Tabacco parte VII

Avevo chiuso le palpebre per qualche minuto per poi riaprirle sul ciglio di casa. Seduto in auto la voce di Matteo ancora inudibile mi svegliò. Era quasi sera. Il cielo aveva preso un color noce pesca: giallo e rosso. Sembrava il calderone di una strega. Quel cielo aveva un tocco italiano, tutto dove viveva Michele aveva un tocco Italiano. Avevo fame e sete, vedevo tutto come un enorme fetta di mortadella che si prolungava per la valle fino alla pianura di Marzipan lake.

“Ah…Porca troia! per fortuna che ho parcheggiato nell’altro tornante altrimenti ci vedevano la macchina e dovevo cambiare di nuovo la targa!” Fa Matteo.

“Vero! E quando Michele ci chiederà cosa abbiamo fatto? Cosa dovremmo rispondergli? Abbiamo quasi ucciso un sedicenne per un petto di pollo e due mozzarelle ma per il resto bene!” C’era dell’ironia nelle mie parole, quel giorno avevo la luna storta, forse per via della rapina e per quel vago e odioso ricordo delle lance a vapore. Superammo i campi di grano per dirigerci verso casa. Ma non c’è stato bisogno di farci strada tra il grano perché la scia che avevamo creato l’ora precedente ci aveva aperto le acque tra quell’enorme distesa dorata. Gli parlavo tramite il finestrino abbassato della Toyota, si diresse verso il bagagliaio dove aveva messo la spesa.

“Hai fame?” Mi chiese.

“Sì tantissima!” Faccio io.

“Facciamo metà di un panino?” Domandò.

“Certo!” Cercai di non sottolineare troppo il mio incontenibile impulso di mettere qualcosa sotto i denti per non mancare alle regole di galateo che mio padre si era preso la briga di insegnarmi. C’era un caldo primaverile che sovrastava l’afa, era pomeriggio ma il cielo aveva già preso un color noce pesca già pronto per il tramonto. Un venticello che a malapena si poteva definire brezza muoveva le spighe di grano. Aprì lo sportello dell’auto e misi le gambe fuori, in modo che in macchina potesse circolare dell’aria fresca. E non quel nauseante odore di vecchiaia che aveva la Toyota di Matteo. Dal bagagliaio prese il pane e due fatte di prosciutto. Non avendo il coltello si limitò a spezzarlo con le mani al suo solito modo Gesù all’ultima cena. Decisi di avviare una conversazione:

“Secondo te il tipo che abbiamo rapinato prima era sfigato?”

“Era ebreo, certo che era sfigato! Quei pezzi di merda, avrebbero dovuto bruciarli tutti!” Fa lui.

“Ehi, ora cessiamo un po’ il fuoco!” Ribatto.

“Fa come vuoi. Mi fa schifo solo a guardarla quella razza…di…di vermi senza palle! E pensare che Lucky è pieno di quelle merde, li nascondeva tutti!”

“Cazzo chissà quanto sarà ricco Lucky adesso! Sai quanto vale la taglia? Ben 6 milioni!”

“Matte’ perché ce l’hai con Lucky?”

“Perché è un bastardo!”

“Ma che cosa ti ha fatto?” Ero teso come quando guardavo una partita di calcio.

“Lui ha ucciso mio padre…” In quel momento non provai nemmeno a muovere le labbra. Le distese di grano oscillavano qua e la, guardando in alto si vedevano i meli di Marzipan Lake. In Sicilia ho mangiato pochissime volte le mele, erano un frutto del nord. Le ho assaggiate solo una o due volte quando mio padre ha cominciato ad andare al nord quando sono nate tutte quelle cose inventate dai comunisti. In sicilia c’erano i limoni, dappertutto delle sfumature di giallo e di verde che appesantivano i rami sottili e deboli. Non avevo mai visto un albero di mele, e neanche provavo a immaginarmele. Ma per come me lo avevano descritto mi appariva una immagine ferma nella testa di un albero di Natale. Sembravano sfere di vetro colorato, riuscivo a cogliere la scena di una luce che entrava in una mela e diventava un abbaiante raggio rosso ciliegia. Il sud Italia ha gusti completamente diversi da quelli del nord Italia oppure dai tedeschi. Mia madre cucinava benissimo, tutte i cibi tipici Siciliani almeno ogni domenica ci faceva i cannoli. Finché non iniziò la guerra, da allora smise di prepararli. C’era stato un periodo che non mangiavamo nulla, solo fette di pane e zucchero, metà alla mattina e metà alla sera. Il periodo dell’operazione nazista “Barbarossa” , a quel punto morirono un sacco di amici di papà. A dieci anni sapevo ancora poco di politica, era una cosa che comprendeva gli adulti invece alla mia età mi impegnavo a vivere la mia vita e a godermela. Anche se con Mussolini mio padre ci raccomandò severamente di non uscire dai dintorni. La nostra cittadina era tranquilla nonostante tutto. Ogni tanto scompariva qualche ebreo, come quella ragazzina che fu rapita al parco della periferia di Montalbano Elicona. Eravamo solo noi boss della mafia di Elicona e quel vecchio delle collina a sud. Ero convinto che li rapisse lui gli ebrei da quanto si era fatto influenzare da Mussolini. il vecchio era un fascista di estrema destra, negli anni 40′ si diceva in paese che avesse fatto sbranare un russo asiatico dai maiali. Io e Matteo ne fummo realmente sicuri quando trovammo il cadavere del trentaduenne masticato svariate volte da denti grossi e pesanti che a occhio e croce potevano somigliare a quelli di un suino. Era lì deceduto a casa del padre di Matteo chiuso nel frigo in una posizione da yoga. Non sapevo poi se lo avesse fatto per fascismo o per essere coinvolto dalla mafia di Giuseppe Musso. L’ho sempre detto che i maiali sono animali senza senso e aggressivi. Sopratutto quelli del vecchio che per una fetta di prosciutto ammuffita da mesi sarebbero arrivati al punto di sbranare qualcuno e così è stato. Mi spaventava, un giorno lo ho visto rapire una ragazzina ebrea di 12 o 13 anni e chiuderla nel bagagliaio. Urlava ma aveva il nastro alla bocca. In base ai miei confusi ricordi posso affermare che all’epoca fosse e con i capelli riccioli ma si potesse ritenere ancora una ragazzina. Matteo fu il primo a vederla nascosto dietro il carrubo del parco, sbirciammo aprendo le acque tra l’erba alta. Un ricordo del genere resta impresso nella mente di un uomo a vita, ma ho assistito a una quantità innumerevole di queste scene macabre confrontandole a un abituale bambino di dieci anni. Però mezzo traumatizzato e mezzo scemo sono venuto su. Chissà che fine a fatto quella ragazza ebrea, probabilmente morta prosciugata dai succhi acidi dei maiali del vecchio. Ora è diventata humus calpestata dai suoi stessi killer. Non l’ho mai raccontato a mio padre semplicemente per il fatto di non voler avere a che fare con il vecchio. Volevo mantenere un rapporto distaccato con lui, sapendo quello che faceva con i ragazzini. Magari è morto o forse no, è sempre lì seduto sulla sua sedia a dondolo coperta di merda di porci che ci guarda dalla collina in alto. Il silenzio che avvolgeva il tempo e mi dava tempo per pensare. Ha aperto la mente al passato.

“Perché Lucky avrebbe dovuto uccidere tuo padre?” Chiesi.

Era mandato da Tommy Gagliardino.”

“Chi?…” Chiesi.

“Un genovese Italo Americano. Dall’Italia è andato a Dallas e da Dallas a Genova. Da membro dalla famiglia di Luciano, ha tentato di ucciderlo per risalire Chef a Capo dei Capi. Tommy era un maledetto bastardo di quelli che si incontrano una volta nella vita. Era capo del 45% delle famiglie di Genova. E per lui divenire il capo dei capi della famiglia dei più grandi spacciatori Italiani era un enorme privilegio. E realizzò che per ottenerlo sarebbe stato necessario sporcarsi le mani del sangue di Salvatore Luciano. Tant’è che Lucky ad un certo punto ne fu spaventato e scappò a Palermo. Dove aprì una catena di prostituzione, quello di fare scappare Luciano da Genova fu uno dei più grandi errori di Gagliardino. Da lì la taglia di Luciano da 2 milioni è passata a sei. Per cui per farlo fuori una volte per tutte, Tommy promise a mio padre una buona percentuale della sua eroina. Accettare fu un passo falso. La verità è che mio padre non ne sapeva nulla di chi fosse Lucky. Lui non centrava nulla ma Tommy sì. E avrebbe dovuto spiegarli di che si trattasse prima di uccidere uno dei più importanti padrini a sangue freddo.

La polizia Americana mise in carcere ancora nel 1928 un importante padrino, membro della “Mano nera” di New York chiamato Don Vito Cascio Ferro. Da allora prese il potere Salvatore Maranzano che fece scoppiare una serie di guerre basate su fatti di “cose nostre” nella cosca della “mano nera” di cui io non ne sono al corrente. Penso sia stato uno dei motivi dell’assassinio di Joe. Lucky in una di queste fu appeso ad un gancio con la gola tagliata da un orecchio all’altro quando gli agenti fecero irruzione in un magazzino di Staten Island.

Lucky fu trovato da un carabiniere del New Jersey la mattina seguente e riuscì ancora una volta a sopravvivere. Quando finalmente mancava un passo da ucciderlo Tommy fu strangolato con una fascia a 79 anni da Elisabetta la moglie genovese di Lucky. Così nessuno portò avanti ciò che aveva iniziato Tommy, e Luciano andò a vendicarsi contro tutti coloro che gli avevano fatto subire torti la notte del 16 ottobre del 1929 a Staten Island e tra questi c’era mio padre. Assassinato a Dicembre del 1931 sulla sua poltrona di Montalbano Elicona.” Mi ricordavo la scena dell’assassinio di Giuseppe avevo solo 12 anni ed ero fuori città, ricevemmo la notizia da Don Tano lo zio di Matteo a SantaMonica al telefono. “

“Non dirmi che hai un debito anche con Luciano?”

“No! Per fortuna perché se lo avessi sarei sotto terra da un bel po’! Però Luciano ha una base per lo smistamento di stupefacenti proprio a Cuba, e mi ha fatto una proposta tempo fa quando tu eri ancora in coma. Mi ha chiesto di uccidere un certo Bugsy Siegel, un ebreo di quelli che ha contribuito all’assassinio di Joe Massaria. E’ impegnato nella costruzione di un casinò nel deserto del Nevada e ha dei debiti con Luciano. Lucky ha affermato che completerà questa costruzione una volta che avrà ucciso Bugsy. Per cui mi darà una frazione di questo hotel casinò dove potrò depositare tutto ciò che ho a Cuba. Il fatto è che:

Cuba è come un posacenere, tutti posano su esso la propria sigaretta. E poi il tabacco ardente si espande su quest’ultima…” coEra un cibo sostanzioso e grande io lo avevo ancora in mano e anche se affamato cercavo di trattenermi e comportarmi da persona civile, e lo tenevo in mano come se fosse una birra da sorseggiare. Invece Matteo aveva già terminato di divorare il suo pasto. Ora mi si era placata leggermente la fame, ma ero assetato.
“Mi passi la bottiglia?” Chiedo. Matteo aprì il bagagliaio dell’auto e si udirono delle voci provenire da esso. Ancora inudibili si manifestavano nell’atmosfera. Ma tentando di azzardare avrei potuto dire che fossero voci di un ebreo. Successivamente Matteo richiuse nuovamente il bagagliaio.
“Matteo che cosa…” Dissi io confuso
“Cosa?” Fa lui facendo finta di non aver sentito.
“Mi sembrava di aver sentito…”
“Cosa? Cosa hai sentito?” Balbettò.
“No…una voce…”
“No non ho sentito! Prendo l’acqua!”
“Ok!” Faccio. L’attesa e il disagio non mi facevano ragionare e mi muovevano come un burattino.
“BRUTTO BASTARDO!!” Ridisse la voce. Matteo richiuse con gesto rapido il bagagliaio.
“Matteo che cazzo era?” Urlai. In quel momento si era incartato da solo, non poteva negare l’evidenza tutti e due avevamo sentito le urla. Prima erano solo mugugni intortati ma ora era una frase fatta e finita. Presi la sedia a rotelle e mi avvicinai a Matteo.
Matteo aprì il bagagliaio da classico criminale americano.
“Cioè fammi capì? Rapinare il negozio non t’è bastato?”
“France’ sei riuscito a parla’ Siciliano!”
“Se! Tu hai rapito uno e quello che ti interessa è che so’ riuscito a incazzarmi in dialetto!”
“Ma va tanto chi vuoi che ci veda?”
“Siamo davanti a casa di Michele e dietro abbiamo un lago turistico con un supermercato che abbiamo appena rapinato con tanto di pistole! E basta con ste maledette cazzo di garze!!” Me le strappai dal viso.
Matteo si indicò il sopracciglio rivolgendosi a me con aria spaventato piegandosi e facendo il triplo mento. Era spettinato e stava incrociando le pupille con le occhiaie e le sopracciglia folte. La fossetta che aveva sul mento ora sembrava una fossa incavata.
“France’…Il tuo…”
“Il mio cosa…!?” Faccio io.
“Il tuo sopracciglio! Che sei talmente brutto che mi pari un gollum!”
“Cosa?”
“Guardati allo specchietto!”
“Oddio!” Esaltai. La pelle bianca sembrava nastro adesivo incollato sul mio ex sopracciglio. Sbattei una terzina di volte le palpebre e mi si dilatarono le pupille. Mi legai la garza a mo’ di bandana.
“Matteo, seriamente chi è questo qui?” Chiedo.
“Ti presento Bugsy Siegel, quel maledetto stronzo.” Legato il bagagliaio era pieno zuppo di briciole del panino. Cominciavo a capire perché lo avesse finito più in fretta di me. Le sue guance coprivano per metà il suo sorriso. Le sue ciglia lunghe annebbiavano i suoi occhi. Aveva un mento arrotondato e la fronte che si affossava e diventava sporgente a seconda della sua espressione. La sua pettinatura era corta e sfumata hai lati sopra completamente bagnato dalla brillantina e la sua carnagione olivastra. Era preoccupato e tremava.
“Quando lo porteremo a Lucky ci farà le feste! Lo ho avvertito ieri mattina!” Mi rimaneva nella mano solo un misero boccone che senza fiatare misi in bocca rapidamente.
“Da dove lo hai preso?” Faccio io.
“Direttamente da casa sua.”
“Gli hai dato qualche nostra informazione?”
“No!” Disse secco.
“Vieni risaliamo! Andiamo da Lucky non fare domande!” L’auto fece un rumore ripetitivo e senza fiato e successivamente riprese a andare.
“Ma va…” Esclama Matteo. Mi ero legato la garza a mo’ di benda. Avevo fatto un nodo semplice e la avevo attorcigliata alla mia testa in diagonale in modo che mi coprisse il sopracciglio.
“Tieni indossa questi!” Mi porse degli occhiali i suoi occhiali da sole.
“So che essere bendati 24 ore su 24 può essere fastidioso. Quindi se te lo chiedono: tu sei un normale cieco bendato che si è ustionato durante un incendio. Ti chiami…”
“Adamo”
“Ma che cazzo dici è un nome ebreo!” Si rivolse a me urlando.
“E che c’è di male?” Ribatto.
Fece una smorfia contorta e diventò improvvisamente più seria.
“Che tu stai offendendo la nostra patria dandoti questo nome.”
“Ma vai a cagare! Che se mai sei tu che stai offendendo la patria ebrea commentando il mio nome.”
“Ma vai in macchina e non scassare!” Urlò Matteo. Accese l’auto scocciato. Poi spinse il pulsante per la radio e davano “Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno”. Era un momento di confusione la musica sovrastava le mie parole e sconcentravano Matteo.
“Ma taci!! Che sto guidando!” Ero teso e il mio stress aumentava da un momento all’altro, la bolla di concentrazione che si formava in torno a me diventava sempre più spessa. E tutto il resto fuori da essa erano solo sfumature opache. Finché un taglio netto non divise la bolla in due distinte metà. Ero sicuro di aver visto una sagoma colorata in lontananza che trotterellava barcollando tra un estremo e l’altro che si diresse verso di noi. Un botto si manifestò nell’auto tutto il mio corpo lo avverti. Non mi ero fatto nulla ma perdevo solo un po’ di sangue dal labbro. Fummo entrambi storditi dallo scontro che avvenne tra la Toyota e quei solchi che deviavano la pianura a intervalli.
“Ma cosa è successo?” Chiedo.
“Ho investito una talpa!”
La mia espressione sottolineava la risposta, ovvero: “bravo scemo!”. La salma della talpa giaceva sul terreno morente, Matteo la aveva squartata mentre usciva dalla sua buca. Le aveva aperto il ventre facendogli fuoriuscire i polmoni e i suoi organi interni. Un enorme taglio netto divideva il suo corpo in due. Il suo sangue ai miei occhi appariva succo di melograno che dalla sua tesa si spargeva come un enorme macchia di vernice cu un foglio di carta. La sua zampa sinistra cercava di toccare il cielo oscillando le dita.
“E adesso?” Chiesi.
“E scusa mica colpa mia se Dio le ha fatte cieche!” Si portò la mano alla guancia. Tentai ad afferrarla per una zampa, il sangue le si strisciava dietro, non respirava più era ufficialmente deceduta malauguratamente sotto la sciagurata ruota della Toyota Corolla di Matteo. Lanciai il cadavere sulla soglia della strada. Dalla ruota alla targa era uno schizzo rosso. Dopo che la ebbi rispedita al legittimo creatore proseguimmo sperduti nei campi. Il viaggio non durò a lungo o almeno razionalmente alla distanza che avevamo percorso sembrava il tempo sembrava passare più rapidamente. Erano passate almeno due ore ma tutte lungo la dolce pianura eccetto un piccolo pezzo formata al 50% da solchi tratteggiati.
“Non è che per caso hai 20 cents?” Chiese Matteo indicando una cabina telefonica.
Mi porsi la mano sui pantaloni dimenticandomi completamente del fatto di non avere le tasche.
“No, fa nulla! Gli ho trovati!” Appena gli prese in mano li inserì uno alla volta in fila indiana nell’ingegno. Due spiccioli da dieci cents per un totale di 20. Si affrettò a comporre un numero telefonico che sembrava ricordare a memoria. Avevo solo un ricordo sfuocato del numero ma non sembrò ritornarmi utile. Matteo mi ricordava uno scoiattolo: un animale che ogni anno pianta una quantità immensa di alberi solo perché ha dimenticato dove hanno nascosto le loro ghiande. E’ bizzarro come un semplice e simpatico aneddoto possa determinare il carattere di una persona originale e altrettanto incosciente come Matteo. Quando eravamo bambini diceva di fare sempre tutti i compiti assegnati dal professore ma se li dimenticava a casa. Poteva inventarsi una scusa migliore, ma era un caso perso: testardo come il guscio di una noce. Parlava tenendosi la cornetta abbracciata ma riuscivo comunque a udire la sua voce e dell’uomo che parlava.
“Pronto?” Disse Matteo. Si sentì un rumore acuto, rispose un Siciliano con la voce.
“Pronto!” Rispose lui ripetendo la parola.
“Don mi faccia il piace’. Comunichi al dottor Lucania che saremo lì per un’ora e una dozzina di minuti. “
“Chi è lei?”
“Mi può chiamare dottor Accardi. Siamo qui per mettere in atto quella cosa. Ci è stato severamente raccomandato dal Signor Lucania di recarci presso l’indirizzo che abbiamo ricevuto tramite chiamata un paio di giornate fa. L’incarico mi fu proposto tempo fa il giorno che si maritò una mia cugina residente a Castelmola in Italia.”
“Quasi tutti i delegati sono giunti da noi sig. Accardi.”
“Certo saremo lieti di vederla appena giunti a destinazione” Fa Matteo. Si toccò per qualche secondo l’occhio come se dovesse lavarsi la faccia senz’acqua. Poi si diresse verso l’auto e salì al volante.
“Andiamo da Lucky.” La radio ora era spenta. Un lieve profumo di pasta alle sarde entrò dal finestrino ma avendo appena mangiato non mi fece alcun effetto. C’era un venticello leggero che in auto non si sentiva. Matteo riaccese nuovamente il motore della Toyota. Fortunatamente l’incidente che avevamo avuto con quella talpa non causò alcun danno. Ma sarebbe stato meglio pulire il sangue per evitare che qualche sbirro per strada vedesse il sangue e venisse a scoprire in qualche bizzarra maniera del povero Bugsy serrato nel bagagliaio con il nastro alla bocca.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...