Tabacco parte III

Sopra la casa c’era ancora una vecchia porta colorata d’azzurro, un azzurro che ricordava gli occhi del veterano. La porta era marcia fino all’osso e scrostata dal sole. Puntelli arrugginiti sostenevano il solaio che in certi punti era crollato. Per terra qua e là tra l’immondizia c’era letame rinsecchito, cenere, mucchi di mattonelle e calcinacci. Giravo la testa per scrutare il panorama, “Bella merda di panorama” mi veniva da dire a Matteo. I muri della casa avevano perso gran parte dell’intonaco ma comunque reggevano anche se si poteva dedurre che erano piuttosto vecchi. Nei campi si aggiravano dei gatti, tutti quanti maschi spelacchiati, magri e pallidi. Matteo guardava per terra stando attento a non pestare i cadaveri di quelle povere bestie. La casa era in mezzo ai campi di grano, tra l’erba alta. Si poteva notare solo se si scrutava da lontano guardando fisso nello stesso punto per almeno cinque minuti. La mietitura aveva un colore dorato una sfumatura dal grigio al giallo che mi ricordava il quadro di Seurat che avevo appeso in camera: “La Tour Eiffel.” Ad un tratto apparve un uomo facendosi strada tra i campi di grano che circondavano la casa come l’albume delle uova circonda il tuorlo. Avanzava piano piano non riuscivo ancora a dire se fosse un uomo o un cane dato che era più basso delle spighe di grano. Uno spigolo buio continuava ad avviarsi verso di me, e ad un certo punto cominciò a salirmi il panico e l’adrenalina. Finché finalmente non giunse sul ciglio della strada dove era parcheggiata la Porsche di Matteo. Era un uomo in sedia a rotelle, più incedeva verso di me più il cigolio delle ruote diventava acuto e insopportabile. Altezza media, corporatura robusta, capelli biondo cenere che gli ricadevano in fronte . Mi ricordava un cantante del gruppo degli Who. Le ruote in metallo erano arrugginite come la porta della tettoia. Era una sedia di pelle di suino, pelle vera graffiata dai gattacci in giro sparsi nel campo. Ormai l’imbottitura era uscita ed era caduta per terra all’entrata della casa. Indossava dei pantaloni di cotone di lino e una maglietta dell’Hard rock caffè. Bianca con una macchia di Ketchup. Aveva un sorriso pieno a 35 denti, bianco come la neve che cade dalle nuvole nel periodo dell’avvento, senza nemmeno un po’ di tartaro. Lo salutai:

“Ciao”

Niente

“Ciao” ripetei di nuovo.

Silenzio

Mi accorsi che il finestrino della Porsche era alzato allora girai la manopola per tirarlo giù, anche questa cigolava. Allora riprovai a salutarlo, questo era l’ultimo tentativo se a questo non rispondeva probabilmente aveva qualche ritardo.

“Ciao!” faccio io

“Salve” ribatte lui

Non aveva una faccia da ritardato, anzi era giovane e probabilmente pensava che fossi io quello con qualche ritardo dato che ero appena uscito dal coma ed ero un po’ scombussolato. Si sentiva una voce di sottofondo, assomigliava alla voce di Matteo ma era ancora solo un gemito lontano per distinguere il tono.

“Miche’!!!” fa la voce che rimbalza tra i muri e gli alberi dando un effetto eco.

“Arrivo!!!” dice l’uomo in carrozzina. Probabilmente si chiamava Michele.

“Lei vuole venire?” Dice a me in seguito.

“Sì, certo. Ma nemmeno io riesco muovere le gambe.”

“Ah, allora potremmo fare a metà di questa sedia. Tu ti siedi a destra ed io a sinistra tenendo una gamba fuori e ognuno spinge la sua ruota.” L’idea è buona, allora ho aperto lo sportello. Un alito da coma si sparse per aria assieme al fumo. Mi chiedevo come avesse fatto Matteo a guidare con i finestrini chiusi. Lui si avvicinò all’auto scendendo il gradino alto circa un centimetro causandogli una leggera turbolenza. Riuscì a salire nella sedia e lui cominciò a spingere. La voce si faceva sempre più vicina e stridula.

“Michele!!!”

Un lampo improvviso ha interrotto l’armonia ed il sole. Il celo aveva cominciato ad annebbiarsi gradualmente di nuvole cariche di pioggia. Qualche goccia cadeva e atterrava sugli steli d’erba fino ad appesantire quei piccoli fiocchi verdi facendo cadere le piccole sfere d’acqua. Che una volta appoggiate a terra lasciavano un: “Blop”. La brezza aumentava e cominciava a finire il caldo. Il cielo era oscurato e cupo, i campanelli di una mandria di mucche sulla collina a nord in lontananza si sentivano fino a qui. Allora Michele mi disse:

“Andiamo?”

“Ok” Tutti e due spingemmo la ruota contemporaneamente, eravamo molto veloci. Nuotavamo nelle spighe di grano dorate e tra le colline di Marzipan Lake. La mietitura sembrava un enorme mantello di velluto giallo con un angolo acuto e nero che lo attraversava, noi due. Quando giungemmo in casa c’era un’area piana, un’enorme distesa di terra brulla ricoperta da immondizie varie. Matteo era qualche metro più in la dove ricominciava il grano, guardava per terra prestando attenzione a dove camminava. Stando attento a non calpestare accidentalmente le salme dei gatti morti sparse in giro. Poi Michele ricominciò a parlarmi:

“Entriamo in casa, e potrà sedersi”

“Certo grazie, ma se vuoi puoi anche darmi del Tu.”

“Ok, se vuoi all’entrata c’è un divano” Matteo era quasi arrivato, e ci trovò già seduti. Michele aveva acceso la televisione c’erano gli Europei di calcio. Il Portogallo contro la Francia. Per il momento eravamo 1 a 0, aveva segnato Futsal di tacco sinistro all’incrocio dei pali. Il portiere era quasi sul punto di prenderla ma cadde per terra e si ferì alla spalla, allora lo sostituì Honduregno che sembrava piuttosto in forma. Era straniero ma cresciuto in Francia ed era alto un metro e settanta, del Cile. Era una tv Voxson, abbastanza bella e recente. La casa all’interno era molto più bella che all’esterno. Era ricoperta di piastrelle rosa molto spesse, e c’erano finestre qua e là aperte a vasistas e appannate. Il tavolo era legno di quercia antico e lavorato a mano. E la cucina una piccola stanza caotica con un po’ di calcestruzzo sparso qua e là. Il lavandino gocciolava e le gocce che cadevano sul metallo del lavello davano un rumore fastidioso. Poi c’era anche un piano superiore che conduceva fino alla porta azzurra sopra la casa. Arrivò anche Matteo zuppo come un biscotto nel latte. Si affrettò a chiudere la porta perché non entrasse altra acqua. Era rilassante sentire la pioggia ed il freddo fuori, mentre noi eravamo al caldo in casa, mi sono chiesto come facevamo a stare al caldo e dopo notai che c’era una stufa a legno accesa.

“Ti vedo stanco” Fa a me Michele

“Vuoi sciacquarti la faccia?”

“Sì va bene, grazie. Come ho voglia di un caffè.”

“Matteo la mia sedia a rotelle è lì vicino a…”

“…Francesco” gli dico io.

“Matteo puoi gentilmente accompagnare Francesco in bagno a sciacquarsi la faccia”

“Sì, ok”

“Se ce la fai mettigli su anche un caffè”. Nessuno rispose.

Matteo senza indugiare mi prese la sedia e mi mise a sedere. Allora mi spingo fino in bagno, la sedia cigola ed emette un rumore insopportabile. Si sente l’odore della moka piena di caffè fino a qua. In bagno la porta è di plastica ed è bianca a mo’ di ospedali. C’era della muffa concentrata negli angoli umidi della doccia. Il lavandino era un po’ arrugginito e lo specchio si era spaccato a metà, avevo veramente un brutto aspetto. Accendo il lavandino e infilo la testa dentro, l’acqua mi bagna i capelli, è una bella sensazione. Poi mi asciugo con un accappatoio rosso visto che non ci sono asciugamani e esco.

“Ti senti meglio?” mi chiede Matteo

“Non male” Michele aveva azzerato il volume della televisione. Il caffè era su uno sgabello a fianco al divano, era una tazzina con scritto: “Love your Kitchen” scritto in corsivo con un cuore rosso un po’ sciupato.

“Zucchero?”

“No grazie, lo preferisco amaro. Come Matteo”

“Anche io lo preferisco amaro perché francamente io penso che sia proprio questo il sapore del caffè. E se si mette lo zucchero si rovina il gusto.” Disse Michele.

Nessuno sapeva cosa fare o di cosa parlare. Per cui ha iniziato Michele, si è schiarito la voce e ha detto:

“Cosa ti sei fatto alle gambe?”

Non potevo dire che ero appena uscito dal coma, non conoscevo abbastanza bene Michele per fidarmi di lui. Anche Matteo mi faceva segno di no con la testa.

“Ho una malattia genetica.” Ho risposto.

“E invece tu? Michele.”

“Ecco… è difficile da raccontare. E’ successo qualche anno fa, sono andato a sciare assieme a mia figlia e mi sono spaccato le…”

“Gambe!” Ho finito io la frase

“No” Dice lui.

“Siamo andati io e mia figlia, quando ancora c’era. Eravamo in una baita a cenare. Billy Boy ci ha seguito.”

“Quel Billy Boy?” Chiede Matteo.

“Sì esatto, proprio lui!”

“Chi è Billy Boy?” Faccio io.

“Un Killer di San Francisco ingaggiato dai mafiosi di Cuba per sporcarsi le mani di sangue di gente altrui, un fidato aiutante di Zodiac. Quella sera ci furono quindici morti trucidati con una Beretta calibro 7, 62. A me hanno sparato alle gambe e mia figlia l’hanno rapita, probabilmente per il mercato nero.” Cercava di rimanere impassibile ma dai suoi occhi azzurri trapelava la tristezza. Stava piagnucolando, una lacrima gli cadeva giù dall’occhio destro fino a toccare il tavolo.

“Domani compie diciotto anni. Il suo cadavere non è mai stato trovato.” ormai piangeva a fiumi, era diventato rosso come un pomodoro maturo. Si stava svenando da quanto rimpiangeva la scomparsa della figlia.

“Come si chiamava, tua figlia?” domandò Matteo.

“Bianca, Bianca Bailey”

Tutti si rattristarono, e guardarono in alto cercando come se volessero chiedere aiuto a Gesù. Era quasi mezzanotte, il sole calava e fuori pioveva a catinelle.

Matteo si alzò in piedi e disse:

“Michele mi dispiace per ciò che ti è successo, ma ho una bella notizia. Billy Boy è morto, lo ho ucciso io. O meglio lo abbiamo ucciso noi. Quello stronzo ci ha aggrediti in ospedale stava per uccidere anche Fra con una siringa di cianuro, ma lo abbiamo salvato. E c’era anche un infermiera…”

“Era Bianca?” Fa lui come se Dio in persona lo avesse illuminato.

“Non lo so, mi dispiace.”

“Era bionda?”

“No, aveva i capelli rossi.”

“Forse non era lei. Lo ho sentito alla radio che lo hanno ucciso. Ma perché Billy Boy vi ha aggredito?”

“Ecco… Purtroppo avevamo dei debiti con un tipo ricco. Ci ha prestato dei soldi da mettere da parte, ed io li ho investiti in borsa assieme a Francesco, gli affari sono andati bene e ho acquistato della Marijuana. Ed ero talmente sicuro che ho speso il 20% dei 100 che mi ha dato. Ma sfortunatamente c’è stato un crollo, mi hanno detto che il prezzo che facevo era fuori dal mercato. E mi sono trovato da 100 a 0 dollari. Il tipo ha ingaggiato Billy Boy per venire ad ammazzare Fra per vendetta.” Per una volta sapevo di cosa stava parlando Matteo, era successo il mese prima del mio coma, e nel frattempo forse Matteo non era riuscito a procurargli i soldi.

“Come si chiamava il tipo ricco?”

“Al. Canri.”

“Mai sentito.” Fa Michele.

Tutti rimasero in silenzio, intanto la partita era terminata 2 a 1 per la Francia. C’era un’orologio verde lime sopra la televisione, la lancetta dei secondi si era rotta, segnava l’una e mezza. Tutti guardarono l’orologio finché Matteo non disse:

“Io vado a dormire.”

“Anche io. Tu Miche’ non vieni?”

“No, io resto in piedi un altro po’ guardo le cronache della partita.”

“Ok!” Fa Matteo. Mi accompagnò fino su per le scale al terzo piano. C’erano due letti, uno mio e l’altro di Matteo. Michele che era disabile dormiva in una stanza al primo piano. C’era caldo, talmente tanto che il camice dell’ospedale era completamente bagnato dal sudore fino al collo . Sospirai, e tentai di muovere di nuovo la gamba. Nulla, non riusciva a spostarsi di un millimetro. Mi accorsi che avevo un dolore forte alla gamba destra. Come se una pianta rampicante si fosse annodata e attorcigliata più volte su essa. Una diga che si era rotta, una cosa travolgente. Rossa e scura che mi trafiggeva il polpaccio. Faceva male. Il materasso era scomodo e vecchio sembrava di dormire su una lastra di marmo. Aveva bisogno di prendere aria ed il cuscino pure. La finestra dietro il letto a mo’ di prigione aveva la persiana tirata giù a metà. Ma ero talmente stanco che mi addormentai come un ghiro senza più pensare a nulla…

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