Storia di una fuga parte I

Questo racconto è ancora in fase di modifica

PROLOGO

1 aprile 1940

“Buongiorno mamma,

sa qui sta cominciando a piacermi. Mi hanno fatto una proposta mesi fa. Mi hanno riferito che stanno cercando di vendere una vecchia catapecchia. Non poco distante da qui…Sarà forse qualche miglia. Girano voci che appartenesse a un ricco schiavista dell’800. Sono andato a vederla, sembra in ottime condizioni: acquistarla sarebbe un affare. A quanto pare il proprietario possedeva un enorme distesa di campi di cotone fino all’orizzonte. Ora invece ciò che è rimasto di quella villa è andato perduto dopo un incendio. Che alcuni ritengono doloso. E’ rimasto poco di quella che era la villa. Solo alcune sale, qualche stanza. E un gigantesco salice piangente. Dai rami spessi e sparsi di resina a macchie. Le sue radici dalla forma circolare si aprono tra le acque e il terreno a semicerchi: come fossero delfini. Quell’albero mi piace soprattutto per la primavera che nasce in lui. Anche alcuni parti della villa sono rimaste intatte e sicure. La ho già acquistata, e ristrutturata. All’ingresso abbiamo aperto il bar, e il ristorante dietro. Poi la sala che ha trentasei tavoli. D’estate abbiamo messo dei tavoli sotto il salice, la rugiada passa da foglia a foglia fino a cadere sul terreno e inumidirlo. I clienti lo adorano. Sono successe tante cose dal mio arrivo in America, avrebbe dovuto esserci.

Mi saluti papà…

Mi saluti Ragusa…”

12 gennaio 1955

“Buongiorno mamma,

sa… E’ arrivato l’inverno qui nel Mississippi, c’è un vento forte che soffia. Alcuni paesani ritengono che provenga dalla Groenlandia. Dice che più siamo distanti da essa meno freddo c’è. Proprio qualche giorno fa abbiamo inaugurato la parte dell’edificio abbandonata che ora è diventata un’hotel. Abbiamo festeggiato con il maritarsi di una ragazza appartenente a una confraternita protestante che frequenta uno dei miei migliori clienti. E’ stato un matrimonio…particolare. Abbiamo assunto un cantautore nero, ma nessuno ha fatto più di tante prediche. Diceva di chiamarsi Jimi… Jimi Hendrix. Mi disse che lui improvvisava nel suo genere musicale. Mi fece alcune domande sullo sposo. Gli dissi che si chiamava Joe e che non sapevo di più. Ne rimasi impressionato dalla velocità in cui componeva i suoi accordi. Aveva improvvisato la canzone che aveva intitolato Hey Joe. Non era del tutto sobrio e forse anche impasticcato. Il giorno dopo i clienti sembravano moltiplicarsi. E oggi sono fiero di dirle che il mio agriturismo da un angusto locale di provincia, oggi ospita la borghesia di tutta la regione. I nostri chef sono ricercati in tutta America. Spero che sarà fiera di me.

22 aprile 1956

“Buongiorno mamma,

questa volta le scrivo questa lettera affinché lei mi possa aiutare in qualche modo. E’ successa una cosa molto brutta, ho ucciso un uomo. Un bambino, l’ho investito con la mia auto. Ero ubriaco fradicio ed ero oltre al limite di velocità. Si chiamava Oliver. Gli ho aperto il ventre, aveva l’intestino cadente, mentre disperatamente invocava la madre. Stavo tornando a casa dal ristorante. Era ancora vivo quando è accaduto, ma sono svenuto da quanto ubriaco ero. E nel frattempo è deceduto. Il processo si terrà martedì. So che non legge le mie lettere, ma scrivere mi da in qualche modo l’illusione che lei mi stia ascoltando…”

4 marzo 1958

“Buongiorno mamma,

non mi posso lamentare, mi hanno dato tre anni di arresti domiciliari. Qui sto impazzendo, ho ricominciato a bere e a fumare. La mia astemia è durata meno di un mese. La prego mi scriva una lettera e mi dia un motivo per cui essere felice. “

30 ottobre 1960. Ospedale di Jersei.

“Buongiorno signora,

sono il medico di suo figlio. Mi è stato comunicato che a lui piaceva scriverle qualche volta. Questa lettera non appartiene all’ospedale, sono io che le scrivo per informarla dell’accaduto, poiché non sarebbe possibile scriverle una lettera a scopo commerciale: da qui leggo che lei è deceduta da ormai qualche mese. Io non la conosco, non so che genere di persona fosse. E non so come avrebbe preso questo avvenimento. Suo figlio Francesco è finito in uno stato di degrado mentale durante il suo arresto. Beveva troppo e aveva cominciato a parlare da solo. I suoi vicini dicono che passasse ore e ore a parlare con se stesso da ubriaco. Il suo psicologo gli ha prescritto dei farmaci e sottoposto a droghe medicinali. E’ finito in coma…coma etilico da ormai un mese…

Condoglianze e cordiali saluti.

Dottoressa Barbara Smith.”

PARTE I

Mi bruciavano gli occhi. Sbattei le palpebre, le sbattei nuovamente. Le mie ciglia si erano appiccicate fra loro come sabbia sporca. Con la gola secca sembrava che il pomo si fosse bloccato. Non ero mai stato più contento di contemplare una camera di ospedale. Questo è sicuro. Mi chiedevo se anche la pupilla potesse abbronzarsi. Se così fosse, la mia sarebbe pallida e fragile come un albero spoglio. Mi era cresciuta la barba nel frattempo, era da tempo che aspettavo che crescesse, dalla seconda superiore. Mi sentivo in qualche modo bloccato da qualcosa di mastodontico ma allo stesso tempo invisibile all’occhio. Un qualcosa che mi paralizzava, dalle semplici dimensioni di una coperta. Mi ero già svegliato da tre giorni ormai, e mi ci ero un po’ abituato a starmene in branda a girarmi i pollici.

Si sentirono passi che rimbombavano in tutto il corridoio, poiché esso era vuoto. Nemmeno una voce si udiva. Era un uomo giovane sui trentacinque anni che sembrò apparentemente trovare un sentimento di felicità sapendo di trovarmi. Mi sembrava un viso già incontrato, anzi di quelli che si ricordano per sempre ma non si rivedono per lungo tempo. I suoi mocassini facevano un rumore ritmico sul pavimento. Un rumore simile al ticchettio di un orologio. Era italiano, si vedeva e si sentiva, si notava dalle sue espressioni. E il suo alito da Cus Cus di pesce che galleggiava nella stanza metteva inoltre in risalto le sue origini Palermitane. Era vestito in giacca, con una fila di scintillanti bottoni d’ottone sulla giacca che brillavano ai raggi del sole e apparivano tagliatelle distese in lungo. La fragilità della mia pelle era sensibile alla luce che filtrava dalla tapparella. L’adrenalina mi saliva come quando si finisce quasi per realizzare una scala a scala quaranta. Un nodo alla gola mi portava a conoscere quell’uomo con tale ansia.

Entrò fiero di vedermi. Fumando una sigaro. Uno di quei sigari giganteschi da ricconi tipici degli anni ’20 in stile “Grande Gatsby“. Il suo sorriso mi ricordava un po’ il signor Musso, il capo dei capi della nostra cosca a Palermo. E per lo più nostro “vicino di casa.” Era in controluce e ciò accentuava la sua inconfutabile maestosità. Un Dio dell’Olimpo. Un eroe di guerra. Un nuovo personaggio di qualche film di Sergio Leone.

“Ti ricordi di me?” Disse lui una volta solcata la soglia della porta. Si atteggiava con viso coperto tentando futilmente di rimanere un’ignota sagoma misteriosa ai passanti.

Non ebbi le forze di rispondere.

“Non ci vediamo da molto tempo.” Aggiunse.

Un’atmosfera densa comportava il mio imbarazzo nel rivedere un caro conoscente di cui non ricordavo il nome. Appoggiò il sigaro nel portacenere facendomi notare l’anello che portava sul dito indice. Un anello di rame con raffigurazioni che trovai piuttosto macabre e grottesche. Un lupo con occhi ovali e dilatati, anormali. Il sangue alla bocca e le unghie scattanti pronte ad attaccare in ogni momento. Avevo sicuramene già visto quell’anello. E ogni volta che mi concentravo con il mio cervello non riuscivo a smettere di pensare al signor Musso. In effetti portava anche lui un anello. Anzi ne portava due, tutti e due nello steso dito: uno incastonato di mattonelle azzurro perlaceo e l’altro di…di…rame. E lo portava sull’indice.

Il sig. Musso morì che io avevo dieci anni e aveva un figlio. Si chiamava Matteo. Io e suo figlio ci conoscevamo bene in gioventù, era stato educato e cresciuto per lo più dai miei genitori, perché Musso, uno dei padrini più importanti delle provincie a sud di Palermo aveva di meglio da fare che crescere un bambino. Avevamo vissuto entrambi a Marina di Ragusa una delle spiagge più basse d’Italia dopo la Pantelleria e l’isola delle Correnti che affiancava Portopalo di capo Passero a est della Sicilia; dove abitava zio Tony.

“Vedo che dopo tutto sei venuto.” Gli risposi.

“Dovevo… Non potevo lasciarti in declino con solo qualche birra come famiglia.”

Si soffermò prima di iniziare una frase. Probabilmente si era preparato un discorso ma era troppo per lui ricordare anche solo l’iniziale del suo nome.

Il suo sorriso nascondeva qualcosa di subdolo e altrettanto macabro e violento.

Matteo si sedette su una sedia di plastica rossa che giaceva in fondo alla stanza.

“A cosa devo la visita?” Dissi.

“Io…sono qui per due motivi. Il primo è che vorrei scusarmi con te, perché dopo che te ne sei andato…Io in guerra ci sono andato veramente. E avremmo potuto forse gestire meglio il futuro se avessimo entrambi collaborato. Anzi avremmo potuto sicuramente.”

Non avevo parole.

“Io non pensavo, se avessi saputo ti avrei prestato qualche soldo…” Dissi addolorato.

Matteo mi ignorò.

Tra le chiacchiere e discussioni si udirono in lontananza altri passi. Passi che non si atteggiavano ritmicamente come quelli di Matteo, passi frettolosi che non avevano tempo per il galateo. Era un dottore, il classico uomo tedesco amato dalla Germania nazista. Biondo e con gli occhi azzurri. Si atteggiava da superiore con spalle larghe, un po’ snob apparentemente, era anziano sui settant’anni.

“Non c’è un modo meno atroce di dirlo” .Cominciò Matteo. “Quindi sarò esplicito con te. Io sospetto che quando nonno era ancora vivo papà si fosse fatto qualche “inimicizia.”

Ero perplesso.

“Ma i fatti sono i fatti e questo è quello che è accaduto”. Prese un respiro profondo e mi annunciò:

“Papà, mamma e zio Tony sono deceduti. Prima che tu possa dirmi qualcosa, voglio dirti che per me è stato difficile quanto lo sarà adesso per te, e ti sono vicino. Ma il dilemma è che anche noi siamo parte della famiglia e che forse anche noi siamo in pericolo.”

Non mi abbattei subito quando me lo disse, mi ci vollero due minuti per realizzare che i miei genitori erano morti. Li pensavo immortali ma, per quanto fossero impeccabili, restavano sempre esseri umani.

Il mio istinto mi suggerii di volgere altrove lo sguardo per esempio sul cielo. Per cui decisi di dare un’occhiata. Delimitava la camera d’ospedale una gigantesca finestra, grande dal pavimento fino al soffitto. Sollevai una tapparella con l’unghia del mignolo che riuscivo a malapena muovere. Un arcipelago spumeggiante di nuvole scarlatte ostacolava la vista dell’orizzonte soleggiato. Non era ancora una fase di mezzogiorno, solo prima mattina. Palazzi alti per miglia e miglia si intravedevano .E una ciminiera che buttava fuori qualche nube di fumo scura in lontananza si presentava alla vista dei miei occhi.

E con solo le palpebre che potevo muovere sussurrai affranto:

“Mamma”.

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