Tabacco parte V

Tutti rimasero in silenzio. Uno di quei momenti in cui c’è talmente tanta tranquillità che si riescono a sentire i rumori della natura oppure i suoni in sottofondo. Non esiste il silenzio, anche se tutti stanno zitti come pesci. Matteo prese lo sgabello che reggeva la radio, e poggiò questa sulla moquette. Si avvicinò a mi e disse:

“Ora sto cercando di accumulare soldi con lo spaccio. E sono riuscito a contattare un criminale . Ha un progetto che non so quando riuscirà a realizzare ed è molto occupato. Ma di soldi ne fa, e mi fa fare alcuni lavori in nero. E ‘ gentile.”

“Quanti debiti devi ripagare?”

“Saranno dieci o quindici.”

“Sono tanti soldi?”

“Sì, non riuscirò mai a ripagarli con lo spaccio. Ma sono riuscito a trovare una cosa con cui potremo salvarci.”

“Cioè?”

“Si tratta di trasferirsi ad Amsterdam “

Era tutto velato di grigio. Faceva caldo, era umido, e sbuffi improvvisi d’aria smuovevano l’afa. Nella notte delle nuvole grosse si erano accumulate sull’orizzonte e avevano cominciato ad avanzare sulla campagna deserta. Matteo si alzò, e si diresse verso la finestra e sputò un cumulo di saliva nei campi di grano. Chissà dove era andato, cercarlo sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio.

“Sono stato stupido!” Fa lui in seguito

“France’ se mi ucciderò o mi uccideranno voglio che tu mi sotterri in fondo al mare.”

“E perché?”

“Voglio che la gente pensi che sono un tipo molto prevedibile e poi si chieda dove si terrà il funerale, e che rimangano sorpresi nel sapere che si terrà in mezzo al mare.” In quel momento Matteo si credeva una persona come le altre, ma non era così. Per la società era un mafioso omicida e lo ero anche io. Gli si leggeva in faccia che era ormai giunto all’ultima spiaggia, pensava già alla sua morte. E se i mafiosi a cui doveva dei debiti se la fossero presa con me? Cosa sarebbe successo a me in questa vita?

“Cioè fammi capire con tutti i debiti che hai pensi a ste’ cazzate?” Gli dissi io, ma potevo perfettamente capire.

“Qualche volta.” Rispose lui scrutando fuori dalla finestra, come se tra tutti i campi di grano volesse ritrovare il suo sputo.

Ora c’era un’atmosfera pesante ed il cielo aveva preso un colore innaturale, scarlatto. Le nuvole, prima ammassate sull’orizzonte ora si scagliavano una contro l’altra. Ma sicuramente non sarebbe piovuto, sopratutto perché le nubi tendevano a spostarsi verso destra.

“Ma perché Amsterdam?”chiedo io cambiando argomento

“Cambieremo vita e trasporteremo il Crack che lì è legale in altri stati facendoci pagare di più!”

“E come pensi di pagare il traghetto per l’Europa? Quanti soldi hai nel portafoglio?”

“Ho 14 dollari, non so come funzioni l’economia ad Amsterdam ma posso permettermi il traghetto!”

“Matteo, forse posso prestarti dei soldi e investirli in Borsa.”

“Grazie, ma quanti me ne potresti prestare?”

“Altri 10 000…Ma non è semplice, quindi potrei darteli a rate. 100 euro alla settimana. Non posso darti dieci mila dollari in contanti, non passerai inosservato.”

“Potremo farlo, e poi facciamo cinquanta e cinquanta in borsa.”

“Sì, ma prima voglio che mi tiri fuori da questo casino con Billy Boy.”

“Ok, vedrò cosa si può fare” disse Matteo.

Ora non si sentivano più i grilli e le cicale, ma il cinguettio degli uccelli. Fuori dalla finestra, dopo la campagna e a valle della collina a sud una scia di ciclamini viola attraversava quella piccola fetta di pan di Spagna gigante e ne percorreva la sua spina dorsale. L’armonia e la pace regnavano su quella collina mentre qui veniva da darsi un colpo in testa dal caldo. Matteo si accorse che non lo stavo più ascoltando, allora tutti e due rimanemmo nel silenzio più totale ascoltando la natura. Il ventilatore era acceso ma per sentirne la presenza dovevamo avvicinare la testa ad esso. Girava lentamente, e la lampada accesa attirava qualche mosca che ci sbatteva la testa contro.

Matteo ora si era diretto verso la porta e si era appoggiato lì come se la casa dovesse cadere a pezzi da un momento all’altro. Era appoggiato con la schiena, sembrava Tex, gli mancava solo la pistola. Mi avvicinai spingendo la sedia a rotelle. Fuori dalla finestra non c’era l’ombra di una macchina. Non so se eravamo ancora a New York mi sembrava molto meno caotico. Allora chiesi a Matteo:

“Dove siamo?”

“A Dallas, più a Sud c’è la periferia.” fa lui

“Hai guidato fino a Dallas?”

“Sì ma tu non te ne sei reso conto perché dormivi.” Annuii e mi misi a pensare ad altro. Mi accompagnò fino giù al primo piano, ma Michele non c’era. Era in una stanza al secondo piano, seduto su uno sgabello. C’era la porta aperta, contro la parete si appoggiava una scrivania verticale e un enorme libreria piena zeppa di libri disposti in ordine cronologico. La camera era spoglia e c’era afa anche se la finestra era spalancata.

“Cosa stai facendo Miche’?” Faccio io

“Sto scriv…Nulla”

“Cosa?”

“Sto scrivendo.”

“Ah e cosa?”

“Sto lavorando a un nuovo.”

“Bello! Posso vedere?”

“Certo vieni!” Mi avvicinai, era un foglio A 4 bianco come i denti di Michele. Era suddiviso in 14 rette parallele che erano tracciate con una mina leggera da sinistra a destra. Teneva in mano una penna biro blu a corto di inchiostro. Nella mano sinistra.

“Sei mancino?” fa Matteo, lui notava tutti questi particolari.

“Ambidestro, nella marina usavo molto tutte e due le mani, e mi sono abituato ad utilizzarle entrambe.”

La camera aveva i soffitti alti e spogli ed il corridoio che lo attraversava era buio e sotterrato dalla penombra. Ma non era per nulla polveroso e lurido, solo grande e pulito. C’era odore di pomodoro, probabilmente l’altra sera che tutti eravamo andati a letto a pancia vuota e lui si era scaldato una pizza surgelata. Cosa che avrei fatto io se fossi rimasto sveglio, forse avrei bevuto. Già a queste parole una sensazione di disgusto mi percorreva la lingua.

“Sai già come si chiamerà il libro?”

“Sì.”

“E come?”

“Michele Bayley, penso che lo chiamerò così.”

“Di cosa parlerà?”

“La mia vita.” disse lui bagnandosi le labbra poi feci una pause di almeno cinque secondi e dissi:

“La tua biografia?”

“Esatto! Vorrei che qualcuno sapesse che sono esistito e tracciare un segno nella storia. Ormai ho 76 anni.”

“Un idea molto profonda, ma tu sei italiano?” chiedo

“Sì, Calabrese.”

“Ok, lo leggerò. Da quanto hai iniziato a scriverlo?”

“Da tre mesi, ora è finito…Devo solo trovare una casa editrice che lo pubblichi.”

Notai in quel momento che su uno scaffale della scrivania c’erano cinquecento pagine sempre di un foglio A 4 tutte quante scritte.

“E’ il tuo primo libro?”

“Sì, ma so già che sarà più famoso dell’inferno di Dante.”

“Va bene, se mi cerchi io sono in salotto. Buona scrittura.” Appena uscii dalla camera socchiusi leggermente la porta.

“No, lascia aperto che sto soffocando dal caldo.”

“Certo scusa.” Ripresi la maniglia della porta e la spalancai. Ora io e Matteo eravamo al primo piano. Erano apparse le nuvole. scorrevano veloci su un cielo stinto proiettando delle macchie scure sugli immensi campi di grano. Erano ombre, e si notavano dato che il campo era dorato e le colline erano verdi. In qualsiasi prospettiva provassi a guardarle sembravano sempre avvolte da un mantello verdognolo e qualche colore estivo. Si vedevano in lontananza, da qui sembravano un po’ sfuocate e lontane. Ho sempre notato anche nei disegni che quando si vuole fare apparire qualcosa lontana il colore si sfuma. Si spinge sui bordi ma sempre restando leggeri e dentro il colore si fa sempre più chiaro. Mi diressi verso il frigo assieme a Matteo, lo aprì. C’era solo: un tubetto di maionese tutto finito, una bottiglia d’acqua riempita per metà aromatizzata alla ciliegia e due yogurt scaduti l’anno precedente.

“Dobbiamo fare la spesa.” Fa Matteo aprendo lo sportello del frigo .

“Ah…” sospirai

“Lo chiediamo a Michele?” chiedo io

“No, lui ha già fatto troppo. Ci andremo noi.”

“Si certo. Matte’ basta a fare il rincoglionito, dai iniziative troppo ideali e le spari alla cazzo, svegliati.”

“Non sto scherzando, dobbiamo solo cambiare il nostro aspetto per non farci riconoscere. E poi se non lo cambiamo ora lo faremo questa settimana, non possiamo rimanere qui dentro per sempre.”

“Sì, e come?”

“Billy Boy era un neonazista giusto? Ci facciamo SkinHead e ci tatuiamo una svastica così in tribunale avremo qualche speranza con il partito di destra.” Non era una brutta idea per lui, io invece sono conosciuto in America e mi avrebbero riconosciuto lo stesso.

“Ma dobbiamo cominciare ora.” Si incamminò verso il bagno, la porta di plastica era già aperta. Una volta dentro si precipitò sul lavello e aprì tutti i cassetti all’altezza delle ginocchia. Finché dopo qualche minuto non trovò il rasoio. Avevo fame per la prima volta dopo tre anni, ma non decisi di prendermi da mangiare. Volevo provare quella sensazione che tanto non percepivo. Successivamente si presentò davanti a me impugnando un rasoio. Matteo aveva trentasette anni all’epoca e i suoi capelli dritti come pali, avevano una loro specifica pettinatura e non ne aveva mai perso uno in tutta la sua vita. Io invece ogni settimana dovevo pettinarmi in un modo ancora più diverso e stravagante per i pochi capelli che mi crescevano. Afferrò un tovagliolo di carta dal tavolo e una volta seduto attaccò la spina.

“Questo lo faccio per te, per quello stronzo di Billy Boy e per me!:” Fa Matteo afferrando il rasoio. Detto questo si poggiò la lama in fronte, era fredda e tagliente. E con un gesto veloce i suoi capelli castani caddero per terra spargendosi nel pavimento. Ora era calvo al centro ed aveva il suo solito taglio ai lati. Poi senza indugiare si tagliò anche ai lati.

“Bene, ora fallo anche tu!” Così non sembrava uno Skinhead ma solo un pazzo che si era dato una rapata alla cazzo. Lo presi in mano era bagnato dal sudore, i liquidi corporei della mano di Matteo avevano appiccicato il sudore alla zona metallica del rasoio. Allora guardai negli occhi Matteo e dissi:

“Lo faccio per te, per Cuba, per tutto quello che mi sono perso, e per me!”

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