Datteri

“I raggi di luce che entravano dalle finestre dei palazzi e dei grattacieli di Jersey si rispecchiavano sulla lama del rasoio che Oscar teneva saldato freddamente nella sua mano sinistra, come se fosse del fango ghiacciato pronto per essere utilizzato per fermare un’emorragia. Fango, emorragie, lui conosceva queste cose. Ogni volta che tutto questo gli ritornava in mente un brivido inaspettato lo percorreva lungo lo scheletro susseguito da una serie di rimpianti e atroci ricordi che la sua memoria conservava da molti anni.”

Il regista scosse la testa dall’alto al basso facendomi segno che la lettura era sufficiente, o almeno io lo avevo interpretato così. E dietro di lui gli occhi ansiosi e colmi di speranza del dr Aiello, dirigente dell’associazione dei vaccini contro il coronavirus del Mississippi. Un medico anziano dalle vene varicose, di una carnagione cerea, bianca chiarissima come i suoi pochi capelli che gli erano rimasti. Era in posa in maniche corte, fotografato di profilo mentre teneva l’indice ed il medio della mano destra appoggiate sulla medesima spalla, e tutto ciò metteva in evidenza il suo naso gigantesco e sproporzionato rispetto alla sua bocca da colibrì ed il resto del volto. Quel cartellone pubblicitario si vedeva ovunque ormai.

Ce n’era uno proprio davanti a casa mia, quel cartellone di metallo veniva allestito per ogni occasione in centro a Jersey e quando non lo cambiavano per più di un mese la pioggia acida corrodeva la carta e arrugginiva il resto. L’ho tolto, con un paio di asciate era caduto e aveva lasciato spazio al resto del panorama, una delle migliori scelte che abbia mai preso. Non credo di essermi spiegato bene. Quel cartellone era enorme e ricopriva tutto quanto il panorama della mia casa. Immaginate, io mi sveglio e come tutte le mattine alzo le persiane e apro le tende e non vedo altro che un’enorme immagine pubblicitaria.

“Ma chi lo ha progettato?” Perché se il cartellone fosse solo rivolto di fronte alla casa ma girato sulla strada sarebbe stato un progetto incomprensibile ma comunque non demente, ma no quel cartellone era davanti a casa mia e rivolto verso di me. Tuttavia, anche se fosse stato rivolto verso la strada, sarebbe stato comunque illegale.

“Professore?” La voce del regista non attirava o svegliava il mio cervello in alcun modo.

Stai pensando ad altro

“No Giulia.”

Resta concentrato sul tuo film, il cartellone è solo una distrazione.” Giulia, mia sorella, mi incoraggiava ogni secondo a non demordere.

“Professore? Con chi sta parlando?” Il regista si avvicinò con un volto dubbioso ma insolito, le sue espressioni sembravano finte, sembravano obbligate dal garbo e dalla civiltà come se stesse facendo una recita. Dovevano essere empatiche, ma si rivelavano solo indifferenti. Come se il fatto di mostrare un po’ di pietà per una persona che ha sofferto non provenga dal suo senso civico ma dall’educazione, una regola identica a quella di non appoggiare i gomiti sul tavolo quando si mangia. Avevo già visto questo modo di fare in altre persone. E d’un tratto il provino che sembrava più promettente per la parte del “vecchio Oscar” scende all’ultimo posto nella classifica solo perché l’attore che deve recitare parla da solo. Conoscevo questa sensazione, essere l’uvetta nel panettone, spesso viene mangiata assieme al resto del dolce perché si camuffa e inganna chi tenta di mangiarla per una goccia di cioccolato, ma finisce per essere sputata nel tovagliolo. Probabilmente il regista era dell’idea che fossi una persona brillante, ma ora che sapeva che avevo numerose distrazioni, difficilmente mi avrebbe scelto.

Il suo sguardo indifferente si incrociò con il mio per una decina di secondi. L’interminabile attesa e l’ansia corrodevano i miei pensieri fino ad influenzare loro l’idea di fallimento in questo provino.

“La parte è sua, professore.”

Come? Questo non rientra nel mio algoritmo, l’algoritmo di previsione delle azioni umane. Il “Vecchio Oscar” è una persona amabile, intelligente e riflessiva, non un pazzo che parla da solo. Perché avrebbe dovuto darmi la parte? Questa notizia mi rovina tutte quante le mie più profonde certezze, la razza umana è formata da creature completamente differenti e con mentalità difficili e contorte.

Ringrazialo” mi suggerì Giulia.

“Ne sono onorato.”

Il regista mi fissò con le stesse espressioni finte di qualche minuto prima.

“Lo siamo anche noi. La contatteremo il prima possibile professore.”

21.30. Jersey, Mississippi.

C’era un odore nauseante a casa mia, si mescolava con il fritto che si arrampicava sulle tende della cucina, lo zampirone esaurito, il profumo dell’intonaco appena comprato per la casa ed il cesso intasato. Solo affacciato sul balcone potevo respirare una brezza serale come si deve.

Avevo mangiato da poco, a casa mia ci sono orari spagnoli per quanto riguarda i pasti.

In primavera e in estate mangiavo nel terrazzo. Dopo che avevo abbattuto quell’enorme cartellone pubblicitario avevo pensato di allargare quella parte della casa, che era sempre stata tra le mie preferite. La piscina che poggiava sul terrazzo era un cerchio dal raggio di più o meno cinque metri. A metà primavera o estate a qualche passo dal bordo piscina dove veniva filtrata l’acqua c’erano inoltre un numero divisibile per due, ciò dipende dalla mia voglia di prendermi cura della casa, di palme di datteri non molto alte, messe in fila e gestite accuratamente. La posizione della piscina era tale che la vista del parapetto non coprisse la città di Jersey che si vedeva da lontano e che si potessero afferrare i datteri senza sporgere troppo l’avanbraccio nel caso colui che era in piscina si fosse messo in una posizione in cui era aggrappato al bordo con i gomiti.

La strada non si affacciava davanti alla casa, ma era mezzo chilometro più avanti. Però abitavo sopra una collinetta quindi le poche auto che passavano intravedevano la piscina.

Ricordi quel giorno?”

“Ricordo quell’auto Giulia, ricordo che non trovammo il corpo la mattina dopo.”

“Hai mai pensato che non fosse successo?” Disse lei afferrando un dattero.

“Che vuoi dire?”

“L’auto non si era schiantata sul guard rail.”

Ripeteva tutto ciò a cui avevo già pensato mille volte. Il fatto che fosse morta non importava più ormai. Ogni giorno la vedevo davanti a me, capelli lunghi e castani che le arrivavano alle spalle e occhi un po’ a mandorla piuttosto stretti, ma il naso e la bocca compensavano con essi formando un viso in armonia.

“C’erano le tue impronte su quel cofano. L’auto ti ha preso in pieno e tu sei caduta nel burrone sottostante sotto qualche sasso, sulla strada c’era il tuo sangue e per terra la bandana che usi quando la sera c’è freddo. Tu sei morta.”

“Da piccoli ci spingevamo in quelle zone isolate per nascondino. Un anno non ci avevi più trovato e sei andato a dirlo a nostra madre che non ci ha fatto più uscire per un po’. Ti ricordi di Noah?”

Noah era un nostro vicino di casa e compagno di giochi e più tardi fidanzato di mia sorella. Riccio e pluribocciato alle elementari, con espressioni che assomigliavano a quelle del regista. Non che mi ricordi molto bene di lui, solamente che da piccolo aveva preso una enorme scossa che lo aveva portato ad avere il braccio destro completamente fulminato.

Ricordavo anche che quando eravamo bambini, più o meno nella curva in cui era morta Giulia, avevo visto la sua piccola mano aggrapparsi alla strada e il resto del corpo dalle spalle in giù che si calava dal burrone. Qualche minuto dopo lo trovai con la mano schiacciata all’albero che urlava: “Tana!”

Ad un tratto sentii una vera mancanza di ossigeno, anche con la testa fuori dall’acqua. Sollevai il braccio dalla piscina e il cloro finì sulle palme da dattero.

Mi alzai senza rivestirmi e di fretta rientrai in casa.

22.31 Jersey Mississippi.

Luna piena, nel giro di un’ora e mezza anche quella giornata di merda sarebbe finita. La strada dov’è stata trovata Giulia era la stessa che si affacciava davanti a casa mia.

Non passava mai nessuno di lì. Accostai l’auto verso monte e mi affacciai davanti al guard rail e ai fiori posati per la morte di Giulia. Mi distesi a pancia in giù con i fari accessi che puntavano verso di me per evitare di finire investito. Tastai la parete del burrone di pietra dura fino a scovare un foro di terra.

Era lo stesso punto del nascondiglio di Noah.

Con una spinta il terreno crollò, lasciando aperto un piccolo foro, esattamente delle dimensioni di Giulia.

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