Tabacco parte II

L’infermiera si avvicinò a me squadrandomi dall’alto al basso. Ero per terra stavo per svenire e ritornare alla “Bella addormentata” per altri tre mesi. L’infermiera mi sollevò e mi rimise in branda, ora non aveva uno sguardo triste ma solo preoccupato che era già un espressione diversa dalla sua quotidiana. Non riesco bene a descriverlo, perché non la guardai negli occhi da quanto ero stanco. Deglutì con ancora i baffi del caffè, allora con la manica del camice si pulì.

“Dottore!!!!” Ululò la donna a squarciagola.

Il dottore, avvolto dall’angoscia e dalla adrenalina, arrivò correndo. Era un ex veterano nazista, si poteva intuire dal minuscolo tatuaggio che portava dietro l’orecchio destro. Era l’aquila Nazista nella quale c’era scritto: “Hitler ad potentiam”, credo si traduca: “Potere a Hitler” dal latino. Era uno SkinHead. Aveva degli occhi color celeste/azzurro, quello che di solito hanno i Tedeschi. Probabilmente era un medico di base nello Zeppelin. Alto circa un metro e novanta, era di sessanta o settanta anni. La sua pelle era ormai sciupata dagli anni che gli erano volati via…

“Infermiera mi passi l’Alcover!” Aveva una voce preoccupata ma non suscitava per niente paura. Una voce che sembrava arrotolata dall’angoscia, una molla che si estendeva e si contorceva per tutto il cervello del vecchio . Pensieri su pensieri gli ronzavano in testa, entravano da un orecchio e uscivano dall’altro come un sottopassaggio. Il lobo del dottore gli penzolava da tutte e due le orecchie, uno schifo di persona sia fisicamente che psicologicamente. Il dottore si era fermato per un istante e in bocca accumulava la sua stessa saliva che si divertiva a spostare da una parte all’altra della sua bocca. Intanto l’infermiera si accorse che dalla finestra di fronte alla branda arrivavano dei raggi luminosi del sole che mi accarezzavano la tempia. Allora in fretta si diresse verso quel piccolo buco nel muro e tirò la persiana. Si accorse dopo che il medico gli aveva posto una domanda allora intonò la sua voce con un tono strano ma abituale e frequente. Uno di quei toni che si usano per dare una deviazione alla propria voce facendola sembrare sbadata, in quel momento si poteva leggere in fronte all’infermiera: “Scusa non ho capito, puoi ripetere ero troppo occupata a oziare”.

“Certo dottore.” Replicò l’infermiera.

Si girò e corse a prendere l’Alcover nel tavolino attaccato al muro infondo alla camera. Era una siringa da 13 centilitri, mi sembravano un po’ troppi come dose di una droga da ospedale. Cosa se ne faceva di 13 centilitri di una droga da stupro?

Il dottore afferrò la siringa che gli posò delicatamente l’infermiera e pronto a iniettarla nella flebo guardò Matteo con uno sguardo strano, non saprei come descriverlo uno sguardo pazzo. Uno di quelli che fa Joker. E poi sorrise. Aveva un dente dorato che ricordava un personaggio di Suicide Squad. Matteo fece una smorfia di disgusto la stessa espressione di quando un bambino assaggia i carciofi. Era la prima volta che lo vedevo fare quella smorfia, aveva alzato leggermente il labbro fino a contorcere e allungare il suo naso aquilino. Ora aveva un naso più lungo di Pinocchio. Un’espressione che sembrava volesse dire nel linguaggio degli occhi: “Mi hai deluso e mi fai schifo”. Guardò negli occhi il dottore e gli diede un pugno in piena faccia che avrebbe potuto farlo volare fino agli appartamenti che avevo affittato in Alabama. Matteo mi strappò la flebo dal braccio e uscì una fontana di sangue, rosso come le ciliegie mature che raccoglievamo io e lui d’estate nel frutteto. Tutto questo mi ricordava una ripresa di Arancia Meccanica dell’inizio, quando Alex ed i Drughi invadono la casa dell’anziano e lo pestano.

Si precipitò violentemente addosso al medico e gli ficcò la siringa in fronte. Ora il medico veterano nazista aveva in testa 13 centilitri di cianuro. Era privo di sentimenti: era morto con una espressione neutra. La saliva gli usciva da tutti i fori del corpo. Poi Matteo guardò l’infermiera con uno sguardo freddo e schifato, lo stesso che fece al veterano, e mi prese per le ascelle. Mi sentivo mezzo morto, avevo vomito e sangue in faccia e Matteo correva con me in braccio. Girava per l’ospedale con il gomito per coprirgli la faccia. Per fortuna il dottore era deceduto silenziosamente perché la saliva che gli fuoriusciva dalla bocca non gli permetteva di parlare e tutto il sistema nervoso si era bloccato in una frazione di secondo. Probabilmente l’infermiera e il cadavere del dottore erano ancora lì spaventati, l’infermiera si stava già immaginando il funerale. La bara avvolta in una bandiera americana che tristemente scompariva nel più spettrale angolo di questo mondo. Il prete che pronunciava l’addio a un grande veterano che ha reso onore alla Germania. Che con una voce rauca e anziana pronunciava: “Oh Padre porta con te nel regno dei cieli con umiltà e grazia questo uomo che ha compiuto felicemente la sua vita. A te chiediamo aiuto…” E tutti i partecipanti vestiti di nero che ogni tanto buttavano una lacrima.

Mi sono sempre chiesto come mai i morti vadano sepolti nel sottosuolo, se secondo la religione il paradiso si trova sopra le nuvole. Secondo Dante il Paradiso ricordava l’isola che non c’è, un posto ideale dove tutti hanno raggiunto la massima armonia. In realtà non so in che modo posso immaginarmi il mio paradiso, ma ognuno può crearsi il suo. Magari Peter Pan nel libro non è mai esistito, è un bambino deceduto e la sua anima si trova nell’isola che non c’è, dove sceglie di non crescere. Allora perché nell’incertezza nessuno aveva mai pensato di costruire un Regno dei Cieli fai da te. Un palazzo gigantesco dove tutti gli umani possono andare a trovare i parenti salendo una scala e a pregare assieme. Forse c’è sempre stato un’aldilà ma nessun morto è mai riuscito a raggiungerlo perché è stato sepolto sotto terra legato con una palla al piede, magari è sempre stato questo il significato sul quadro della Cappella Sistina: “A un passo da toccarsi”. Ma nessun’anima ha potuto fare qualcosa dato che è ancorata al sottosuolo e con tutte le forze vorrebbe avvertire gli uomini sulla terra. Può essere la trama di un nuovo libro di Dan Brown.

Eravamo quasi fuori dall’ospedale, mancavano pochi metri, Matteo era distrutto. Non sopportava più il mio peso sulle sue spalle. Poi l’infermiera aveva visto le nostre facce, avrebbe potuto raccontare alla polizia l’accaduto. Giunti all’auto Matteo mi fa:

“Francesco, mettiti a gambe incrociate per terra, sto cercando le chiavi…”

Si stava frugando nelle sue tasche da Marie Poppins, tra cicche di sigaretta e contanti. Ci stava mettendo troppo, gli sbirri sarebbero arrivati nel giro di pochi minuti. Allora ho dovuto intervenire:

“Matte sbrigati!!!”

“Ci sto provando ma non trovo le chiavi.” Aveva un aria allarmata e scocciata che lo strangolava come una vipera, più sudava più smetteva di ragionare. Nel 1960 tutti lasciavano i finestrini delle proprie auto aperte, ma non Matteo. Aveva una Porsche 911 una delle auto più costose all’epoca.

“Ma ‘sti cazzi!!!”

Tirò un pugno al finestrino e lo spaccò senza neanche un sasso. Si distrusse tre dita, ma continuò a prenderlo a pugni finché non si spaccò totalmente. Dal finestrino aprì lo sportello della Porsche e mi buttò nel sedile anteriore come un bagaglio a mano dell’aeroporto. Dovevo scrivermi in fronte: “FRAGILE”.

Una volta dentro guardai vicino al sedile di pelle di Matteo e vidi le chiavi. Era un anello in metallo con legate due chiavi, probabilmente una era della Porsche e l’altra di casa. E assieme a quelle due c’era un portachiavi blu sottomarino scuro a forma di dirigibile con scritto: “Inside Boston”. Chissà, magari mentre io ero in coma lui aveva fatto qualche centro ricreativo. E’ bello solo immaginare che finalmente Matteo dopo anni sia riuscito a godersi la vita, perché è sempre stato un bravo amico e non si meritava questa vitaccia. Tutti pensano che la gente mafiosa sia solo stronza, ma non è così. Matteo era una brava persona e si è abbandonato alla mafia solo perché la vita non l’ha accolto a braccia aperte. E se essere come Matteo significa essere stronzi, allora io scelgo di essere uno stronzo. E quando io e Matteo moriremo, nel bene o nel male, a nessuno importerà più nulla.

Ci fu un attimo di silenzio come nei funerali, la brezza che usciva dal finestrino mi accarezzava i capelli e portava con se qualche spiga di grano e polvere che si posava sul mio naso e cadeva per terra come brina in inverno. Poi quel magico attimo finì ma la brezza continuava a soffiare e non si alzava, restava sempre così. In quell’attimo tutto il mondo ed il tempo si fermarono per me e Matteo e riprese pochi frazioni di secondo dopo, lasciandoci solo un brivido alla schiena. Poi l’armonia si spezzò, i nodi si sciolsero e nessuno disse una parola. Solo io e Matteo: il nostro passato, il nostro presente, il nostro futuro e l’innocuo silenzio. Ero stanco e le mie palpebre cominciavano a calare per il sonno. Allora mi accorsi che nessuno aveva ancora notato che le chiavi erano sempre state lì appoggiate sul sedile.

“Matteo, le chiavi sono lì!” Urlai io con le poche forze che mi rimanevano

“Lì dove??”

“Ma porca puttana!!! Sono lì alla tua destra”

“Sì le ho viste!!” Nel 1960 le auto ibride non c’erano ancora e quando la Porsche di Matteo si accendeva sembrava che qualcuno stesse cercando di scassarla. Matteo si prendeva tutto con calma, allora mi veniva da pensare che magari era molto sicuro di sé e sapeva gestire il suo tempo da solo, ma non è così. Era lento come un bradipo con una palla al piede.

“Cosa devo fare?!!”

“Prendi questa! Difendenti e prova a muovere le dita dei piedi” Era una calibro 38 da novantanove millimetri. Nel parcheggio non si vedeva nemmeno l’ombra di un poliziotto, tutto era vuoto e deserto. L’infermiera era ancora lì a piangere nella sua penosa stanza di ospedale a contemplare gli errori della sua vita. Matteo fece retromarcia, e si avviò a 200 km all’ora verso l’entrata dell’ospedale. Intanto ero concentrato a muovere le dita dei piedi, sentivo che ne avevo la forza ma non riuscivo. Il mio corpo era come un burattino si comandava con lo spago. Una volta in coma lo spago non si era tolto ma si era indebolito come le corde della chitarra quando è scordata.

Dall’ospedale avevo cominciato a prendere sonno e a non capirci più nulla. Le mie palpebre coprivano piccole fette dell’occhio poco a poco. Eravamo entrati in un sentiero in mezzo ai campi di grano, fuori da New York. Era una strada di terra battuta sperduta tra il grano, l’aria che produceva la Porsche di Matteo soffiava via le spighe di grano. Questi sentieri mi ricordavano i paesini Italiani sperduti in mezzo al nulla più assoluto. Alla prima rotatoria c’era scritto: “Marzipan Lake”. Di un lago non c’e ne era neppure l’ombra. Le strade erano tutte uguali non c’era nessuno. Poi Matteo si fermò davanti a una casa.

Sorgeva al centro di uno spiazzo di terra brulla coperto da rami e calcinacci. Crepe profonde attraversavano i muri che avevano perso gran parte dell’intonaco. Una scia di buganvillee, era cresciuta arrampicandosi come edera sul parapetto. Nonostante quel piccolo piazzale dalla grandezza di tre o quattro zerbini disposti in griglia fosse coperto da rami e radici. Sulla soglia della casa non si presentava nemmeno l’ombra di un albero. Solo uno, piccolo e nano, che era sorto a un metro di distanza dal palo arrugginito dietro alla finestra del salotto. Vicino a dove avevamo parcheggiato, cioè davanti alla casa c’erano tre bidoni della differenziata: l’umido, la carta, la plastica e il vetro. Il vetro era pieno di barattoli di conserve e bottiglie vecchie di Vino sparse perfino per terra. La plastica invece era piena di bottiglie di acqua aromatizzata alla ciliegia da due litri e l’umido riempito fino all’orlo di pattume vario. Nessuno passava mai per di lì e il proprietario della casa viveva tra l’immondizia. Riuscivo a malapena a vedere qualcosa da quanto ero stanco.

“Matteo, ma dove siamo?”

“Al sicuro non preoccuparti.” E tutto svanì in una frazione di secondo, ed io caddi in un sonno profondo sul sedile posteriore della Porche di Matteo avvolto dal silenzio…

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