Tabacco parte VI

Non ne avevo fatto una tragedia, dopo tutto erano solo un peso. Dopo essermi tagliato i capelli nessuno sapeva più cosa dire, allora guardai fuori dalla finestra, sull’albero c’erano delle api che costruivano un alveare. Poi ricominciai a pensare all’omicidio, io penso veramente che tra gli strambi e provocatori misfatti dalle quali è afflitta la mafia, l’omicidio sia la peggiore. Questo pensiero mi barcollava in testa come una di quelle vespe. Commettere un omicidio non è come nei film dove le persone sono estremamente chiusi in un atteggiamento impenetrabile di indifferenza e insensibilità. Dove sembra che i personaggi abbiano giusto quel poco di buono per riflettere un secondo sulle loro azioni. Come supereroi. Io sono un po’ più vulnerabile al riguardo. Ma non sono mai stato nemmeno troppo spaventato nel vedere un uomo deceduto. Sono stato abituato da mio padre a sparare e a uccidere in caso di pericolo. Qualche mattina si alzava circa tre volte all’anno, e mi stringeva la mano. Non ho mai capito se la sua fosse una stretta fredda, superficiale e infima nei miei confronti oppure una da padre e figlio con affetto. Da una stretta di mano si possono capire molte cose, ma penso al 51% che lo avesse fatto per affetto, lui non era mai stato di sangue blu. Mangiava con le mani come un porco e detestava anche solo quelli del nord Italia che si credevano leggermente superiori. Ogni tanto ne passava uno del nord in motorino, e ci diceva sempre:

“Uee Terron! Cazzo stai a fare qui? Vai a raccogliere i pomodori, coglione!!”

Papà non ci faceva mai caso ma forse dentro di se aveva qualche istinto omicida. E dopo avermi tenuto stretta la mano ogni volta mi porgeva un coltello magari anche uno da cucina, bastava solo che fosse affilato. Lui era un pezzo di pane, mai stato capace di pestare le formiche, e mia madre pure. E trattenendosi dal pianto mi diceva sempre:

“Francesco se sono tuo padre cercheranno di ucciderti almeno 10 o 12 volte nella tua vita. Ed è importante che tu impari a difenderti e capire che uccidere è una cosa buona. Ora prendi questo coltello, e vai ad ammazzare quel gatto. E’ magro e malato morirà tra poco uccidilo così soffrirà di meno. E sappi che io sono una persona di merda e ho fatto troppi errori nella vita, tu non seguire il mio esempio. Studia e stai lontano dal crimine, dalla Sicilia e dalla Mafia. Ora uccidi quel poveretto, ti prego fallo per me.”

Pensavo all’istruzione di merda che avevamo avuto io Matteo e a quelle normali cazzate che sapevamo fare. Come arrampicarci sul carrubo, quello non ce lo aveva insegnato nessuno. O andare in altalena e in bicicletta e uccidere. Quel gatto era spelacchiato ed era talmente pallido che gli si potevano vedere le vene attorcigliarsi sulla costola. Mi coprivo gli occhi e afferrando il coltello e ripetendo tra me e me:

“Se lo uccido soffre di meno.”

Allora lo prendevo e gli tiravo il collo come se fosse una gallina. Si sentiva un gemito acuto come l’insopportabile rumore che emetteva la sedia a rotelle di Michele. Le budella gli fuori uscivano dal collo e faceva qualche metro con gli occhi chiusi, poi moriva lasciando questo mondo. L’enorme problema di sgozzare un gatto di Montalbano Elicona è che erano senza pelo ed il pelo nascondeva la morte. Poi gli raccoglievo la testa o una zampa e mettendola dentro un cestino di vimini la coprivo con un fazzoletto di seta, quelli che mia madre mi dava sempre per non farmi prendere il raffreddore in autunno e lo coprivo. E successivamente lo porgevo a mio padre, che cercando di non guardare lo riponeva sulla soglia della porta. Non sono sicuro che lo guardasse, forse se invece di metterci la zampa o la testa avessi messo qualche sasso non sarebbe cambiato nulla. Un po’ come la favola di Biancaneve, il cacciatore innamorato sostituisce il cuore di un cinghiale invece di quello umano della ragazza.

Poi Matteo ritorno a parlare, chissà a cosa aveva pensato lui in questo secondo? Magari a nulla visto che forse ero solo io stordito dal coma.

“Sai visto che sei in sedia a rotelle potrei bendarti con qualche garza la faccia e fare finta che ti sei ustionato. Così la gente non vedrebbe il tuo volto.”

“Si potrebbe fare!”

“Miche’, non è che c’hai qualche garza?” Urlò per farsi sentire fino al secondo piano

Nessuno rispose.

“Miche’?” Urlò di più Matteo.

“Sì…?” Fa lui.

“Non è che c’hai qualche garza?”

“Sì, sono in bagno nel cassetto in alto a destra dello specchio. Se vuoi c’è anche il disinfettante.”

“Ok grazie!” Michele era molto preciso nel dare le indicazioni. Sapeva riconoscere casa sua come la sua tasca. Per l’ansia guardai ancora l’orologio lime, ora erano le 12 esatte. Matteo non aspettò un secondo per bendarmi, ora non ci vedevo e respiravo a malapena.

“Non respiro…Alza la benda.” Matteo capì al volo e alzò la garza.

Una sensazione di sollievo mi attraversò i polmoni. Un formicolio freddo che percorreva la mia colonna vertebrale dal basso all’alto. Matteo prese la garza e la alzò leggermente sopra al naso e poi mi chiese:

“Ora respiri?”

“Sì, ora sì. Non riesco a togliermi la testa Billy Boy, quel povero uomo.”

“Sì. Devi solo pensare che è un coglione, lui ammazzava la gente per professione. E ha cercato di ucciderti.”

“Sì ma rimane sempre una persona. E io e te abbiamo commesso un omicidio da sedia elettrica.”

“Comunque lo ho ucciso io non tu. E credimi lui era una persona di merda.”

“No, io non lo conoscevo ma mi sento in colpa per aver tradito la volontà del Signore. Lo capisci Matteo? Non sono come Al Canri o gli altri mafiosi con i quali hai dei debiti che uccidono a sangue freddo. Ho lasciato questa vita da tempo, e ora con il coma tu mi stai trascinando.”

Sospirai e guardai altrove poi ripresi a parlare:

“Mio padre aveva ragione.”

“Su cosa?” Chiede lui.

“Che questa è una vita di merda, e più invecchio più me ne rendo conto. Io ero come lui, e anche se ho molti soldi e sono una figura importante in America finirò come lui.” Anche mio padre alla mia età la pensava come me. Un giorno andammo in un paesino a sud di Montalbano Elicona e passammo su un piccolo sentiero di campagna squallido e deserto. Lo stavamo percorrendo per via di una deviazione pedonale. Ad un certo punto c’era una staccionata di legno interrotta da del metallo arrugginito. Passai sotto e continuai, ma papà mi fermò. E mi disse:

“Non passare sotto, scavalca Francesco. Solo i vermi passano sotto, sei un verme France’ o sei un’aquila?”

Mi resi conto di come eravamo stati istruiti io e Matteo, dove eravamo cresciuti. E come avevamo imparato le classi sociali della mafia, io ero venuto su con la testa abbastanza sul collo. Matteo no. Non si era mai drogato ma era diventato una persona violenta, aveva imparato che il sangue era suo amico.

“Andiamo a fare sta cazzo di spesa.” Dissi io in seguito.

“Andiamo.” Ribattè lui.

“Michele noi andiamo a prendere due robe al Minimarket qui vicino.” Urlai

“Ok! A dopo…” Ma non prestò molta attenzione alle mie parole poiché era impegnato a scrivere.

“Aspetta prendo il portafoglio.” Era sul tavolo, face un passo se lo nascose rapidamente in tasca. Sul ciglio dell’ingresso c’era un sacchetto dell’umido aperto ed il pattume era sparso sul terreno. Era esposto al sole e in estate si era squagliato. Non sapevo perché mi concentravo su queste cose quando dietro avevo un paesaggio più bello. Come la collina. Quella a sud, la più attraente. Non era del tutto tonda, si allungava in una specie di gobba che degradava torcendosi dolcemente fino alla pianura. Al di là della pianura c’era Marzipan Lake. Si intravedevano da lontano delle lance a vapore, che distanti sembravano attaccate una contro l’altra nell’acqua limpida. Non c’erano molti bagnanti per fortuna. Da giovane avevo fatto il canottiere per tornare a casa a sedici anni con qualche spicciolo. C’è qualcosa in quel piccolo mezzo di trasporto che mi induce a detestarlo, in effetti quale canottiere non provava invidia per le lance a vapore. In loro c’è un non so che di spavaldo e irritante che mi invita a strangolare colui che la guida. E non è la prima volta che mi barcolla nel cervello questo profondo sentimento di odio nei loro confronti. Matteo spinse la sedia a rotelle e mi impedì di intravedere il lago, e più abbassavo la testa più scompariva tra i campi di grano dorati. Non c’era un sentiero dove il grano era meno alto, forse facendo il giro a sud. Era un mucchio di erba alta almeno un metro e trenta. Io essendo bendato non ne sentivo la presenza ne’ alla testa, ne’ alle ginocchia. Invece Matteo detestava il lento fruscio del grano sul collo che a volte lo pizzicava e gli rimaneva attaccata sulle spalle qualche cicala. Ma non si lamentava, si vedeva solo che spostava la testa di qua e di la ed evitava di andare veloce. Una volta giunti sul ciglio del marciapiede Matteo mi afferrò per le ascelle e mi mise seduto in auto. La targa era passata da: “Adtvi12unm” a “Sc45tynqer.” Il sedile era morbido e continuavo a tastarlo con le dita, in attesa che anche Matteo salisse in auto. Poi una volta entrato inserì le chiavi dell’auto nell’apposita serrature e la accese. Fece retromarcia e una scia di argilla si sparse nell’atmosfera.

“Il Minimarket è dietro la collina a est.”

Presguimmo in un sentiero che avvolgeva il rilievo come un asciugamano. Era una strada fatta di cemento fresco che conduceva fino a una delle provincie di Dallas, un paesino a 20 miglia da Lucas. Ma pressapoco i sentieri erano tutti uguali. Ci vollero sui cinque minuti per raggiungere il supermercato.

“Se sapevo che era così vicino parcheggiavo prima!” Esclamò Matteo. Cercava di farsi simpatico e sorridere, dopo tutte le disgrazie che mi aveva fatto passare in questi tre giorni. Una volta parcheggiato uscimmo dall’auto, da vicino il market appariva più un caffè. Una specie di Autogrill dove si può sia consumare che comprare. Dentro c’era solo un adolescente sempre sui sedici anni. Era alto e magro. E per quanto si sforzasse di mantenere il suo sorriso da perfetto rapporto tra cliente e commesso appariva sempre una smorfia. Aveva dei brufoli sulla fronte e della barba che stava ancora crescendo. Dei capelli castani e dritti come pali, ed il collo per metà spellato. Una volta dentro suonò una campanella appesa sopra all’ingresso.Il sedicenne si voltò subito poiché nel negozio non c’era nessuno eccetto io e Matteo.

“Buongiorno!” Fece Matteo.

“Buonasera!” Contrastò subito il commesso. Poi ognuno si immerse nelle proprie attività, l’adolescente a contare il denaro guadagnato e io e Matteo a fare la spesa. Passammo davanti al banco dei salumi gestito da una ragazza bionda e giovane.

“Due etti di salame ungherese.” Chiesi.

“Al volo.” disse lei. Ci guardammo intorno, nel carrello c’erano già: Fusilli, sale grosso, olio, zucchero, caffè, yogurt, qualche petto di pollo, pane e salumi. Una volta preso tutto senza dire nulla il commesso alla cassa ci chiamò.

“Arriviamo.” Fa Matteo. Poi a bassa voce mi sussurrò:

“Questo mai farsi i cazzi suoi?” Non ho riso ma ho solo allargato il labbro sinistro in alto mugugnando e facendo uno strano verso con il naso, in modo che sembrasse una corta risata. E ottene il successo desiderato. La sedia sul pavimento per metà bagnato cigolava come non mai, ma per fortuna dovevamo percorrere una strada breve. Matteo cominciò ad appoggiare il cibo sul nastro, e una volta terminato il commesso disse il prezzo soffiandosi il naso e guardando altrove.

“Cinque dollari.”

“Ehi, non è che puoi farci un piccolo sconto?”

“Mi dispiace i miei genitori mi hanno raccomandato di non fare sconti ai clienti su merce non scontata.”

“Nemmeno un po’? Abbiamo preso le marche più economiche ed il prezzo è sempre alto.”

“Se vuole posso farle il 10%.” A quel punto Matteo si incazzò come una iena e tirò fuori dai polmoni l’ira di Dio. Dalla tasca afferrò una calibro 38 da 99 millimetri a cui aveva aggiunto il silenziatore, la stessa che aveva dato a me una volta fuori dall’ospedale. La ficcò dritta in uno spazio vuoto della camicia sulla spalla nella vena basilica e disse:

“Ascolta non vuol dire che se il mio amico è in sedia a rotelle bendato puoi trattarci come handicappati e prenderti gioco di noi facendo finta che il 10% sia tanto. Ora tu ci fai il cento per cento di sconto più gli interessi e non lo dici a nessuno.”

“Quanto volete?” Disse spaventato.

“Quanto hai lì?” Chiese Matteo.

“Cinquanta dollari.” fece.

“In contanti?”

“No, ho una banconota intera. Ma ti prego ora lasciami!”

“Ti lascerò quando mi darai i soldi che mi spettano.”

“Ecco prendili, ma butta giù l’arma ti prego.” Gli poggiò sul banco con il palmo della mano.

“Per essere un uomo, le palle non ce le hai!”

Non osò rispondere.

“Dov’è la chiave del bagno?” il commesso la tirò fuori dalla tasca senza indugiare, era piccola e arrugginita. Matteo la afferrò con la mano sinistra assieme ai soldi.

“Bene, ora dimmi dove sta’ il bagno.”

“Sta’ qui a destra.”

“Ecco voglio che tu entri dentro!” Era piccolo e caotico, i tipici bagni da caffè. Il commesso alzò le mani e come le alzò Matteo disse:

“Non serve che alzi le mani coglione! Se ti ammazzo muori anche con le mani in alto!” Diceva tutto bisbigliando per evitare che la ragazza che gestiva i salumi dall’altra parte del minimarket sentisse.

“D…devo…devo entrare?” Chiese il commesso balbettando

“Sì, devi entrare. E se lo dici a qualcuno sei morto!” In tutta questa lite io tenevo il carrello della spesa. Il commesso era entrato e Matteo impugnò la pistola con la sinistra e prese le chiavi con la destra. Poi chiuse la porta con l’adolescente dentro e girò le chiavi due volte verso destra per non farlo uscire. Poi parlò a me:

“Ora andiamo via.” disse a me e in seguito urlò:

“Arrivederci!”

La ragazza che gestiva i salumi ribatte sul momento sorridendo.

“Arrivederci!” Uscimmo dal negozio senza nemmeno un graffio, e in fretta e furia Matteo mi buttò sul sedile posteriore dell’auto piegò la sedia a rotelle e me la poggiò sulle ginocchia. Poi aprì lo sportello per guidare, si sentiva che era in moto ma era intrappolata dal fango:

“Sto cazzo di fango!” Disse lui. E dopo qualche secondo scendemmo dalla collina per tornare a casa da Michele.

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