Tabacco parte IV

Ho aperto gli occhi, io ho sempre avuto delle ciglia molto lunghe ed il fastidio di averle è che si intersecano sempre tra loro, mi succede spesso dopo aver aperto gli occhi. Dei raggi del sole entrarono dalla persiana che era chiusa per metà e mi illuminavano a strati, tranne il viso. Avevo solo le lenzuola addosso che mi arrivavano all’altezza delle ginocchia. Matteo si era già alzato e si era rifatto accuratamente il letto, prestando attenzione a non svegliarmi. Fuori dalla finestra, all’entrata della casa, si sentiva un rumore fitto e continuo, il rumore di un colpo di martello che si ripete all’infinito. Le cicale cantavano e ricoprivano leggermente il chiasso, a quel punto appariva una melodia. Il “cra-cra” delle cicale con il “ton-ton” del martello. Di notte c’era da schiattare, nemmeno un po’ di brezza varcava la finestra. Il calore entrava nelle pietre, sbriciolava la terra. E quando prendevi i pomodori nell’orto, erano senza succo, e le zucchine piccole e dure. Ma quell’estate il grano era alto. A fine primavera aveva piovuto tanto, e a metà giugno le piante erano più rigogliose che mai. Per la prima volta dopo tre anni ho sbadigliato assonnato. Tirai giù le lenzuola e mi guardai la gamba destra quella che mi faceva male l’altra sera: non era niente di grave si era solo sbucciata. La stesi e guardai fisso il mio alluce destro, stavo sudando. L’osso del dito tremolava e l’unghia si stava per togliere. Mi concentrai fisso sullo lo stesso dito per dieci minuti e mi accorsi che finalmente l’alluce riusciva a toccare il secondo dito. Ci sono voluti due giorni, ma ci sono riuscito, si muoveva perfettamente. Sono rimasto a letto mentre il sole cominciava ad accendersi.

“Matteo!!!”

Il rumore del martello in sottofondo era troppo acuto per fare spazio alla mia voce. Il frastuono che provocava l’arnese era come un metronomo, aveva un tempo ed un ritmo. Bastava solo parlare nel momento in cui Matteo acquistava le forze per battere un altro colpo.

“Matt!!…”

“Toc!”

“Matte’!!”

“Toc!”

“Matteo!!!”

Posò il martello per terra che si impantanò assieme ai calcinacci e a le budella dei gatti morti sparsi qua e là. Era un martello norvegese di quelli senza la zona appuntita nel retro. La parte metallica era un po’ strisciata e rovinata dagli anni passati. Tirai su la persiana per farmi notare, lui sentì il rumore e guardò in alto. Aveva messo degli occhiali da sole di plastica con la montatura frontale verde e quella laterale nera.

“Cazzo vuoi? Che c’hai dormi’ fino a chest’ora?”

“Eh…Sì”

“Ma dai!!! Mo’ vengo!”

“Cos’hai oggi? Hai le palle girate Matte’ ?” dissi.

“No, lascia stare!”

Mi limitai a mugugnare per qualche frazione di secondo e poi ripresi a parlare. “Do’ sta Miche’?”

“Sta di sotto con un tipo.” mi rispose Matteo.

“Chi?”

“Un autista Uber tuttofare che sta riparando il lavandino”

“Ah ok, vieni?”

“Aspe’!” mi dicce.

Il canto delle cicale cominciava a farsi pesante. Le suole delle scarpe di Matteo che si mischiavano assieme ai calcinacci e al fango facevano un rumore assordante e schifoso. Si avviava verso casa girando la testa al limite, come i gufi. Poi ritornò a guardare la campagna deserta e la casa in mezzo al nulla. Una volta sul ciglio della casa si pulì sullo zerbino che sembrava abbastanza recente rispetto al resto degli oggetti dentro la casa. Su esso era scritto: “Home sweet home” con lo sfondo di una foto di New York vista dall’elicottero. Si strofinò le suole ed entrò in casa. Michele era seduto e stava masticando un biscotto che aveva in bocca da non so quanto tempo, era ancora in pigiama. E a fianco a lui c’era l’autista che stava cercando tra le cianfrusaglie della cucina. Era magro, con la testa pelata. Sopra le orecchie gli crescevano dei capelli gialli e radi che teneva raccolti in una coda. Aveva il naso lungo, gli occhi infossati e la barba, bianca, di almeno un paio di giorni, gli macchiava le guance incavate. Le sopracciglia lunghe e biondicce sembravano ciuffi di peli incollati sulla fronte. Ed il collo era grinzoso a chiazze, e le labbra screpolate. Teneva in mano un cacciavite, si stava levando il muco dalla narice sinistra con un gesto veloce. C’era caldo, aveva la camicia a picche bagnata dal sudore. Michele invece si era messo molta brillantina e nonostante i numerosi e futili tentativi i suoi capelli biondi non si reggevano in piedi. Allora ogni minuto li accarezzava delicatamente dal basso all’alto come se dovessero scattargli una foto. Finalmente si era deciso a deglutire dopo aver masticato più di elefante lo stesso cibo. Ora stava sorseggiando un caffè appena fatto sulla stessa tazzina dell’altro giorno.

“Miche’ ti dispiace se prendo la sedia a rotelle per Francesco?” Fa Matteo

“Sì fai pure è lì a fianco alla porta della mia camera da letto.”

“Ok grazie, uno di questi giorni ne compro una”

Nessuno disse nulla. Il tuttofare riprese a parlare: più Matteo andava verso di me più le voci di Michele e l’autista diventavano inudibili. Come i muri della casa che avevano perso l’intonaco dopo anni. Si sentiva il rumore dei passi che sulle scale di legno rimbombavano. Sul comodino c’era una piccola scultura di una madonnina in metallo che pregava e a fianco la foto della figlia di Michele. Una ragazza alta e bionda, con un sorriso che assomigliava a quello del padre. Due orecchie che si notavano poco, per niente a sventola. Un naso leggermente rotondo e due occhi grandi e luminosi color nocciola che forse aveva preso dalla madre. Nella foto era venuta bene anche se essendo di dieci anni prima era rovinata. Le ultime gocce di pioggia della serata precedente cadevano dalla grondaia. Sul comodino c’erano due cassetti, sul primo delle cinture e cravatte. Ed il secondo era per metà vuoto con delle collane dorate e caramelle al miele e spiccioli lanciati come cibo per piccioni.

Matteo era arrivato alla mia stanza, aveva varcato la soglia ed era entrato.

“Ecco ho preso la sedia, oggi pomeriggio vado a comprarne una.” Afferrò la sedia e si è diresse verso il letto appoggiandola sullo strato di legno prima del materasso.

“Domani vedo di farti dormire sul divano!”

“Ho rubato la targa a una stessa auto in città, e la ho messa al posto della mia. L’unica che ho trovato aveva il parabrezza rotto, allora ho dovuto dare una martellata anche al mio. ” Deglutì e si bagnò le labbra.

“France’ il fatto è che io ho appena commesso un omicidio e l’infermiera e altra gente hanno visto le nostre facce. Per quanto sia grande New York non possiamo vivere qui per sempre. Io non sono conosciuto oltre i confini della mafia, nessuno sa chi sono da quando ho cambiato il cognome. Invece tu… Sei una figura importante a Wall Street e ti stanno cercando da giorni.”

“Comunque è legittima difesa, possiamo presentarci senza problemi.”

“Non funziona così. Ci farebbero delle domande, e io non posso rischiare la mia identità. Comunque Billy Boy era un veterano e anche se nazista rimane sempre una figura importante per tutto il tribunale di destra. E se vengono a sapere che ho commesso altri omicidi di alcuni comunisti che si aggiravano a Cuba, avremo contro anche il tribunale di sinistra.” In effetti aveva ragione se le cose andavano male andavamo all’inferno assieme a Billy Boy. Deceduti nel suo stesso modo con una siringa di cianuro.

“Potremo corrompere il giudice!”

“No, non so quanto può chiedere. In questo periodo sono a corto di soldi e ci servono per i comunisti. E se il giudice si ammala e viene cambiato all’ultimo momento? Lo farebbero stare a casa.” ribattè Matteo.

“Lo so ma non posso nascondermi per sempre!”

Guardai la foto della figlia di Michele sul comodino e mi venne un colpo di genio.

“Se rapissimo il figlio del giudice? Invece di corromperlo?”

“Dovremo capire come entrare in casa sua. Ma metti solo che il bambino inizia a piangere.”

“Potremo procurarci dell’Alcover, oppure rompergli le mandibole.” insistei.

“France’ mio Padre è stato uno dei più grandi boss mafiosi siciliani. Ma neanche lui è mai arrivato a rapire un bambino da un secondo all’altro.”

“Quindi, cosa intendi fare?”

“Intendo che l’idea è buona ma a me pare un po’ azzardata. Tutto qui…Solo, se lo facciamo, non farlo sapere a Michele.” Appoggiò accidentalmente la mano sopra le lenzuola, sul mio piede. Allora per istinto mossi l’alluce, l’unico dito che potevo muovere.

“Hai mosso il dito!!”

“Sì, stamattina dopo molti sforzi sono riuscito.” affermai.

“Bene! Ecco, prima di fare cazzate, mi sento in dovere di dirti quanti casini sono successi mentre tu eri in coma.”

Deglutì e tirò fuori tutta la lingua per bagnarsi a malapena le labbra con un gesto rapido. Mi accorsi in quel momento che appena fuori dalla porta della camera c’era una radio, antica e piena di polvere ma, anche se piena di difetti, faceva il suo lavoro.

Trasmettevano il solito tormentone estivo che ordinariamente bene o male era sempre di un gruppo che in America si sentiva nominare più dello stesso presidente Americano. The Who. Quest’anno la loro canzone si intitolava: “My Generation.” Eravamo già all’assolo di basso di John Alec Entwistle il bassista del gruppo. Il tempo di ascoltare un frammento di quel breve brano che Matteo disse:

“Vado a prendere una cosa! Per farti vedere.”

Si alzò dalla sedia, spense la radio, fece un passo, poi un altro, si mise le mani in faccia e si accucciò a terra guardandomi.

“E’ un bel casino.” Fece lui, poi si è alzò e mi ha afferrò prima dalla gamba sinistra e poi dal braccio destro, per l’ascella, e mi posò in sedia a rotelle. Mi sentivo inferiore a lui anche se in realtà era il contrario forse solo perché era più alto.

Si voltò e si avviò verso la porta che era già aperta ad angolo piatto. Poi uscì con il corpo ma infilò il collo nella stanza.

“Arrivo subito.”

C’era un afa terribile, mi tolsi la canotta che era oltretutto nera e macchiata di caffè. Giuro che se scopro chi è il genio che ha inventato le canotte nere gli sfascio casa. Matteo impiegò poco tempo a tornare e mi presentò davanti un libro in perfette condizioni. Era di colore rosso con un martello ed una falce intersecati tra loro e con un’estremità a sinistra una stella come copertina. Si intitolava: “Il Capitale.” L’autore si chiamava Karl Marx.

“Vedi questo cazzo di libro, mi ha rovinato la vita.”

“Perché?”

“Lo avevi già visto?”

“Sì, risale a prima del mio coma.”

“Con questo è nato un movimento politico della Russia che sostiene che ogni cosa appartenga allo stato ovvero ciò che pensa Marx.Da qui il nome Marxismo o comunismo. Sono molto idealisti.”

“Ed il loro simbolo è il martello e la falce?”

“Esattamente”

“Sì, gli conosco. “

“Siamo in pericolo. Ecco ora che c’è questa guerra, Cuba ha un punto di vista interessante per i socialisti. Se pensi da lì potrebbero accedere all’America latina al Messico e alla repubblica domenicana. E ora che tra un po’ se ne andrà Eisenhower. In che modo potrei sapere che l’altro non è una testa di cazzo e che non darà Cuba ai socialisti! Per cui sono venuto a sapere le ultime notizie della CIA e sembra che i comunisti abbiano voglia di fare un attacco frontale proprio a Cuba.”

“Quando saranno le elezioni?” Faccio io.

“L’otto novembre! C’è un elezione tra John Fitzgerald Kennedy e Richard Milhous Nixon.”

“Per me potremmo fare così. Salvarci il culo prima delle elezioni, mio zio don Tano in Sicilia fa molta grana e ha gestito tutti i soldi di mio padre. Forse potremo riuscire a ripagare qualche debito. E il mese prima delle elezioni convinciamo il presidente che sembra più debole. Kennedy. Lo minacciamo e gli diciamo di proteggere Cuba e in cambio gli diamo il voto di una percentuale di cittadini Americani.”

“Hai ragione potremmo farlo!”

” Poi con i soldi di don Tano e i casinò di Cuba, le coltivazioni di Marijuana riusciremo a tirarci fuori dai debiti. Ora, purtroppo sto cercando di salvarmi e trovare altri soldi per ripagare i prestiti che mi hanno offerto. Con tutti i debiti che avevo poco a poco ne sto pagando le conseguenze…”

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