Storia di una fuga parte IV

Mi svegliai. Avevo dormito in Jeans e in camicia. Un pacchetto di Oreo secchi a colazione. Un pasto leggermente più degno della cena e del pranzo del giorno precedente. Anche se ogni biscotto che mangiavo mi sentivo sempre più triste. Erano le dieci in punto. Il cielo aveva un colore noce pesca, e un contadino di Marzipan Lake era riuscito a cadere da una insignificante collinetta e di conseguenza a fare un tuffo nella gelida acqua del lago. (-2 gradi).

Matteo aveva le scarpe sul tavolo, entrambe, più una Chesterfield accesa in bocca. E Michele era andato a festeggiare alle 8 di sera e alle 10 del mattino non era ancora rientrato a casa.

“Matteo dove siamo?”

“Cioè fammi capire saremo qui da ormai una giornata e ora ti sei posto la domanda: dove siamo?”

“Ieri hanno tentato di uccidermi ero più occupato a mettermi in salvo.”

“Dallas.”

“Hai guidato fino a Dallas?”

“Qualcuno doveva pure salvarti.”

Ora erano le 10:01. Avevo tante domande da fare a mio fratello ma non avevo voglia di farle. Volevo solo sfondarmi di Oreo fino a che non mi sarebbe caduto l’intestino. Come Oliver. Quella notte lo avevo sognato, mentre correva trascinando le sue viscere in giro per la moquette rotolando fra i frammenti di vetro del tergicristallo della mia auto.

“Matteo, potrei chiederti una cosa?”

Scocciato buttò la Chesterfield, anche perché si accorse di non aver voglia di fumare.

“Dimmi.”

“Ti sei fatto una più minima idea, di chi sia l’assassino di papà e mamma?” Chiesi sporgendomi con il gomito sul tavolo.

“Non lo so. Mamma era vecchia e anche papà, se non fossero morti per omicidio sarebbero morti l’anno dopo. Infatti quando mamma è morta, e abbiamo aspettato la diagnosi, mi sono sorpreso quando il medico ha detto che era morta per strangolamento. La cosa è diventata più pericolosa quando è deceduto anche papà e zio Tony a Capo Passero a colpi di rivoltella. So però una cosa! Papà aveva corrotto degli Sbirri che gestivano lo spaccio di stupefacenti via postale a Capo Passero. Avevano, appunto, lo scopo di gestire questa rete illecita di droghe. E so che un periodo circolavano stupefacenti da tutto il mondo, e può darsi che si fosse fatto qui alcune inimicizie.”

Questo lo sapevamo entrambi. Ma di quell’ufficio postale, la capitale della corruzione e della criminalità di capo Passero, ne erano rimaste solo le ceneri.

“Di quell’ufficio non ne è rimasto nulla.”

“Perché?” Mi chiese Matteo.

“E’ andato in fiamme da ormai 25 anni.” Dissi mangiando l’ultimo Oreo del pacchetto a microscopici morsi. Non potevo muovere le braccia e le gambe per mangiare. Così per prenderlo lo afferravo con i denti e poi lo mangiavo. “Che facciamo?” Chiesi.

“Ho ricevuto una lettera la settimana scorsa. Da cuccudrigghiu.”

Friedemun, soprannominato da noi “cuccudrigghiu” (coccodrillo) era un nostro fedele amico. Fried era il fratello del figlio della sorella di una ragazza che una volta venne al 94° compleanno dell’amico del fratello di mio nonno. Non so per mia madre, ma per me era molto più facile associare la sua faccia anche a una parola lunga come coccodrillo, piuttosto che…

Il fratello del figlio della sorella di una ragazza che una volta venne al 94° compleanno dell’amico del fratello di mio nonno. Stessa cosa per Matteo che a 30 e passa anni era ancora in dubbio su quante “c” avesse la parola “coccodrillo”. Ovviamente non lo chiamavamo veramente “coccodrillo”. Erano soprannomi che ti guadagnavi nel lavoro, per quanto sanguinario eri o per il tuo modo di fare.

Matteo tirò fuori la lettera dalla tasca.

“MONACO DI BAVIERA, 2/ 7/ 1960.

Ciao Matteo. Sono Friedemun, ovviamente entrambi ci siamo accorti che l’assassinio del signore e signora Bongiorno non sono stati una coincidenza. Voglio venire Dallas 10 luglio. Ci incontriamo via Truman 12, busserò alla porta alle 10:25 di mattino. Porta anche Francesco. Ti spiego tutto al mio arrivo. Ti lascio mio numero di telefono.

+49 704 442 103

Cordiali saluti. Friedemun Osmund Wagner.

(Fried non parlava bene italiano perché di origine tedesca).

“Questo è il motivo per cui siamo qui!” Fa Matteo.

“Quando dovrebbe arrivare?” Chiesi.

“Tra circa 10 secondi.” Disse guardando l’orologio verde lime appeso sopra la porta della cucina.

Quaranta orologi svizzeri non sarebbero bastati per descrivere Fried. E’ arrivato esattamente alle 10: 25.

Bussò due volte precise, si fermò per qualche secondo sull’uscio della porta. Indeciso se entrare o meno. Poi girò la testa e si guardò le spalle per controllare di non essere seguito. Gli sembrò essere tutto sicuro, così entrò.

Fried era un uomo non particolarmente alto ma neanche “basso”. Si poteva collocare sulla metà. Aveva una cravatta verde lime (come l’orologio), che teneva sopra la camicia bianca. Occhiali da sole per coprire l’occhio nero. La bocca chiusa per nascondere il dente che gli mancava. E la barba per coprire la sua insignificante fossetta sul mento. Orologio con il laccio fatto di pelle di coccodrillo e per concludere con classe: aveva una spilla rossa sulla giacca.

C’era un motivo se lo chiamavamo coccodrillo e non era dovuto al fatto che vestiva con pelle di quest’ultimo. La verità è dura da raccontare. Ed è anche difficile ammettere, perché tutti i membri di quella cosa che i giornalisti chiamano “mafia”, hanno fatto quasi tutti cose orribili. E non si sono certo guadagnati il loro soprannome facendo cose semplici come: vestirsi con pelle di coccodrillo. Si racconta che Fried fosse andato in Africa a vendicarsi con un cliente che non aveva pagato mio padre. Ha fatto sbranare suo figlio dai coccodrilli e ha dato fuoco a casa sua. Questo ci raccontava a Palermo. Fried era più grande di noi. Quando lui aveva 18 anni io e Matteo ne avevamo sui 5. Essendo più grande, lui ci raccontava le sue imprese come se fosse un supereroe. Ho scoperto la verità crescendo. Ho scoperto anche che il padre del bambino mangiato dai coccodrilli era ricco sfondato. Per cui Fried, che non era stupido, prendeva i soldi del padre del bambino morto e poi si presentava da noi con i regali di babbo natale.

Nel lavoro che faceva Musso (e anche mio padre) ho capito molte cose sulla “mafia”. Musso si faceva circondare da servi. E da queste persone che ho soprannominato “cacciatori di taglie”, erano per lo più veterani in declino o gente ai margini della società che era disposta a sporcarsi le mani in cambio di qualche lira. Questo era Fried. Il capo dei capi dei cacciatori di taglie di Marina di Ragusa. Musso lo manteneva dandogli prede da cacciare e lui ritornava sempre vincente. Tutta Ragusa lo rispettava, questo è ciò che mi ricordo.

Quando entrò, poggiò la giacca su una delle sedie e ci salutò. Non avevo confidenza con lui, perché era appunto più grande di noi e di conseguenza lo avevo conosciuto tardi. Nei suoi occhi intravedevo la pietà e la sofferenza di tutte quelle persone che aveva ucciso.

Era molto più pericoloso di quanto appariva agli occhi della gente.

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