a un nuovo.”

“Bello! Posso vedere?”

“Certo vieni!” Mi avvicinai, era un foglio A 4 bianco come i denti di Michele. Era suddiviso in 14 rette parallele che erano tracciate con una mina leggera da sinistra a destra. Teneva in mano una penna biro blu a corto di inchiostro. Nella mano sinistra.

“Sei mancino?” fa Matteo, lui notava tutti questi particolari.

“Ambidestro, nella marina usavo molto tutte e due le mani, e mi sono abituato ad utilizzarle entrambe.”

La camera aveva i soffitti alti e spogli ed il corridoio che lo attraversava era buio e sotterrato dalla penombra. Ma non era per nulla polveroso e lurido, solo grande e pulito. C’era odore di pomodoro, probabilmente l’altra sera che tutti eravamo andati a letto a pancia vuota e lui si era scaldato una pizza surgelata. Cosa che avrei fatto io se fossi rimasto sveglio, forse avrei bevuto. Già a queste parole una sensazione di disgusto mi percorreva la lingua.

“Sai già come si chiamerà il libro?”

“Sì.”

“E come?”

“Michele Bayley, penso che lo chiamerò così.”

“Di cosa parlerà?”

“La mia vita.” disse lui bagnandosi le labbra poi feci una pause di almeno cinque secondi e dissi:

“La tua biografia?”

“Esatto! Vorrei che qualcuno sapesse che sono esistito e tracciare un segno nella storia. Ormai ho 76 anni.”

“Un idea molto profonda, ma tu sei italiano?” chiedo

“Sì, Calabrese.”

“Ok, lo leggerò. Da quanto hai iniziato a scriverlo?”

“Da tre mesi, ora è finito…Devo solo trovare una casa editrice che lo pubblichi.”

Notai in quel momento che su uno scaffale della scrivania c’erano cinquecento pagine sempre di un foglio A 4 tutte quante scritte.

“E’ il tuo primo libro?”

“Sì, ma so già che sarà più famoso dell’inferno di Dante.”

“Va bene, se mi cerchi io sono in salotto. Buona scrittura.” Appena uscii dalla camera socchiusi leggermente la porta.

“No, lascia aperto che sto soffocando dal caldo.”

“Certo scusa.” Ripresi la maniglia della porta e la spalancai. Ora io e Matteo eravamo al primo piano. Erano apparse le nuvole. scorrevano veloci su un cielo stinto proiettando delle macchie scure sugli immensi campi di grano. Erano ombre, e si notavano dato che il campo era dorato e le colline erano verdi. In qualsiasi prospettiva provassi a guardarle sembravano sempre avvolte da un mantello verdognolo e qualche colore estivo. Si vedevano in lontananza, da qui sembravano un po’ sfuocate e lontane. Ho sempre notato anche nei disegni che quando si vuole fare apparire qualcosa lontana il colore si sfuma. Si spinge sui bordi ma sempre restando leggeri e dentro il colore si fa sempre più chiaro. Mi diressi verso il frigo assieme a Matteo, lo aprì. C’era solo: un tubetto di maionese tutto finito, una bottiglia d’acqua riempita per metà aromatizzata alla ciliegia e due yogurt scaduti l’anno precedente.

“Dobbiamo fare la spesa.” Fa Matteo aprendo lo sportello del frigo .

“Ah…” sospirai

“Lo chiediamo a Michele?” chiedo io

“No, lui ha già fatto troppo. Ci andremo noi.”

“Si certo. Matte’ basta a fare il rincoglionito, dai iniziative troppo ideali e le spari alla cazzo, svegliati.”

“Non sto scherzando, dobbiamo solo cambiare il nostro aspetto per non farci riconoscere. E poi se non lo cambiamo ora lo faremo questa settimana, non possiamo rimanere qui dentro per sempre.”

“Sì, e come?”

“Billy Boy era un neonazista giusto? Ci facciamo SkinHead e ci tatuiamo una svastica così in tribunale avremo qualche speranza con il partito di destra.” Non era una brutta idea per lui, io invece sono conosciuto in America e mi avrebbero riconosciuto lo stesso.

“Ma dobbiamo cominciare ora.” Si incamminò verso il bagno, la porta di plastica era già aperta. Una volta dentro si precipitò sul lavello e aprì tutti i cassetti all’altezza delle ginocchia. Finché dopo qualche minuto non trovò il rasoio. Avevo fame per la prima volta dopo tre anni, ma non decisi di prendermi da mangiare. Volevo provare quella sensazione che tanto non percepivo. Successivamente si presentò davanti a me impugnando un rasoio. Matteo aveva trentasette anni all’epoca e i suoi capelli dritti come pali, avevano una loro specifica pettinatura e non ne aveva mai perso uno in tutta la sua vita. Io invece ogni settimana dovevo pettinarmi in un modo ancora più diverso e stravagante per i pochi capelli che mi crescevano. Afferrò un tovagliolo di carta dal tavolo e una volta seduto attaccò la spina.

“Questo lo faccio per te, per quello stronzo di Billy Boy e per me!:” Fa Matteo afferrando il rasoio. Detto questo si poggiò la lama in fronte, era fredda e tagliente. E con un gesto veloce i suoi capelli castani caddero per terra spargendosi nel pavimento. Ora era calvo al centro ed aveva il suo solito taglio ai lati. Poi senza indugiare si tagliò anche ai lati.

“Bene, ora fallo anche tu!” Così non sembrava uno Skinhead ma solo un pazzo che si era dato una rapata alla cazzo. Lo presi in mano era bagnato dal sudore, i liquidi corporei della mano di Matteo avevano appiccicato il sudore alla zona metallica del rasoio. Allora guardai negli occhi Matteo e dissi:

“Lo faccio per te, per Cuba, per tutto quello che mi sono perso, e per me!”

Tabacco parte IV

Ho aperto gli occhi, io ho sempre avuto delle ciglia molto lunghe ed il fastidio di averle è che si intersecano sempre tra loro, mi succede spesso dopo aver aperto gli occhi. Dei raggi del sole entrarono dalla persiana che era chiusa per metà e mi illuminavano a strati, tranne il viso. Avevo solo le lenzuola addosso che mi arrivavano all’altezza delle ginocchia. Matteo si era già alzato e si era rifatto accuratamente il letto, prestando attenzione a non svegliarmi. Fuori dalla finestra, all’entrata della casa, si sentiva un rumore fitto e continuo, il rumore di un colpo di martello che si ripete all’infinito. Le cicale cantavano e ricoprivano leggermente il chiasso, a quel punto appariva una melodia. Il “cra-cra” delle cicale con il “ton-ton” del martello. Di notte c’era da schiattare, nemmeno un po’ di brezza varcava la finestra. Il calore sbriciolava le pietre. Ma quell’estate il grano era alto. A fine primavera aveva piovuto tanto, e a metà giugno le piante erano più rigogliose che mai. Per la prima volta dopo tre mesi ho sbadigliato assonnato. Tirai giù le lenzuola e mi guardai la gamba destra quella che mi faceva male l’altra sera: non era niente di grave si era solo sbucciata. La stesi e guardai fisso il mio alluce destro, stavo sudando. L’osso del dito tremolava e l’unghia si stava per togliere. Mi concentrai fisso sullo lo stesso dito per dieci minuti e mi accorsi che finalmente l’alluce riusciva a toccare il secondo dito. Ci sono voluti due giorni, ma ci sono riuscito, si muoveva perfettamente. Sono rimasto a letto mentre il sole cominciava ad accendersi.

“Matteo!!!”

Il rumore del martello in sottofondo era troppo acuto per fare spazio alla mia voce. Il frastuono che provocava l’arnese era come un metronomo, aveva un tempo ed un ritmo. Bastava solo parlare nel momento in cui Matteo acquistava le forze per battere un altro colpo.

“Matt!!…”

“Toc!”

“Matte’!!”

“Toc!”

“Matteo!!!”

Posò il martello per terra che si impantanò assieme ai calcinacci e a le budella dei gatti morti sparsi qua e là. Era un martello norvegese di quelli senza la zona appuntita nel retro. La parte metallica era un po’ strisciata e rovinata dagli anni passati. Tirai su la persiana per farmi notare, lui sentì il rumore e guardò in alto. Aveva messo degli occhiali da sole di plastica con la montatura frontale verde e quella laterale nera.

“Sì? Che c’hai dormi’ fino a chest’ora?”

“Eh…Sì”

“Ma dai!!! Mo’ vengo!”

“Cos’hai oggi? Hai le palle girate Matte’ ?” dissi.

“No, lascia stare!”

Mi limitai a mugugnare per qualche frazione di secondo e poi ripresi a parlare. “Do’ sta Miche’?”

“Sta di sotto con un tipo.” mi rispose Matteo.

“Chi?”

“Un autista Uber tuttofare che sta riparando il lavandino”

“Ah ok, vieni?”

“Aspe’!” mi dicce.

Il canto delle cicale cominciava a farsi pesante. Le suole delle scarpe di Matteo che si mischiavano assieme ai calcinacci e al fango facevano un rumore assordante e schifoso. Si avviava verso casa girando la testa al limite, come i gufi. Poi ritornò a guardare la campagna deserta e la casa in mezzo al nulla. Una volta sul ciglio della casa si pulì sullo zerbino che sembrava abbastanza recente rispetto al resto degli oggetti dentro la casa. Su esso era scritto: “Home sweet home” con lo sfondo di una foto di New York vista dall’elicottero. Si strofinò le suole ed entrò in casa. Michele era seduto e stava masticando un biscotto che aveva in bocca da non so quanto tempo, era ancora in pigiama. E a fianco a lui c’era l’autista che stava cercando tra le cianfrusaglie della cucina. Era magro, con la testa pelata. Sopra le orecchie gli crescevano dei capelli gialli e piuttosto corti che teneva raccolti in un codino. Aveva il naso lungo, gli occhi infossati e la barba, bianca, di almeno un paio di giorni, gli macchiava le guance incavate. Le sopracciglia lunghe e biondicce sembravano ciuffi di peli incollati sulla fronte. Ed il collo era grinzoso a chiazze, e le labbra screpolate. Teneva in mano un cacciavite, si stava levando il muco dalla narice sinistra con un gesto veloce. C’era caldo, aveva la camicia a picche bagnata dal sudore. Michele invece si era messo molta brillantina e nonostante i numerosi e futili tentativi i suoi capelli biondi non si reggevano in piedi. Allora ogni minuto li accarezzava delicatamente dal basso all’alto come se dovessero scattargli una foto. Finalmente si era deciso a deglutire dopo aver masticato più di elefante lo stesso cibo. Ora stava sorseggiando un caffè appena fatto sulla stessa tazzina dell’altro giorno.

“Miche’ ti dispiace se prendo la sedia a rotelle per Francesco?” Fa Matteo

“Sì fai pure è lì a fianco alla porta della mia camera da letto.”

“Ok grazie, uno di questi giorni ne compro una”

Nessuno disse nulla. Il tuttofare riprese a parlare: più Matteo andava verso di me più le voci di Michele e l’autista diventavano inudibili. Come i muri della casa che avevano perso l’intonaco dopo anni. Si sentiva il rumore dei passi che sulle scale di legno rimbombavano. Sul comodino c’era una piccola scultura di una madonnina in metallo che pregava e a fianco la foto della figlia di Michele. Una ragazza alta e bionda, con un sorriso che assomigliava a quello del padre. Due orecchie che si notavano poco, per niente a sventola. Un naso leggermente rotondo e due occhi grandi e luminosi color nocciola che forse aveva preso dalla madre. Nella foto era venuta bene anche se essendo di dieci anni prima era rovinata. Le ultime gocce di pioggia della serata precedente cadevano dalla grondaia. Sul comodino c’erano due cassetti, sul primo delle cinture e cravatte. Ed il secondo era per metà vuoto con delle collane dorate e caramelle al miele e spiccioli lanciati come cibo per piccioni.

Matteo era arrivato alla mia stanza, aveva varcato la soglia ed era entrato.

“Ecco ho preso la sedia, oggi pomeriggio vado a comprarne una.” Afferrò la sedia e si è diresse verso il letto appoggiandola sullo strato di legno prima del materasso.

“Domani vedo di farti dormire sul divano!”

“Ho rubato la targa a una stessa auto in città, e la ho messa al posto della mia. L’unica che ho trovato aveva il parabrezza rotto. Per cui ho dovuto rompere pure il mio” Deglutì e si bagnò le labbra.

“C’è qualcosa che devi dirmi?” Chiesi.

“Io non ho idea di chi sia quell’uomo che tu chiami Billy Boy.”

“Vedi.” Riprese a parlare lui levandosi il cappello.

“Da quando hai deciso di partire per l’America sono successe tante cose.”

“Tipo?”

“Il padre di Albert è morto, i tuoi genitori e i miei. E’ un massacro. Ma si pensa che siano collegati fra loro.”

“E cosa avete scoperto?”

“Per noi è una persona ignota ma sappiamo come si fa chiamare nel campo del sistema. Al. Canri e penso sia lo stesso che ha ingaggiato Billy Boy. E’ qualcosa di personale con i nostri genitori e quelli di Alfred, penso che tutti noi siamo in pericolo.”

“Hai mosso il dito!!”

“Sì, stamattina dopo molti sforzi sono riuscito.” affermai.

“Bene! Ecco, prima di fare cazzate, mi sento in dovere di dirti quanti casini sono successi mentre tu eri in coma.”

Deglutì e tirò fuori tutta la lingua per bagnarsi a malapena le labbra con un gesto rapido. Mi accorsi in quel momento che appena fuori dalla porta della camera c’era una radio, antica e piena di polvere ma, anche se piena di difetti, faceva il suo lavoro.

Trasmettevano il solito tormentone estivo che ordinariamente bene o male era sempre di un gruppo che in America si sentiva nominare più dello stesso presidente Americano. The Who. Quest’anno la loro canzone si intitolava: “My Generation.” Eravamo già all’assolo di basso di John Alec Entwistle il bassista del gruppo. Il tempo di ascoltare un frammento di quel breve brano che Matteo disse:

“Vado a prendere una cosa! Per farti vedere.”

Si alzò dalla sedia, spense la radio, fece un passo, poi un altro, si mise le mani in faccia e si accucciò a terra guardandomi.

“E’ un bel casino.” Fece lui, poi si è alzò e mi ha afferrò prima dalla gamba sinistra e poi dal braccio destro, per l’ascella, e mi posò in sedia a rotelle. Mi sentivo inferiore a lui anche se in realtà era il contrario forse solo perché era più alto.

Si voltò e si avviò verso la porta che era già aperta ad angolo piatto. Poi uscì con il corpo ma infilò il collo nella stanza.

“Arrivo subito.”

C’era un afa terribile, mi tolsi la canotta che era oltretutto nera e macchiata di caffè. Giuro che se scopro chi è il genio che ha inventato le canotte nere gli sfascio casa. Matteo impiegò poco tempo a tornare e mi presentò davanti un libro in perfette condizioni. Era di colore rosso con un martello ed una falce intersecati tra loro e con un’estremità a sinistra una stella come copertina. Si intitolava: “Il Capitale.” L’autore si chiamava Karl Marx.

“Vedi questo cazzo di libro, mi ha rovinato la vita.”

“Perché?”

“Lo avevi già visto?”

“Sì, risale a prima del mio coma.”

“Con questo è nato un movimento politico della Russia che sostiene che ogni cosa appartenga allo stato ovvero ciò che pensa Marx.Da qui il nome Marxismo o comunismo. Sono molto idealisti.”

“Ed il loro simbolo è il martello e la falce?”

“Esattamente”

“Sì, gli conosco. “

“Siamo in pericolo. Ecco ora che c’è questa guerra, Cuba ha un punto di vista interessante per i socialisti. Se pensi da lì potrebbero accedere all’America latina al Messico e alla repubblica domenicana. E ora che tra un po’ se ne andrà Eisenhower. In che modo potrei sapere che l’altro non è una testa di cazzo e che non darà Cuba ai socialisti! Per cui sono venuto a sapere le ultime notizie della CIA e sembra che i comunisti abbiano voglia di fare un attacco frontale proprio a Cuba.”

“Quando saranno le elezioni?” Faccio io.

“L’otto novembre! C’è un elezione tra John Fitzgerald Kennedy e Richard Milhous Nixon.”

“Per me potremmo fare così. Salvarci il culo prima delle elezioni, mio zio don Tano in Sicilia fa molta grana e ha gestito tutti i soldi di mio padre. Forse potremo riuscire a ripagare qualche debito. E il mese prima delle elezioni convinciamo il presidente che sembra più debole. Kennedy. Lo minacciamo e gli diciamo di proteggere Cuba e in cambio gli diamo il voto di una percentuale di cittadini Americani.”

“Hai ragione potremmo farlo!”

” Poi con i soldi di don Tano e i casinò di Cuba, le coltivazioni di Marijuana riusciremo a tirarci fuori dai debiti. Ora, purtroppo sto cercando di salvarmi e trovare altri soldi per ripagare i prestiti che mi hanno offerto. Con tutti i debiti che avevo poco a poco ne sto pagando le conseguenze…”

Tabacco parte III

Sopra la casa c’era ancora una vecchia porta colorata d’azzurro, un azzurro che ricordava gli occhi del dottore. La porta era marcia fino all’osso e scrostata dal sole. Piccoli punti arrugginiti adornavano la grondaia. Per terra qua e là tra l’immondizia c’era letame rinsecchito, cenere, mucchi di mattonelle e calcinacci. Giravo la testa per scrutare il panorama, “Bella merda di panorama” mi veniva da dire a Matteo. I muri della casa reggevano anche se si poteva dedurre che erano piuttosto vecchi. Nei campi si aggiravano dei gatti, tutti quanti maschi spelacchiati, magri e pallidi. Matteo guardava per terra stando attento a non pestare i cadaveri di quelle povere bestie. La casa si poteva notare solo se si scrutava da lontano guardando fisso nello stesso punto per almeno cinque minuti. La mietitura aveva un colore dorato una sfumatura dal grigio al giallo della sabbia delle coste siciliane. Ad un tratto apparve un uomo facendosi strada tra i campi di grano che circondavano la casa come l’albume delle uova circonda il tuorlo. Avanzava piano piano; non riuscivo ancora a dire se fosse un uomo o un cane dato che era più basso delle spighe di grano. Uno spigolo buio continuava ad avviarsi verso di me, e ad un certo punto cominciò a salirmi il panico e l’adrenalina. Finché finalmente non giunse sul ciglio della strada dove era parcheggiata la Porsche di Matteo. Era un uomo in sedia a rotelle, più incedeva verso di me più il cigolio delle ruote diventava acuto e insopportabile. Altezza media, corporatura robusta, capelli biondo cenere che gli ricadevano in fronte . Mi ricordava un cantante del gruppo degli Who. Le ruote in metallo erano arrugginite come la porta della tettoia. Era una sedia di pelle di suino, pelle vera graffiata dai gattacci in giro sparsi nel campo. Ormai l’imbottitura era uscita ed era caduta per terra all’entrata della casa. Indossava dei pantaloni di cotone di lino e una maglietta dell’Hard rock caffè. Bianca con una macchia di Ketchup circa all’altezza del rene. Aveva un sorriso pieno a 35 denti, bianco come la neve che cade dalle nuvole nel periodo dell’avvento, senza nemmeno un po’ di tartaro. Lo salutai:

“Buongiorno!”

Niente

“Buongiorno” ripetei di nuovo.

Silenzio

Mi accorsi che il finestrino della Porsche era alzato allora girai la manopola per tirarlo giù, anche questa cigolava. Allora riprovai a salutarlo, questo era l’ultimo tentativo se a questo non rispondeva probabilmente aveva qualche ritardo.

“Buongiorno!” faccio io

“Salve” ribatte lui

Non aveva una faccia da ritardato, anzi era giovane e probabilmente pensava che fossi io quello con qualche ritardo dato che ero appena uscito dal coma ed ero un po’ scombussolato. Si sentiva una voce di sottofondo, assomigliava alla voce di Matteo ma era ancora solo un gemito lontano per distinguere il tono.

“Miche’!!!” fa la voce che rimbalza tra i muri e gli alberi dando un effetto eco.

“Arrivo!!!” dice l’uomo in carrozzina. Probabilmente si chiamava Michele.

“Lei vuole venire?” Chiede a me in seguito.

“Sì, certo. Ma nemmeno io riesco muovere le gambe.”

“Ah, allora potremmo fare a metà di questa sedia. Tu ti siedi a destra ed io a sinistra tenendo una gamba fuori e ognuno spinge la sua ruota.” L’idea è buona, allora ho aperto lo sportello. Un alito da coma si sparse per aria assieme al fumo. Mi chiedevo come avesse fatto Matteo a guidare con i finestrini chiusi. Lui si avvicinò all’auto scendendo il gradino alto circa un centimetro causandogli una leggera turbolenza. Riuscì a salire nella sedia e lui cominciò a spingere. La voce si faceva sempre più vicina e stridula.

“Michele!!!”

Un lampo improvviso ha interrotto l’armonia ed il sole. Il celo aveva cominciato ad annebbiarsi gradualmente di nuvole cariche di pioggia. Qualche goccia cadeva e atterrava sugli steli d’erba fino ad appesantire quei piccoli fiocchi verdi facendo cadere le gocce d’acqua che barcollavano tra un estremo e l’altro del filo d’erba. Che una volta appoggiate a terra lasciavano un: “Blop”. La brezza aumentava e cominciava a finire il caldo. Il cielo era oscurato e cupo, i campanelli di una mandria di mucche sulla collina a nord in lontananza si sentivano fino a qui. Allora Michele mi disse:

“Andiamo?”

“Ok” Risposi io imbarazzato. Tutti e due spingemmo la ruota contemporaneamente, eravamo molto veloci. Nuotavamo nelle spighe di grano dorate e tra le colline di Marzipan Lake. La mietitura sembrava un enorme mantello di velluto giallo con un angolo acuto e nero che lo attraversava, noi due. Quando giungemmo in casa c’era un’area piana, un’enorme distesa di terra brulla ricoperta da immondizie varie. Matteo era qualche metro più in la dove ricominciava il grano, guardava per terra prestando attenzione a dove camminava. Stando attento a non calpestare accidentalmente le salme dei gatti morti sparse in giro. Poi Michele ricominciò a parlarmi:

“Entriamo in casa, e potrà sedersi”

“Certo, grazie.”

Matteo era quasi arrivato, e ci trovò già seduti. Michele aveva acceso la televisione c’erano gli Europei di calcio. Il Portogallo contro la Francia. Per il momento eravamo 1 a 0, aveva segnato Futsal di tacco sinistro all’incrocio dei pali. Il portiere era quasi sul punto di prenderla ma cadde per terra e si ferì alla spalla, allora lo sostituì Honduregno che sembrava piuttosto in forma. Era straniero ma cresciuto in Francia ed era alto un metro e settanta, del Cile. Era una tv Voxson, abbastanza bella e recente. La casa all’interno era molto più bella che all’esterno. Era ricoperta di piastrelle rosa molto spesse, e c’erano finestre qua e là aperte a vasistas e appannate. Il tavolo era legno di quercia antico e lavorato a mano. E la cucina una piccola stanza caotica con un po’ di calcestruzzo sparso qua e là. Il lavandino gocciolava e quelle minute sfere d’acqua tondeggianti ricadevano sul metallo del lavello davano un rumore fastidioso. Poi c’era anche un piano superiore che conduceva fino alla porta azzurra sopra la casa. Arrivò anche Matteo, zuppo come un biscotto nel latte. Si affrettò a chiudere la porta perché non entrasse altra acqua. Era rilassante sentire la pioggia ed il freddo fuori, mentre noi eravamo al caldo in casa, mi sono chiesto come facevamo a stare al caldo e dopo notai che c’era una stufa a legno accesa.

“Lo vedo stanco” Fa a me Michele

“Vuole sciacquarsi la faccia?”

“Sì va bene, grazie. Come ho voglia di un caffè.” Risposi.

“Matteo la mia sedia a rotelle è lì vicino a…”

“…Francesco” gli dico io.

“Matteo puoi gentilmente accompagnare Francesco in bagno a sciacquarsi la faccia”

“Sì, ok”

“Se ce la fai mettigli su anche un caffè”. Nessuno rispose.

Matteo senza indugiare mi prese la sedia e mi mise a sedere. Allora mi spinsi fino in bagno, la sedia cigolava ed emetteva un rumore insopportabile. Si sentiva l’odore della moka piena di caffè fino a qua. In bagno la porta era di plastica bianca a mo’ di ospedali. C’era della muffa concentrata negli angoli umidi della doccia. Il lavandino era un po’ arrugginito e lo specchio si era spaccato a metà, avevo veramente un brutto aspetto. Ho acceso il lavandino e ho infilato la testa dentro, l’acqua mi bagnava i capelli, era una bella sensazione. Mi asciugai con un accappatoio rosso visto che non vi erano asciugamani. euscii.

“Ti senti meglio?” mi chiede Matteo

“Non male” Michele aveva azzerato il volume della televisione. Il caffè era su uno sgabello a fianco al divano, era una tazzina con scritto: “Love your Kitchen” scritto in corsivo con un cuore rosso un po’ sciupato.

“Zucchero?”

“No grazie, lo preferisco amaro. Come Matteo” Lo assecondai io.

“Anche io lo preferisco amaro perché francamente io penso che sia proprio questo il sapore del caffè. E se si mette lo zucchero si rovina il gusto.” Disse Michele.

Nessuno sapeva cosa fare o di cosa parlare. Per cui ha iniziato Michele, si è schiarito la voce e ha detto:

“Cosa ti sei fatto alle gambe?”

Non potevo dire che ero appena uscito dal coma, non conoscevo abbastanza bene Michele per fidarmi di lui. Anche Matteo mi faceva segno di no con la testa.

“Ho una malattia genetica.” Ho risposto.

“E invece tu? Michele.”

“Ecco… è difficile da raccontare. E’ successo qualche anno fa, sono andato a sciare assieme a mia figlia e …”

“Gambe.” Tentai di terminare la frase

“No” Dice lui.

“Siamo andati io e mia figlia, quando ancora c’era. Eravamo in una baita a cenare. Billy Boy ci ha seguito.”

“Quel Billy Boy?” Chiese Matteo.

“Sì esatto, proprio lui!”

“Chi è Billy Boy?” Faccio io.

“Un Killer di San Francisco ingaggiato dai mafiosi di Cuba per sporcarsi le mani di sangue di gente altrui, un fidato aiutante di Zodiac. Quella sera ci furono quindici morti trucidati con una Beretta calibro 7, 62. A me hanno sparato alle gambe e mia figlia l’hanno rapita, probabilmente per il mercato nero.” Cercava di rimanere impassibile ma dai suoi occhi azzurri trapelava la tristezza. Stava piagnucolando, una lacrima gli cadeva giù dall’occhio destro fino a toccare il tavolo.

“Domani compie diciotto anni. Il suo cadavere non è mai stato trovato.” Era diventato rosso come un pomodoro maturo. Si stava svenando da quanto rimpiangeva la scomparsa della figlia.

“Come si chiamava, tua figlia?” domandò Matteo.

“Bianca, Bianca Bailey”

Tutti si rattristarono, e guardarono in alto cercando come se volessero chiedere aiuto a Gesù. Era quasi mezzanotte, il sole calava e fuori pioveva a catinelle.

Matteo si alzò in piedi e disse:

“Michele mi dispiace per ciò che ti è successo, ma ho una bella notizia. Billy Boy è morto, lo ho ucciso io. O meglio lo abbiamo ucciso noi. Quello stronzo ci ha aggrediti in ospedale stava per avvelenare anche Fra, ma lo abbiamo salvato. E c’era anche un infermiera…”

“Lo ho sentito in televisione. Ma cosa è successo?”

“Ti offendi se non lo dico?”

“E’ orribile quello che è successo a me e se tu non vuoi nemmeno che sia parlato di quello che è successo a te significa che deve essere veramente qualcosa di brutto. Condoglianze”

Tutti rimasero in silenzio, intanto la partita era terminata 2 a 1 per la Francia. C’era un’orologio verde lime sopra la televisione, la lancetta dei secondi si era rotta, segnava l’una e mezza. Tutti guardarono l’orologio finché Matteo non disse:

“Io vado a dormire.”

“Anche io. Tu Miche’ non vieni?”

“No, io resto in piedi un altro po’ guardo le cronache della partita.”

“Ok!” Fece Matteo. Mi accompagnò fino su per le scale al terzo piano. C’erano due letti, uno mio e l’altro di Matteo. Michele che era disabile dormiva in una stanza al primo piano. Michele mi rifilò qualche vestito. Sospirai, e tentai di muovere di nuovo la gamba. Nulla, non riusciva a spostarsi di un millimetro. Mi accorsi che avevo un dolore forte a quella destra. Come se una pianta rampicante si fosse annodata e attorcigliata più volte su essa. Una diga rotta un muro abbattuto a calci, una cosa che comprendeva tutto il corpo. Rossa e scura che mi trafiggeva il polpaccio. Faceva male. Il materasso era scomodo e vecchio sembrava di dormire su una lastra di marmo. Aveva bisogno di prendere aria ed il cuscino pure. La finestra dietro il letto a mo’ di prigione aveva la persiana tirata giù a metà. Ma ero talmente stanco che mi addormentai come un ghiro senza più pensare a nulla…

Tabacco parte II

Anche questo racconto è in fase di modifica, quindi non sorprenderti se non c’è coerenza nel testo tu che leggi.

Grazie.

 

Tra l’inspiegabile silenzio ne approfittò per entrare il dottore.

“Buongiorno signori.” Disse lui.

“Buongiorno a lei.” Ricambiò Matteo.

Allora si avvicinò a me. Aveva in mano una siringa di qualche sinistro medicinale, che teneva stretta al suo camice bianco. 

“Mi dica, lei è il dottor Schulz?” Domandai mentre esaminava la flebo tubo per tubo velocemente, come sei il tempo scarseggiasse. 

“Certo… perché?” Chiese incuriosito.

“Solo una…” Mi guardai intorno perché non riuscivo a trovare la
parola giusta per completare la frase. Non riuscivo a smettere di pensare a
quell’anello.

“irrilevante curiosità.”

“Vedo che ha divorziato. Non porta più la fede nuziale.” Gli feci
notare, mentre ispezionava il modo migliore per attaccare la siringa al filo
della flebo.

Sorrise per una frazione di secondo ma poi la cosa gli fece tornare in mente
il passato e ritornò serio.

“Sarei curioso di rigiocare con lei. Vedo che è cambiato molto negli
ultimi tempi. O sbaglio?”

Ora mi stava guardando.

“Da cosa lo ha intuito?” Mi chiese.

“La sua lente. E’ inclinata verso sinistra. Lo scacchi è uno sport in
cui conta anche la precisione. E la scorsa partita sembrava che non le mancasse
quest’ultima. Accentrava i pezzi quando era il mio turno di gioco ed è stato in una posizione composta per tutto il tempo. Con la camicia dritta e stirata.
Inoltre il dottor Schulz aveva un tatuaggio di un aquila sul braccio destro che azzardando poteva raffigurare l’aquila nazista. Vedo che lei non ce l’ha.”

“Si…Beh sono cambiato.” Rispose lui.

“Come si muove il cavallo?” Chiesi.

“Prego?”

“Vediamo se lei è veramente il dottor Schulz?”

“Io non… ” Era a disagio e si vedeva.

“Il dottor Schulz avrebbe risposto. Continuo a notare che cerca di non guardarmi negli occhi, me e Matteo. ” Ribattei.

Allora mi rivolsi a Matteo.

“Ti ricorda qualcuno?”

Rifletté prima di rispondere, poi mi disse.

“In effetti uno c’è. Una persona che mai vorrei rivedere, che per avere dei soldi sarebbe disposta perfino a uccidere. E quel qualcuno è quasi identico a questo presunto Dottor Schulz.” Tirò fuori una Kimar, dalla tasca. Una pistola, le classiche armi da fuoco comuni nel campo della cosa nostra di Palermo che potevano perfettamente entrare e uscire dalla tasca.

“Rispondi alla domanda che ha fatto il mio fratellino e poi puoi andare.” Disse insospettito.

Non sapeva cosa dire.

“Quindi? E’ impossibile che non si ricordi. L’ultima volta che ha giocato è arrivato quasi al punto di farmi scacco. In pochi ci riescono. Quanto tempo è passato?”

“Tre mesi.” Rispose Matteo.

C’erano dialoghi in corridoio tra una infermiera e un anziano in sedia a rotelle. Con i quali il medico poteva tranquillamente confondersi.

Ora teneva la siringa con due mani portandosela alla testa, si avvicinò a me e con un gesto forte e altrettanto rapido l’ago della siringa mi aveva toccato il naso.

Ma perché il falso dottore non era riuscito a completare l’omicidio come desiderato. C’era qualcosa che lo aveva fermato. Qualcosa come una gelida pallottola nel suo padiglione auricolare. Un dolore che cresceva sempre più insopportabile che si arrampicava fino al cranio. C’erano urla di donne al piano inferiore probabilmente dovute al rumore dello sparo. E pure i passanti e le infermiere in corridoio si erano spaventate. 

La siringa cadde a terra rompendosi in tanti piccoli frammenti di vetro. Arsenico e sangue ovunque. E con la poca coscienza e il tempo che gli rimaneva riuscì a sussurrare qualcosa prima di decedere.

“Diagonale.” Disse con le ultime parole che gli erano rimaste.

Matteo fece un passo.

Poi un altro. E si chinò a me quasi come se dovesse tastare il corpo destinato a una fine ormai vicina. Era all’altezza del letto. Afferrò la flebo in fretta cercandomi di trainarmi per i braccio sinistro. Al termine del corridoio c’era una porta in caso di sicurezza. I muri erano alti e spogli con qualche macchia di vernice colorata sul muro bianco. C’era solo un uomo che perplesso sostava davanti all’uscita, un uomo verso i trentacinque anni. Portava un pullover color latte di cocco che teneva sopra la camicia a quadretti rosso ciliegia. Sembrava avesse qualche forma di autismo, era lì da solo che ci guardava. la porta era già aperta, una volta solcata quella soglia scomparimmo nel nulla più totale dopo un così grave reato. 

L’auto era una Porche rossa, e con qualche graffio. Non ricordo esattamente che modello penso una 356. Matteo aveva le mani nei fianchi, come se avesse perso qualcosa. Si guardò intorno e cominciò a pensare alle chiavi dell’auto. Poi si ricordò della giacca, guardò nel primo taschino a sinistra di esso ma non vi erano. E successivamente ne infilò le mani nel taschino e ne uscì vincente. Salimmo in auto. O almeno lui riuscì da solo e mi aiutò posandomi sul sedile posteriore. Ci fu un attimo di silenzio come nei funerali, la brezza che usciva dal finestrino mi accarezzava i capelli e portava con se qualche spiga di grano e polvere che si posava sul mio naso e cadeva per terra. Poi quell’attimo finì interrotto dal rumore assordante dell’auto appena accesa. In tutto questo nessuno aveva mosso un  muscolo, c’era solo quel ragazzo autistico che continuava a fissarci dubbioso. Avrei potuto dirlo a Matteo, ma evitai, poiché era certo certo che sicuramente lo avrebbe fucilato come un cane in strada. Ma non ce la facevo a vedere un altro cadavere.

Quando partimmo, la strada si rivelò essere molto ripetitiva. Era una lunga distesa di campi di grano e erba secca. Non c’era neanche un albero che poteva resistere ai raggi del sole battente e allo smog. E nemmeno un fiore riusciva a crescere. Ci capitava ogni tanto di imbatterci in un palazzo diroccato dove un po’ di ombra c’era, ma quasi nulla. Non era caldo era…afa, che ci faceva soffocare per avere un filo di ossigeno. Questi sentieri mi ricordavano i paesini Italiani sperduti in mezzo al nulla più assoluto.  

Alla prima rotatoria c’era scritto: “Marzipan Lake”. Era la prima che facevamo da quando eravamo partiti e per il resto era una strada dritta con qualche curva. Ero stanco e per questo anche taciturno. 

Matteo parcheggiò a fianco a una vecchia casa.

Sorgeva al centro di uno spiazzo di terra brulla coperto da rami foglie secche. Crepe profonde attraversavano i muri. Una scia di buganvillee, era cresciuta arrampicandosi come edera sul parapetto del terrazzo. Di un essere vivente c’era solo un’albero. Piccolo e nano, che era sorto a un metro di distanza dal palo arrugginito dietro alla finestra del salotto. E inoltre vicino a dove avevamo parcheggiato, cioè davanti alla casa, c’erano tre bidoni della differenziata: l’umido, la carta, la plastica e il vetro. Il vetro era pieno di barattoli di conserve e bottiglie vecchie di vino sparse perfino per terra. La plastica invece era piena di confezioni di acqua aromatizzata alla ciliegia da due litri e l’umido riempito fino all’orlo di pattume vario. Nessuno passava mai per di lì e il proprietario della casa viveva tra l’immondizia. E del resto doveva fare molta strada per arrivare al cestino poiché tra la casa e esso vi era un gigantesco campo di grano alternato con dell’erba alta e gialla.

Riuscivo a malapena a vedere qualcosa da quanto ero esausto.

Matteo aprì lo sportello dell’auto.

“Dove siamo?” Chiesi con le mie poche forze.

“Al sicuro non preoccuparti…”

Tabacco parte I

Questo racconto è ancora in fase di modifica

PROLOGO

1 aprile 1940

“Buongiorno mamma.

Sa qui sta cominciando a piacermi. Mi hanno fatto una proposta mesi fa. Mi hanno riferito che stanno cercando di vendere una vecchia catapecchia. Non poco distante da qui…Sarà forse qualche miglia. Girano voci che appartenesse a un ricco schiavista dell’800. Sono andato a vederla, sembra in ottime condizioni: acquistarla sarebbe un affare. A quanto pare il proprietario possedeva un enorme distesa di campi di cotone fino all’orizzonte. Ora invece ciò che è rimasto di quella villa è andato perduto dopo un incendio. Che alcuni ritengono doloso. E’ rimasto poco di quella che era la villa. Solo alcune sale, qualche stanza. E un gigantesco salice piangente. Dai rami spessi e sparsi di resina a macchie. Le sue radici dalla forma circolare si aprono tra le acque e il terreno a semicerchi: come fossero delfini. Quell’albero mi piace soprattutto per la primavera che nasce in lui. Anche alcuni parti della villa sono rimaste intatte e sicure. La ho già acquistata, e ristrutturata. All’ingresso abbiamo aperto il bar, e il ristorante dietro. Poi la sala che ha trentasei tavoli. D’estate abbiamo messo dei tavoli sotto il salice. La rugiada passa da foglia a foglia fino a cadere sul terreno e inumidirlo. I clienti lo adorano. Per fortuna qui non abbiamo il problema zanzare e chissà perché. Ma non hai idea di quale cifra di denaro darei per sentire la puntura di una di esse, poiché significherebbe che in questo momento sarei lì con te. Sono successe tante cose dal mio arrivo in America. Scusa se non ti ho scritto per tutto questo tempo. Voglio solo dirle che non ho cambiato paese per questioni di povertà ma politiche. Lei sa bene cosa è accaduto e a mio parere non ha comportato nulla di buono.

Mi saluti papà…

Mi saluti Palermo…”

“12 gennaio 1945

Buongiorno mamma. Sa…è arrivato l’inverno qui nel Mississipi c’è un vento forte che soffia. Alcuni paesani ritengono che provenga dalla Groenlandia. Dice che più siamo distanti da essa meno freddo c’è. Proprio qualche giorno fa abbiamo inaugurato la parte dell’edificio abbandonata che ora è diventata un’hotel. Abbiamo festeggiato con il maritarsi di una ragazza appartenente a una confraternita protestante che frequenta uno dei miei migliori clienti. E’ stato un matrimonio…particolare. Abbiamo assunto un cantautore nero, ma nessuno ha fatto più di tante prediche. Diceva di chiamarsi Jimi… Jimi Hendrix. Mi disse che lui improvvisava nel suo genere musicale. Mi fece alcune domande sullo sposo. Gli dissi che si chiamava Joe e che non sapevo di più. Ne rimasi impressionato dalla velocità in cui componeva i suoi accordi. La canzone l’aveva intitolata Hey Joe, un titolo semplice non trovi? La festa è stata magnifica. Sai, non sembrava proprio un matrimonio Cristiano, o forse è una di quelle confraternite che adora le messe cantate. Il giorno dopo i clienti sembravano moltiplicarsi. E oggi sono fiero di dirle che il mio agriturismo da un angusto locale di provincia, oggi ospita la borghesia di tutta la regione. I nostri chef sono ricercati in tutta America.

” 22 aprile 1950

Buongiorno mamma.

Questa volta le scrivo questa lettera affinché lei mi possa aiutare in qualche modo. E’ successa una cosa molto brutta, ho ucciso un uomo. Un bambino, l’ho investito con la mia auto. Ero ubriaco fradicio ed ero oltre al limite di velocità. Si chiamava Oliver. Gli ho aperto il ventre, aveva l’intestino cadente, mentre disperatamente invocava la madre. Stavo tornando a casa dal ristorante. Era ancora vivo quando è accaduto, ma sono svenuto da quanto ubriaco ero. E nel frattempo è deceduto. La condanna si terrà martedì. So che non leggi le mie lettere, ma scrivere mi da in qualche modo l’illusione che lei mi stia ascoltando. E se è morta dica a il Signore di aiutarmi.”

“4 marzo 1958.

Buongiorno mamma.

Non mi posso lamentare, mi hanno dato tre anni di arresti domiciliari. Qui sto impazzendo, ho ricominciato a bere e a fumare. La mia astemia è durata meno di un mese. Mi sento morto e non so cucinare. Per cui telefono tutti i giorni al mio vicino di casa per farmi insegnare. Sto cominciando a perdere la sua amicizia, sento che non ride più alle mie battute. Che non mi chiama più di continuo. Tra poco mi pianterà in asso. La prego mi scriva una lettera e mi dia un motivo per cui essere felice. “

“30 ottobre 1960. Ospedale di Jersei.

Buongiorno signora sono il medico di suo figlio. Mi è stato comunicato che a lui piaceva scriverle qualche volta. Questa lettera non appartiene all’ospedale, sono io che la scrivo per informarla dell’accaduto. Poiché non sarebbe possibile scriverle una lettera a scopo commerciale a lei. Visto che da qui leggo che lei è deceduta da ormai cinque anni. Io non la conosco, non so che genere di persona fosse. E non so come avrebbe preso questo avvenimento. Suo figlio Francesco è finito in uno stato di degrado mentale durante il suo arresto. Beveva troppo e aveva cominciato a parlare da solo. I suoi vicini dicono che passasse ore e ore a parlare con se stesso da ubriaco. Il suo psicologo gli ha prescritto dei farmaci e sottoposto a droghe medicinali. E’ finito in coma…coma etilico da ormai un mese…

Condoglianze e cordiali saluti.

Dottoressa Barbara Smith.”

PARTE I

Mi bruciavano gli occhi. Sbattei le palpebre, le sbattei nuovamente. Le mie ciglia si erano appiccicate fra loro come sabbia sporca. Con la gola secca sembrava che il pomo si fosse bloccato. Non ero mai stato più contento di contemplare una camera di ospedale. Questo è sicuro. Mi chiedevo se anche la pupilla potesse abbronzarsi. Se così fosse, la mia sarebbe pallida e fragile come un albero spoglio. Mi era cresciuta la barba nel frattempo, era da tempo che aspettavo che crescesse, dalla seconda superiore. Mi sentivo in qualche modo bloccato da qualcosa di mastodontico ma allo stesso tempo invisibile all’occhio. Un qualcosa che mi paralizzava, dalle semplici dimensioni di una coperta.

Si sentirono passi che rimbombavano in tutta il corridoio, poiché esso era vuoto. Nemmeno una voce si udiva. Era un uomo giovane sui trentacinque anni che sembrò apparentemente trovare un sentimento di felicità sapendo di trovarmi. Mi sembrava un viso già incontrato, anzi di quelli che si ricordano per sempre ma non si rivedono per lungo tempo. I suoi mocassini facevano un rumore ritmico sul pavimento. Un rumore simile al ticchettio di un orologio. Era italiano, si vedeva e si sentiva. Si notava dalle sue espressioni e il suo corpo esteticamente. E il suo alito da Cus Cus di pesce che galleggiava nella stanza, metteva in oltre in risalto le sue origini Palermitane. Era vestito in giacca, con una fila di scintillanti bottoni d’ottone che brillavano ai raggi del sole e apparivano tagliatelle distese in lungo. La fragilità della mia pelle era sensibile alla luce che filtrava dalla tapparella. L’uomo sembrava conoscere a menadito il percorso per la mia camera d’ospedale. L’adrenalina mi saliva come quando si finisce quasi per realizzare una scala a scala quaranta. Un nodo alla gola mi portava a conoscere quell’uomo con tale ansia.

Entrò fiero di vedermi. Fumando una sigaretta. Il suo sorriso mi ricordava un po’ il signor Musso. Il capo dei capi della nostra cosca a Palermo. E per lo più nostro “vicino di casa”.

“Ti ricordi di me fratellino?” Disse lui una volta solcata la soglia della porta. Si atteggiava con viso coperto tentando futilmente di rimanere un ignota sagoma misteriosa ai passanti.

Non ebbi le forze di rispondere.

“Non ci vediamo da molto tempo.” Aggiunse.

Un’atmosfera densa comportava il mio imbarazzo nel rivedere un caro conoscente di cui non ricordavo il nome. Appoggiò la sigaretta nel portacenere facendomi notare l’anello che portava sul dito indice. Un anello di rame con raffigurazioni che trovai piuttosto macabre e grottesche. Un lupo con occhi ovali e dilatati, anormali. Il sangue alla bocca e le unghie scattanti pronte ad attaccare in ogni momento. Il lupo era in posizione eretta davanti a una porta di profilo. Da una parte c’era lui e dall’altra milioni di lame e mani che bussavano rumorosamente. Primo o poi lo avrebbero ucciso a forza di bussare e scagliare coltellate sulla porta. E prima o poi quella lastra di legno avrebbe certamente ceduto. E chissà se quelle mani avrebbero continuato a precipitarsi sempre più violentemente anche se avessero abbattuto la porta. Avrebbero invaso la tana del lupo. Ora me lo immaginavo come un cartone animato. Magari i coltelli e le mani sarebbero entrati e avrebbero percosso il povero lupo fino alla morte. Però d’altra parte era un lupo, l’animale più imponente che conosciamo in natura; avrebbe potuto scaraventare la porta e sbranare coloro che lo volevano morto. Ma non lo aveva fatto, se ne stava lì a fissare incredulo la sua atroce morte che un giorno o l’altro sarebbe avvenuta, a soffocare nella sua stessa paura. Quello fu ciò che mi colpì di più di quell’anello. E ogni volta che mi concentravo con il mio cervello non riuscivo a smettere di pensare al signor Musso. In effetti portava anche lui un anello. Anzi ne portava due, tutti e due nello steso dito uno incastonato di mattonelle azzurro perlaceo e l’altro di…di…rame. E lo portava sull’indice. Il sig. Musso morì che io avevo la giovane età di dieci anni. Magari aveva eredi, in effetti aveva un figlio. In effetti io lo conoscevo bene e mi chiamava fratellino. In effetti io e suo figlio avevamo litigato e non c’eravamo più visti, e lui era rimasto a Palermo. E in effetti si chiamava Matteo.

“Credevo che non volessi più vedermi.” Ribattei. Lui non fu sorpreso che lo avessi riconosciuto. Per certe cose ero come Sherlock Holmes, o almeno così diceva papà.

“Beh… Io ti stimo fratellino, eravamo giovani quando abbiamo lasciato mamma e papà. E tu sei riuscito a realizzare una tua vita, qui in America. E hai abbandonato la nostra cosca. Come un lupo solitario abbandona il branco. E ti ricordo che noi siamo congiunti, e se anche nella nostra gemellanza si inzuppa un profondo sentimento di odio rimaniamo comunque protetti da Dio assieme. E qualunque cosa tu abbia fatto ci siamo dentro insieme.”

“A te non danno fastidio i lecchini?” Chiesi.

Lui non rispose.

“Io sto benissimo te lo posso assicurare. E in più dal tuo tono si riconosce subito che vuoi qualcosa.”

“Non mi aspetto che tu mi capisca. Ma io sono qui per aiutarti. E anche se tu non credi a tutto ciò, dopo la lite che ci siamo lasciati alle spalle, sono pronto a scommettere che noi due abbiamo bisogno di aiuto a vicenda. Guardati… un ubriaco che parla da solo dopo aver investito un bambino. Non per offenderti, ma non sei il massimo, e neanche io.”

Cominciò a perdere la pazienza, si vedeva dalle sue espressioni che a mano a mano si facevano sempre più arroganti e meno comprensive nei miei confronti. Tra le chiacchiere e discussioni si udirono in lontananza altri passi. Passi che non si atteggiavano ritmicamente come quelli di Matteo, passi frettolosi che non avevano tempo per il galateo.

Era un dottore, il classico uomo tedesco amato dalla Germania nazista. Biondo e con gli occhi azzurri. Si atteggiava da superiore con spalle larghe, un po’ snob apparentemente, era anziano sui settant’anni.

“E sentiamo tu cos’hai combinato per venirmi a chiedere l’elemosina, nel momento più in degrado della mia umile vita. Tu ti stai approfittando della mia depressione! Come un adulto fotte le caramelle a un bambino, ignaro della sua capacità di ragionare.”

Volevo evitare di ricordare a Matteo il conflitto che avevamo. Poiché presentarsi alla mia porta dopo una lunga lite è stato, senza dubbio, un gesto nobile. Anche se lo ha fatto più per chiedermi qualcosa che per riallacciare i rapporti. Però mi serviva un aiuto dalla famiglia.

Il mio istinto mi suggerii di volgere altrove lo sguardo per esempio sul cielo. Per cui decisi di dare un’occhiata. Delimitava la camera d’ospedale una gigantesca finestra, grande dal pavimento fino al soffitto. Sollevai una tapparella con una mano. Un arcipelago spumeggiante di nuvole scarlatte ostacolava la vista dell’orizzonte soleggiato. Non era ancora una fase di mezzogiorno, solo prima mattina. Solo palazzi alti per miglia e miglia si intravedevano. Solo una ciminiera che buttava fuori qualche nube di fumo scura in lontananza si presentava alla vista dei miei occhi.

Un abituale racconto di mafia

Era giovedì, il Padrino si aggirava nei sentieri più bui della campagna. Lo chiamavamo così dopo aver visto il film “Il Padrino” con tutto il dormitorio, perché assomigliava ad Al Pacino. Trascinava la sua enorme accetta per la legna per terra come un peso morto. La vittima era un tale di nome Ciro, legato ad una sedia da giardino. A quel punto il Padrino afferrò la mano di Ciro e la sbatté sul vecchio tavolo davanti di legno di betulla, sollevò la sua accetta e con tutta la forza scagliò sulla mano di Ciro tutta la sua violenza e rabbia. Sì sentì un insopportabile gemito di dolore che rimbombò in tutta la campagna. Sgorgava sangue ovunque e Ciro cadde per terra morente, il Padrino lo guardò negli occhi con il suo sguardo freddo, gli occhiali da sole che indossava deviavano i raggi di luce. Successivamente riprese la sua accetta con il suo muscoloso braccio sinistro e incatenò l’altra mano di Ciro. Quando la tagliò l’accetta rimase incastrata nel tavolo, il povero Ciro assomigliava a un manichino gonfiabile che correva disperato in cerca di aiuto.Il Padrino tutto contento gli tirò il collo sbattendoli la testa contro lo spigolo del tavolo. Nessuno sapeva come ripulire tutto così ho sparso della benzina sopra il corpo di Ciro e gli ho dato fuoco con la sigaretta che stava fumando il Padrino. Causammo alcuni incendi più in là, arrivarono a trovare alcuni resti del corpo di Ciro ma non arrivarono mai a noi. Io il Padrino e tutto il dormitorio portavamo kili di Crack da Amsterdam in tutta Italia, ad Amsterdam è legale il Crack, così un giorno decidemmo di acquistare uno di quei negozi e di corrompere un poliziotto che lavorava all’aeroporto di Amsterdam-Schipol. Ci toccava andare ad Amsterdam una volta al mese a volte ci andavano il Padrino e altri ragazzi del dormitorio, io ci sono andato 10 o 16 volte. Avevamo inoltre una coltivazione di Marjuana in Città del Messico, passavamo in Sud America con un traghetto che passava per Puerto Rico in un’isola chiamata Emil Daniel. Dal Sud America atterravamo in Europa. Il Padrino diceva di aver incontrato dei terroristi in un viaggio dal Venezuela, diceva che erano riusciti a portare in Aereo delle pistole-smartphone, erano identici a dei telefoni solo che smontate erano delle normali pistole. Ovviamente il Padrino reagì in una maniera violenta ed esagerata, prese per la testa il primo terrorista e gli sbatte la testa contro il finestrino dell’aereo. Il secondo lo strangolò ed il terzo riuscì ad uccidere alcuni civili con il suo M-16 montabile, ma comunque trovò il modo di ucciderlo strangolandolo come il secondo. Tutto era avvenuto 12 giorni dopo della morte di Ciro, era per questo che avevamo tentato di ucciderlo solo con un’accetta per il legno, per evitare i controlli per chi aveva maneggiato armi ed esplosivi nell’ultima settimana sull’aereo. Ciro era un Marxista che dopo essersi disintossicato aveva dato il nostro indirizzo alla polizia di Palermo, per cui avevamo pensato bene di ucciderlo. Il lavoro di mafioso prendeva almeno il 70% della vita privata di ogni uomo di tutto il dormitorio. La situazione stava cominciando a diventare ingestibile, eravamo come la famiglia Narcos: avevamo milioni di euro in contanti e non potevamo dare nell’occhio. Donavamo soldi a chi ne aveva bisogno e arrivavamo al punto di seppellirli e nasconderli. Ne stavamo parlando al bar Spina, alla radio davano “Money” una canzone dei Pink Floyd, eravamo proprio nel mezzo del brano in cui c’è un assolo di chitarra ritmica e alcuni rumori di cassa assieme a David Gilmour che ripete la parola Money un milione di volte per rendere la melodia orecchiabile. Il Padrino si stava togliendo la giacca per il caldo che stava infestando il bar, aveva l’aria scocciata. Non mi sono mai chiesto perché andassimo da anni in quel bar, era brutto costicchiava e ne avevo le balle piene. Sembrava più un bar a cui stare a chiedere il pizzo, i muri cadevano a pezzi ed erano pieni di edera e di muffa. Sarebbe stato bello bruciare tutto, io ero il primo a cui veniva voglia di bruciare tutto, ero l’addetto a bruciare. Sarà stato per quella volta che mi hanno fatto provare il lanciafiamme per torturare l’addetto mafioso alle pulizie di una scuola media di Palermo. Era un’arma a cui mi ero affezionato ancora di più della fiamma ossidrica, era divertente. Sarebbe stato magnifico bruciare tutto il bar con il personale dentro, dopo tutto i soldi che chiedevamo facendo il pizzo erano tutti soldi nostri, eravamo solo noi in quel bar. Il personale era piuttosto stronzo e gli davamo pure la mancia, io avevo sempre rifiutato come mr. Pink nel film “Le Iene”. Il proprietario era un vecchio ciccione che fumava dentro il ristorante, era stato in prigione due volte per “Usura”. Una volta il Padrino stava per sparargli. Il Padrino era sempre stato violento ma non era mai stato in prigione neanche quando ha ucciso i terroristi, perché ha preso il controllo dell’aero atterrando nell’aeroporto più vicino. A volte provo a immaginare un mondo senza le droghe, senza alcol e senza giochi di dipendenza. Un mondo sicuramente più felice, ma il Padrino mai avrebbe rinunciato allo spacciare, perché tutto il mondo ne era dipendente ed erano disposti a dargli milioni di euro solo per averne qualche grammo, ma da come il Padrino ne rimase felice da tutti quei soldi era anche terribilmente spaventato. Bastava solo aspirarne un pochino e si diventa pazzi, e tutti gli spacciatori che vogliono guadagnarci ti chiedono troppi soldi per una cosa a cui chi ne è dipendente non è disposto a rinunciare. Pochi anni dopo chiudemmo tutto, i poliziotti fecero irruzione nel dormitorio di Palermo, Il Padrino era disperato e per liberarsi uccise due carabinieri con una forchetta. La ficcò dritta nel cranio, mi ricordo bene la scena, c’era sangue e minuscoli pezzetti di cranio dappertutto. La attività di spaccio con tutto il dormitorio è chiusa, tutti sono stati deportati a un carcere di Palermo, me compreso. Ora scrivo dalla cella n. 586, tutto il dormitorio si è beccato l’ergastolo, ma siamo ancora tutti assieme…

(THE END)

Scritta da me, Filippo a 12 anni