Il Babau che collezionava farfalle

Quando entrammo nel condominio la porta era già aperta, era l’unico appartamento di tutto il quartiere ad avere la carta da parati, anche se ormai cadeva a pezzi per via della muffa. Erano sei piani con delle interminabili scale a chiocciola.

Quando io e Jeremy arrivammo al sesto piano ci fermammo a prendere fiato per 5 minuti. Jeremy era più grasso di me, aveva dei capelli lunghissimi che gli cadevano fino alla vita. Tutti lo prendevamo sempre in giro perché si comprava una cintura alla settimana, e doveva sempre stringerla al massimo affinché i suoi rotoli di ciccia non gli facessero cadere i pantaloni. Gli dicevamo sempre che poteva già prendersi l’equatore come cintura.

Quando descrivo Jeremy, pare una persona sfigata e tonta . Non è così Jeremy era amico di tutto il quartiere e oltre, a sua mamma piaceva cucinare cibi italiani perché era Italo Americana. A volte faceva delle cene gigantesche con tutti quelli che trovava per strada. Specialmente a Natale, sua mamma cominciava a cucinare a Luglio e finiva a Dicembre. Gli piaceva cucinare sopratutto le lasagne e la pasta al forno dove poteva metterci tutti gli avanzi della settimana. A Jeremy piaceva tutto, avrebbe mangiato le lasagne di sua mamma anche se ci avesse messo kili su kili di merda. Invece suo papà era come lui, ciccione e simpatico e lavorava in una pizzeria. Insomma era impossibile trovare qualcuno a cui non piacesse Jeremy.

Invece io pesavo nella norma, Jeremy era il mio migliore amico fin da bambini. Lo conoscevo bene: amava tutti gli sport, li seguiva e li giocava tutti anche danza classica. Però la nostra attività preferita era andare in mare, catturare granchi vivi e buttarli addosso a quelli che passavano urlando. Mi piace tenere i capelli corti e mettermi tre confezioni di brillantina ogni giorno. Ho un completo che mi metto sempre, la mia camicia blu e i miei jeans attillati. Invece Jeremy assomiglia ad Augustus Gloop nel film di Willy Wonka come aspetto e modo di vestirsi.

Dopo tutte le scale che avevamo fatto si distese per terra come un cane che cerca di prendere fiato, invece a me bastarono due minuti per respirare e bagnarmi le labbra.

Io e Jeremy cercavamo un luogo abbandonato per giocare a dei giochi da tavolo e per passare le giornate con tutti i nostri amici una sorta di club segreto. Avevamo già visto tutti le altre case del condominio e non erano adatte, sopratutto per come erano ridotte. Quella era l’ultima casa da visitare. Jeremy decise di aprire la porta per primo, e in quell’attimo in cui girò la maniglia se ne pentì amaramente. Le luci erano spente, c’erano quadri bizzarri che ci guardavano male. Jeremy lasciò la porta aperta per scovare l’interruttore. Quando lo trovò lo accese e si accorse che tutti i quadri che ci guardavano male erano finestre. Jeremy si spaventò da morire e sbatté contro la porta accorgendosi che magicamente si era chiusa.

Allora spaventato e con area spaesata guardò davanti a lui e cacciò un urlo che si sentì fino a Central Park. C’era un uomo adulto strabico seduto in una poltrona nascosto nella penombra della casa. “Ho preso un colpo!” Mi disse Jeremy. L’uomo seduto aveva un aria piuttosto inquietante, non ci rivolse domande. Era bianco cadaverico, indossava delle infradito ai piedi: una rosa e una verde, con una giacca in pelle. Sotto la sua giacca che sapeva di pesce fritto, aveva una canottiera ormai bagnata per il sudore e un paio di boxer Hawaiany come costume da bagno.

Jeremy ormai si era calmato, e parlò cortesemente all’anziano seduto. Non sapeva cosa dire, poiché non sarebbe stato giusto dire: “stavamo cercando una casa che non abbiamo comprato per fare casino assieme a dei nostri amici”. Allora Jeremy disse: “Abbiamo sbagliato casa, togliamo subito il disturbo.” Si voltò per aprire la porta di ingresso ma si accorse che era chiusa. E prima che potesse aprir bocca il vecchio ribatte avvertendo Jeremy dicendo: “Non si esce da quella porta, quella è l’entrata. L’uscita è in una delle due porte alla mia destra o alla mia sinistra. Allora Jeremy si diresse sorridendo nella porta a sinistra, già pronto a dire: “Arrivederci!”. Non sapevo a chi associare l’anziano seduto in poltrona: o ad un ex-mafioso oppure al mostro Babau che mi raccontava mia mamma da piccolo per farmi andare a letto alle 9.

Jeremy prima di aprire la porta la squadrò per bene e successivamente varcò la soglia. Ad aspettarlo c’era una sagoma buia, allora si buttò per terra cacciando un altro dei suoi urli. Il vecchio storpio non si decise nemmeno a sbattere le palpebre. Io ero super spaventato, ma non ero mai riuscito a urlare per la paura perché non mi veniva naturale. Non so come descrivere la sagoma buia che uccise Jeremy, era un ombra nera senza faccia. Lo strangolò sbattendolo al muro. Questa volta non poteva urlare, io indietreggiai e il vecchio mi guardò negli occhi. Allora la sagoma scomparve nel silenzio, una morte orribile. La testa del cadavere di Jeremy mi guardava con uno di quegli sguardi che sembravano voler dire: “Io sono morto e presto morirai anche tu, non posso farci niente.”

Ma per fortuna la sagoma sparì. Allora l’anziano mi guardò e mi disse con un voce fredda e sinistra: “Il tuo amico è morto scegliendo la porta alla mia sinistra, se tu fossi intelligente voleresti come una farfalla spensierata nella porta alla mia destra.” L’angoscia e l’adrenalina e la paura mi ronzavano in testa come mosche, piagnucolavo e stavo sudando senza correre. Ma senza indugiare mi diressi nella porta a destra. C’era un enorme giardino con altra gente che per sbaglio era finita nel giardino. Avevano tutti una farfalla tatuata sulla schiena, nessuno vedeva il giardino dall’esterno, solo quelli che erano dentro potevano vederlo. All’entrata c’era scritto: “Se tutti fossero farfalle potremmo volare via da questo mondo di bruchi”. Avrei voluto tornare a casa ma non potevo, non girai completamente la testa solo guardai all’angolo del mio occhio. Al posto della porta c’era un enorme specchio che riflesse la farfalla che avevo tatuata. Avevo paura, scoppiavo a piangere ma nessuno poteva sentirmi.

Passarono anni e anni e io restavo nel giardino delle farfalle. Tutto era verde e colorato, sembrava il paesaggio del film di Avatar. finché un giorno decisi di andare a uccidere il Babau. Era notte e tutte le farfalle dormivano, per uscire mi diressi verso lo specchio che rifletteva tutta la mia rabbia. Gli diedi un calcio e lo spaccai in mille pezzi ed entrai nella casa del Babau. Lui era ancora lì seduto nella stessa poltrona da tre anni a dormire a occhi aperti. Mi diressi in cucina, tutto era distrutto c’era solo il frigo ghiacciato e una dispensa con un cassetto pieno di posate. Afferrai un coltello, quelli per tagliare il salame era alto circa dodici centimetri e avvicinandomi piano e silenziosamente, lo tirai fuori e trafissi la fronte del Babau. Lui non urlò ma cadde per terra e prima di morire mi disse: “Scappa via da questo mondo di bruchi”. Il sangue sgorgava a fiumi, e senza provare nessuna pena mi diressi nella porta da dove eravamo entrati la prima volta.

Era aperta, corsi con tutte le mie forze dal condominio, e mi diressi verso casa mia. Le luci erano accese, mia mamma stava lavando i piatti, e sentì bussare. Mi precipitai a abbracciare mia madre e lei mi strinse forte piangendo, ma ero talmente stanco che svenii. Quando mi ripresi stavo bene ma mia mamma non mi chiese dove ero stato e decise di aspettare il ritorno di mio papà. Così mi convinse a farmi un bagno, ero io solo immerso nell’acqua calda del bagno di casa mia. Dopo pochi minuti andò in salotto a prendere il telefono per avvertire mio papà. Ed io rimasi solo in vasca da bagno.

Dalla porta scorrevole del bagno vidi una sagoma che aprendo la porta si diresse verso di me. Aveva un tostapane in mano e attaccando la spina mi disse: “Presto saremo tutti farfalle e scapperemo via da questo mondo di bruchi!”. Mi buttò il tostapane acceso addosso nella vasca da bagno e persi la vita. Quando mia mamma tornò tutta contenta di avermi ritrovato mi trovò morto. Ma ora che sono morto nessuno saprà mai del Babau che collezionava le farfalle…

(THE END)

scritta da me, Filippo a 12 anni

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